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 2017  giugno 11 Domenica calendario

La fantesca di Mantegna è malata ma la diagnosi divide gli esperti

Il suo sguardo sembra quasi un atto di sfida nei confronti dello spettatore. La fantesca dei Gonzaga, conosciuta nel mondo dell’arte come «la nana del Mantegna», è l’unico personaggio di questa scena della parete della Corte – uno degli affreschi in cui è divisa la Camera degli Sposi del pittore padovano a Mantova – che guarda nella nostra direzione. Da alcuni identificata come Diamantina, è ritratta sulla destra rispetto a Barbara di Brandeburgo, moglie del marchese Ludovico II, raffigurato in vestaglia da camera e girato in direzione del segretario Raimondo dei Lupi di Soragna. Il fatto che la fantesca fosse stata inclusa dal Mantegna nel ritratto di famiglia dei Gonzaga significa che era molto legata all’ambiente di corte. Una fama che ha attirato anche scienziati e ricercatori.
Nell’ottobre 2016, la rivista medica «The Lancet Neurology» ha pubblicato uno studio dal titolo Painting neurofibromatosis type 1 in the 15th century, a cura della paleopatologa Raffaella Bianucci dell’Università di Torino, del medico internista Antonio Perciaccante e del neurologo Otto Appenzeller. Al centro di questo lavoro c’era proprio la fantesca dei Gonzaga, a cui venne diagnosticata la coesistenza di due condizioni patologiche: il nanismo ipofisario e la neurofibromatosi di tipo 1 (NF-1). «La NF-1 è una malattia genetica neurocutanea – spiega a “la Lettura” Raffaella Bianucci —, clinicamente eterogenea, caratterizzata da macchie caffè-latte, noduli iridei di Lisch (formazioni tumorali benigne dell’iride), lentiggini a livello delle ascelle o dell’inguine e neurofibromi multipli. È una malattia rara, anche se non rarissima».
Andrea Mantegna cominciò a dipingere la Camera degli Sposi nel 1465. La portò a termine nove anni dopo, nel 1474. È collocata nel torrione nord est del Castello di San Giorgio, un locale pressoché cubico che misura circa otto metri di lato, parte dell’immenso complesso di proprietà dei Gonzaga. Nella stanza, conosciuta anche come Camera Picta («Camera dipinta»), tutto è pura finzione pittorica ad eccezione delle cornici del camino, di quelle delle porte e dei peducci, mensole che solitamente hanno la forma di semicapitelli, costruiti con lo scopo di sostenere archi e volte.
Come riporta lo studio, la neurofibromatosi di tipo 1 venne descritta per la prima volta nel 1592, oltre un secolo dopo l’opera del Mantegna, dal medico e naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi (1522-1605), mentre il termine scientifico che utilizziamo ancora oggi fu coniato e riportato nel 1882 da una pubblicazione scientifica. «Mantegna – continua Raffaella Bianucci – aveva l’“occhio clinico”. Ci sono altre patologie evidenti nelle sue opere, come la malattia di Horton, l’alluce valgo o il pes cavus. Nelle sue opere assistiamo anche alla rappresentazione non idealizzata della morte, come nel Cristo Morto e nella Morte della Vergine».
La diagnosi della malattia della fantesca non sembra tuttavia trovare una risposta definitiva. Sempre su «Lancet», nel numero di giugno di quest’anno, una ricerca di Francesco Benedicenti, responsabile del Servizio di consulenza genetica dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige e del Centro di coordinamento per le malattie rare della provincia di Bolzano, e di Andrea Superti-Furga, direttore della Divisione di medicina genetica dell’Università di Losanna, in Svizzera, sostiene che le diagnosi di NF-1 e di nanismo ipofisario sono entrambe scorrette. Il loro studio, dal titolo The multiple faces of artwork diagnoses, conclude che la donna ritratta da Mantegna è in realtà affetta da un’unica condizione, anch’essa rara: l’acondroplasia.
«Gli autori dello studio apparso lo scorso ottobre su “Lancet” hanno concluso che la fantesca fosse affetta da NF-1 dopo aver analizzato esclusivamente le immagini dell’affresco risalenti a prima del restauro conservativo effettuato nei corso degli anni Ottanta – afferma Francesco Benedicenti —. Osservando tali immagini si può avere l’impressione che siano presenti dei segni cutanei, come macchie caffè-latte multiple e lesioni simili a neurofibromi dermici (tumori benigni della cute). In realtà, molti di questi segni si sono rivelati semplici sporcature o incrostazioni della superficie pittorica, scomparse dopo il restauro. Il fenotipo fisico della donna, caratterizzato da marcata bassa statura, macrocefalia relativa, ponte nasale schiacciato (depressione della porzione di naso compresa tra gli occhi), ipoplasia mediofacciale (scarso sviluppo della porzione centrale della faccia), arti corti con lieve brevità rizomelica (accorciamento delle braccia e delle cosce) e mani piccole, ci ha permesso di effettuare una diagnosi, praticamente certa, di acondroplasia. Un’ipotesi peraltro già avanzata nel 1986».
Raffaella Bianucci ha annunciato una controreplica.
La fantesca dei Gonzaga continua a guardarci con aria di sfida. In attesa di una risposta definitiva sul suo stato di salute.