La Lettura, 11 giugno 2017
I post-abiti di Rei Kawakubo, la Picasso della moda
L’epigrafe del catalogo racconta già tutto: «Negli oltre quarant’anni che ho fatto vestiti, non ho mai pensato alla moda. In altre parole, non ho quasi alcun interesse per la moda. L’unica cosa che mi ha sempre interessata è fare qualcosa che non sia stato visto prima, che i miei vestiti fossero nuovi e in che modo potevano essere fatti. Questo è quello che si chiama moda? Io non so la risposta». Rei Kawakubo è proprio così: una samurai solitaria e indecifrabile che a oltranza difende la sua visione del mondo. Senza debolezze, senza cedimenti: né per le mitologie dello star system né per le umane concessioni. Anche dopo una consacrazione nel tempio dell’arte mondiale, come il Metropolitan di New York che con la solenne mostra Rei Kawakubo/Comme des Garçons: Art of the In-Between l’ha incoronata regina in quel territorio di confine tra arte e moda. Fatto davvero eccezionale. Visto che si tratta della prima monografica dedicata a uno stilista vivente dopo la storica esposizione su Yves Saint Laurent del 1983, grazie all’allora coraggiosa Diana Vreeland. Quell’evento (fu un vero scandalo) cambiò la percezione della moda nel rapporto con il pubblico dell’arte.
Per questa donna minuta e schiva (si è presentata al gala con un giubbotto in pelle bianca, camicia abbottonata alla gola, occhiali da sole scuri) che evita gli incontri pubblici, che non si concede quasi mai a interviste, che al clamore preferisce il silenzio, anche questa straordinaria mostra sembra un fatto da vivere con filosofico distacco.
Costruita su un percorso tematico e in un confronto di dualità, la mostra si articola attraverso parole chiave: fashion e anti fashion, design e sua negazione, presenza e assenza, tra il racconto di un oggi fluido e apparentemente privo di certezza, e un domani che è già presente. Kawakubo, in tutto il suo lavoro, sin da quando ha dato vita nel 1969 alla casa di moda Comme des Garçons, ha voluto rompere ogni schema.
Nonostante la sua ritrosia, Rei Kawakubo risponde ad alcune domande de «la Lettura». Ma confermando la sua mitologia personale, non ama soffermarsi in lunghe riflessioni. Vuole che siano i suoi vestiti a parlare. Così, in relazione all’inizio della sua carriera, all’evocazione dei movimenti di liberazione femminile degli anni Sessanta racchiusi nel nome del marchio (nella traduzione «Come i ragazzi»), taglia corto: «Non c’è nessuna connessione. Semplicemente mi piaceva il suono di Comme des Garçons». Rei Kawakubo da inflessibile samurai, non si concede granché alle emozioni: «Non ho mai voluto fare una retrospettiva perché non mi piace guardare indietro e provo sempre e solo a guardare al futuro, ma ho pensato che sarebbe stato bello fare un esempio di come una mostra Comme des Garçons sarebbe riuscita, se fossi stata io a farla. Ho sentito il peso dell’enorme responsabilità nell’accettare di creare uno show forte e potente». E questa mostra, «forte e potente» lo è sicuramente: in qualche modo è qui presente l’eco delle avanguardie storiche, il Costruttivismo russo, il mondo Dada, il Cubismo, il Surrealismo, anche Arp, Picasso e Dalí. Eppure, con determinazione rifiuta di essere definita artista: «L’arte è di solito qualcosa che guardi o metti sul muro. Io faccio vestiti così che le persone possano indossarli e sentirsi forti e libere».
Per arrivare al grande spazio del secondo piano del Met che ospita Art of the In-Between, bisogna passare attraverso le sale di Arte greco-romana e poi per un lungo corridoio di dipinti di arte francese con sculture di Rodin. Dopo queste visioni, appare ancora più spettacolare la mostra di Kawakubo che si manifesta, al primo sguardo, come una potente installazione architettonica, una specie di astronave bianca, costruita su un insieme di grandi figure geometriche sovrapposte o accostate (cerchi, rettangoli, quadrati) ricche di vani per ospitare le creazioni: in tutto, 150 abiti suddivisi in 9 sezioni nelle quali la stilista e il curatore Andrew Bolton hanno voluto dare vita a un percorso non cronologico e scandito su un gioco di contrapposizioni.
Così troviamo, ad esempio, Lumps and Bumps (un gioco di parole che sta per «Bozzolo e protuberanza», del 1997), grandi fasciature rosse che non aderiscono al corpo di una donna ma ne costituiscono una espansione simbolica, come fosse una trasposizione in 3D di un dipinto di Picasso o il frammento di una scultura di Anthony Cragg. Certo, di fronte a questi vestiti non si parla di forma legata alla funzione, ma decisamente di altro. Probabilmente, di narrazioni personali, di visioni che riflettono un mondo interiore non facile da decifrare e che Kawakubo in qualche modo conferma: «Le mie collezioni sono ispirate soltanto da come mi sento. I miei sentimenti, i miei dubbi, le mie paure e le mie speranze, sono lì sotto gli occhi di tutti». E al tempo stesso, Rei Kawakubo rifiuta l’idea di essere influenzata «da riferimenti storici o culturali», ma di lavorare, invece, soltanto su «oscure immagini astratte, per creare un nuovo concetto di bellezza». E aggiunge: «La metà destra del mio cervello ama la tradizione e la storia, la sinistra vuole rompere le regole».
Certo, in questa mostra, anch’essa storica, le regole infrante appaiono come la vera sfida. Una sfida infinita, in cui si manifesta la sua idea centrale e cioè inseguire non tanto la perfezione della bellezza («Di quale bellezza parliamo? Ci sono tanti tipi di bellezza») ma il potere della forma. La forma oltre la funzione attraverso vestiti asimmetrici, destrutturati, pieni di protuberanze, di gobbe, di interstizi, di lacerazioni, di armature. Lo ha fatto sin dall’inizio, facendo nella moda quello che Picasso ha fatto nell’arte: scardinare le convenzioni, rivoluzionare le figure, inventare nuove scritture. Il suo sguardo è davvero una potente visione di confine, anzi rappresenta l’abbattimento dei confini, nell’idea fondamentale dell’unità delle arti. E la mostra ne è fedele espressione. Ecco quindi abiti voluminosi, imbottiti, che come sculture invadono lo spazio in una dimensione metafisica e spirituale. Abiti neri che evocavano la «Cerimonia della Separazione» cioè su «come la bellezza e una certa ritualità possano alleviare il dolore della separazione». È l’evocazione dell’abisso del dolore, mettendolo in relazione con la libertà e la leggerezza del vivere. Lei lo spiega così: «Ogni volta provo a creare qualcosa di nuovo. È così semplice. Ogni volta cerco un tema e poi sottotemi. Lavoro con il caso e con la sinergia. Non c’è mai un vero motivo quando scelgo un tema o i temi di una collezione».
Rei Kawakubo lavora in un indefinito territorio di passaggio. Il suo lavoro è sempre «in mezzo». Una storia di creazioni tra moda, design, architettura, scultura. Ma non è esattamente quello che fa oggi l’arte? «Non nego che se la vera arte è fatta di creazione, di creare qualcosa da zero, allora io potrei essere chiamata un’artista. A me questo non importa».
È amica di Ai Weiwei, Yoko Ono, Mick Jagger, Cindy Sherman. «Qual è il mio rapporto con l’arte contemporanea? Mi piacciono le immagini forti e le persone che hanno una visione ben definita». Ma poi, tanto per essere chiara su qual è il suo rapporto col sistema dell’arte, chiarisce: «Non colleziono niente». A proposito di riti e fonti di ispirazione aggiunge: «Ho fondato Comme des Garçons con l’intento di creare un’azienda il cui valore base fosse la creazione. E il mio pensiero è ancora lo stesso. Fare cose mai viste. Tutto viene da ciò che ho dentro, quello che vedo e sento ogni giorno. Mi esprimo attraverso i concetti di fusione, squilibrio, incompiutezza, eliminazione e nell’assenza stessa di un intento». E di fronte alla domanda su quanto ha inciso la sua cultura, il suo nascere in Giappone, risponde negando ogni legame: «Per niente, almeno a livello di coscienza».
Sarà così, ma nell’inconscio, di Giappone ce n’è davvero molto. Lo ricorda lo stesso curatore Bolton nella prefazione al bel volume che accompagna la mostra, e che, tra l’altro, ospita le interpretazioni di nove grandi fotografi internazionali (unici italiani Paolo Roversi e Brigitte Niedermair) quando, durante un incontro con un giornalista, alla domanda su quale fosse il senso di un suo abito, rispose con un gesto: «Si sedette in silenzio, poi disegnò un cerchio su un frammento di carta bianca». Andrew Bolton chiarisce: «Lo ha fatto come una deliberata dimostrazione della sua inscrutabilità, dell’indecifrabile. Kawakubo – attraverso il cerchio, noto nella cultura zen come simbolo dell’illuminazione – stava esprimendo il significato essenziale non solo del suo lavoro ma di quello che l’accompagna: il mistero del vuoto». Un detto zen ricorda: «La conoscenza è imparare qualcosa ogni giorno. La saggezza è lasciar andare qualcosa ogni giorno». E allora: che cosa imparerà e che cosa lascerà mai andare Rei Kawakubo? Ma a questa domanda la nostra samurai sceglie di non rispondere.