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 2017  giugno 11 Domenica calendario

Kiefer incontra Rodin: io e te operai della storia

VINCENZO TRIONE – Muoverei da una fascinazione comune: la letteratura. Rodin ha sempre suscitato l’interesse di romanzieri e poeti; e spesso si è misurato con la stesura di saggi nei quali si incontrano momenti autobiografici e momenti teorici (memorabile il suo Testamento ). Kiefer, dal canto suo, da ragazzo sognava di diventare scrittore; poi, ha pubblicato in volume le lecture tenute al College de France di Parigi nel 2010 ( L’art survivra à ses ruines ); intanto, continua a coltivare in privato la pratica della scrittura; studia i classici della letteratura e della filosofia; nelle opere riporta frasi e versi tratti da poeti e pensatori; infine, realizza sculture-libro illeggibili, che evocano una passione ferita. Vi chiederei di parlarmi del vostro rapporto con la letteratura: un misto di attrazione e di distanziamento.
AUGUSTE RODIN – Una volta ho detto a Ugo Ojetti che la scultura non è fatta di parole. Ci sono i poeti per questo. Pittura, scultura, letteratura, musica, sono più vicine le une alle altre di quanto comunemente non si creda. Esprimono tutti i sentimenti dell’anima umana di fronte alla natura. A variare sono i mezzi d’espressione. È comunque meglio, a mio parere, che le opere dei pittori e degli scultori destino interesse solo per se stesse. L’arte, infatti, può suscitare il pensiero e il sogno anche senza ricorrere affatto alla letteratura. Invece di illustrare scene di poemi, basta che si serva di simboli chiari che non sottintendano alcun testo scritto.
ANSELM KIEFER – Per me, arte e letteratura si situano su piani differenti. Quando avevo 17 anni vinsi un premio per i miei scritti e mi ritrovai in dubbio. Artista o romanziere? Sognavo di diventare uno scrittore. Ora l’indecisione è risolta, perché so che non è possibile fare entrambe le cose. E, tuttavia, scrivo tutti i giorni, ho un diario, oramai di quasi mille pagine, su cui annoto i miei pensieri. Ma la dimensione lirica, in me, resta ineliminabile. Non dipingo mai per realizzare solo un dipinto, non mi interessa l’art pour l’art. Dipingo quando mi colpisce qualcosa di un paesaggio o di una forma.
VINCENZO TRIONE – Ancora letteratura. Qualche mese fa al Copenhagen Contemporary si è inaugurata la sua «dedica» a uno tra i più controversi romanzieri del XX secolo, Louis-Ferdinand Céline. Aeroplani in piombo e dipinti che accolgono riferimenti a fotografie da lei scattate durante i viaggi nel deserto del Gobi e richiami al Libro di Franza di Ingeborg Bachmann. In filigrana, si coglie la necessità di riscrivere in maniera differita Viaggio al termine della notte, nel quale Céline non testimonia la realtà ma la deforma, mettendo in scena un nichilismo che tocca le vette dello sfacelo e della dissonanza. Tante assonanze sembrano legare la poetica di Céline e la sua. Un’immedesimazione non confessata?
ANSELM KIEFER – Quella di Copenaghen è una mostra spontanea: quattro aeroplani e quattro dipinti. Céline era un uomo orribile, antisemita, ma Viaggio al termine della notte è un libro fantastico. Potrei paragonarlo a La morte di Virgilio di Hermann Broch: leggendo questo romanzo arrivi al punto in cui ritieni che sia abbastanza e, invece, prosegui in maniera estatica e vai oltre. Céline applica una tecnica diversa ma suscita le medesime emozioni: quando pensi che non possa andare peggio, ecco che nelle pagine successive peggiora ancora di più. È un avanzamento senza fine verso il male. Questo avanzamento, nel libro di Broch, raggiunge una sorta di misticismo.
VINCENZO TRIONE – Ancora a proposito di letteratura. C’è un «nome» necessario per entrambi: è quello di Rilke. Che Kiefer ha letto e spesso ripreso nei suoi testi teorici. E che Rodin ha a lungo frequentato. Gli scambi, le visite in atelier. Sullo sfondo, Parigi. E ancora: una fitta corrispondenza. E un piccolo libro ( Su Rodin ), destinato a diventare un classico dell’estetica moderna, dove si esamina la maestria con cui Rodin «pronuncia» l’attimo quando l’interiorità si fa manifesta. Il suo primo incontro con le imponenti costruzioni di Rodin è avvenuto proprio attraverso le pagine di Rilke.
ANSELM KIEFER – Vidi per la prima volta il lavoro di Rodin al Musée Rodin nel 1963: avevo 17 anni. Ma già allora conoscevo la sua opera proprio grazie alla monografia che gli aveva dedicato Rilke, in cui c’erano alcune fotografie. Quando scrisse quel libro, Rilke era molto giovane: non era ancora un letterato affermato. Quel volumetto mi appare forse addirittura patetico, perché Rodin è considerato come un dio. A differenza di quel che spesso si sostiene, per me Rilke non è un poeta romantico ma un poeta filosofico. Alcuni suoi versi riguardano la relatività del tempo: come quando esce per una passeggiata e i suoi occhi scrutano già un altro luogo in cui non si trova ancora ma che è già presente nella sua mente.
VINCENZO TRIONE – Echi letterari. E ancora altri echi. Come quelli tratti dalla storia dell’arte.
AUGUSTE RODIN – Ai ragazzi dico sempre: inchinatevi dinanzi a Fidia e a Michelangelo. Ammirate la divina serenità dell’uno, l’angoscia violenta dell’altro. L’ammirazione è un vino generoso per gli spiriti nobili. Sforziamoci di capire i maestri, inebriamoci del loro genio; ma guardiamoci bene dall’etichettarli come fossero droghe di farmacista. Guardatevi dall’imitare i vostri grandi antenati. Rispettosi della tradizione, sappiate distinguere ciò che essa racchiude di eternamente fecondo: l’amore per la Natura e la sincerità. La tradizione vi offre la chiave grazie alla quale potrete sottrarvi alla routine. È la tradizione stessa che vi impedisce di sottomettervi ciecamente a qualsiasi maestro.
VINCENZO TRIONE – Infine, le voci della storia civile e politica. Tracce che segnano alcune opere di Kiefer, che però sembrano indifferenti a ogni attitudine testimoniale.
ANSELM KIEFER – Mi riconosco nello storico Jules Michelet (1798-1874, ndr ). Ho sempre pensato che Michelet mangiasse il terreno della storia come le vacche; e che lo digerisse trasformandolo in un’altra cosa. Mi comporto allo stesso modo: creo la storia perché la Storia di per sé non esiste. Ogni impero e ogni partito hanno riscritto il passato a modo proprio.
VINCENZO TRIONE – Letteratura, storia dell’arte, politica. Sono sussurri di fondo. Che, tuttavia, non devono mai indebolire il dialogo tra l’artista e il «mondo di fuori». È, questo, il cuore della ricerca di Rodin, il quale, in sintonia con le culture impressioniste e simboliste, pensa il proprio lavoro come sincera, autentica e spietata interrogazione sul visibile. E, insieme, come superamento del visibile stesso.
AUGUSTE RODIN – È brutto in arte quel che è falso, quel che è artificiale, quel che cerca di essere grazioso o bello, quel che è manierato senza scopo, quel che è senz’anima. Le opere d’arte sono la testimonianza più alta dell’intelligenza umana; dicono tutto ciò che si può dire dell’uomo e del mondo. Che la Natura sia la vostra unica dea. Abbiate in essa una fede assoluta. Limitate la vostra ambizione a restarle fedeli. Per l’artista tutto è bello, perché in ogni essere e in ogni cosa il suo sguardo penetrante scopre la verità interiore. Studiate religiosamente. Lavorate con accanimento. Una persona mediocre, copiando, non produrrà mai un’opera d’arte: egli guarda senza vedere. L’artista, invece, vede: il suo occhio congiunto al cuore legge in profondità. La sua emozione gli rivela le verità interiori al di sotto delle apparenze. Si tratta solo di vedere.
VINCENZO TRIONE – Fare arte, per lei, significa misurarsi anche con la faccia più perturbante e misteriosa del reale.
AUGUSTE RODIN – Il mistero imperscrutabile è come un’atmosfera in cui sono immerse le grandi opere. L’immenso Inconoscibile avvolge la piccolissima sfera del conosciuto. Noi sentiamo e concepiamo del mondo solo quella parte estrema delle cose attraverso cui esse si offrono a noi e possono impressionare la nostra anima. Tutto il resto si stende in un’oscurità infinita. Ogni superficie è come l’estremità di un volume che la spinge da dietro.
VINCENZO TRIONE – Su queste premesse teoriche, nasce un’opera come quella di Rodin che subito fu celebrata come il vertice della modernità. Si tratta di un’opera che è riassunto ed epilogo della classicità e, insieme, preludio alla contemporaneità. Vi si possono ammirare la monumentalità di Fidia e di Michelangelo, ma anche già le ansie di Boccioni. Rodin, come un Prometeo liberato, edifica forme solenni, ma viola ogni nitida rifinitura. Si porta oltre l’equilibrio dei «padri», per dar vita a una statuaria esplosa in colate di masse percorse da tensioni nervose, da piani spezzati, da dissolvenze di luce. Le sue sono icone in divenire, che «mimano» una genesi: un lento venire al mondo.
AUGUSTE RODIN – Sono un ponte che unisce le due rive, il passato e il presente.
ANSELM KIEFER – Rodin non è solo un ponte tra il passato e il presente. Lascia emergere alcuni dettagli dal marmo e chiede allo spettatore di completare la figura nella propria mente. È estremamente contemporaneo nel renderci partecipi del processo creativo. È stato ed è ancora molto influente. Su di me. E su molti artisti di oggi.
VINCENZO TRIONE – Decisiva soprattutto la lezione del secondo Michelangelo, che aveva scelto di lasciare non-finite alcune sculture, per non aggiungere «raffinatezza» al suo pensiero figurativo. Rodin parte da questa matrice, che fonde con suggestioni barocche (Bernini), per rilanciarne l’eterna attualità e radicalizzarne gli esiti. La sua sfida più ardita: reinterpretare l’atto di creazione, inteso come dialettica tra il bisogno di esprimersi e la reticenza nel farlo.
AUGUSTE RODIN – Ah, Michelangelo. Non è un solitario dell’arte. È il risultato di tutto il pensiero gotico. Ciò che va ammirato nel suo disegno non sono gli audaci scorci e le sapienti anatomie, ma la potenza tonante e disperata di questo titano. Gli imitatori di Buonarroti, senza avere la sua anima, hanno copiato in pittura le sue pose inarcate e le sue muscolature tese, sono caduti nel ridicolo.
ANSELM KIEFER – Michelangelo realizzò lavori incompiuti, come I Prigioni, che sono rimasti per lo più ingabbiati nella pietra. Rodin fa lo stesso. Anch’egli disintegra le armonie. Il suo obiettivo: essere non composto, ma espressivo. Sondare transiti tra il giorno e la notte, tra la costruzione e l’intenzione, tra la distruzione e la ricomposizione. Proponendo meditazioni sui problemi essenziali dell’umanità, sulla nostra esistenza nel mondo.
VINCENZO TRIONE – Sulle orme di Michelangelo, Rodin sembra dirci che un’opera d’arte non può mai dirsi risolta né compiuta: spesso, chiede solo di essere «abbandonata». Questa provvisorietà è svelata anche dagli artifici cui Rodin si affida per scolpire le sue sculture, che comunicano un senso dell’instabilità. Un verso di Dante: «L’artista/ ch’a l’abito de l’arte ha man che trema».
ANSELM KIEFER – Tre anni fa, per caso, ho visitato la villa di Rodin a Meudon, un comune fuori Parigi: è una succursale del Musée Rodin, dove sono conservati i gessi e i calchi, le opere non finite. Non vi si reca molta gente, perché è lontana dal centro della città. Mi ha colpito perché per la prima volta ho capito davvero come lavorava Rodin. Tagliava a pezzi le sculture: le smontava e le rimontava in modo diverso, a oltranza. Le distruggeva e le ricostruiva. Accumulava possibilità visive. Questa pratica iconoclasta è l’aspetto del suo lavoro che mi interessa maggiormente. È stata una vera rivelazione per me.
VINCENZO TRIONE – Chi è il «suo» Rodin? Se dovesse descrivere Rodin con una sola parola?
ANSELM KIEFER – Flessibilità. Anzi. No, no. Iconoclastia.
VINCENZO TRIONE – Poi, ha avuto la possibilità di esporre al Musée Rodin di Parigi. Ma ha scelto di sottrarsi alla consuetudine oggi molto diffusa del crossover : non ha posto le sue opere in dialogo diretto e frontale con quelle di Rodin ma ha presentato sculture e quadri ispirati al suo «modello». Alle pareti, cartografie in via di disfacimento. Nelle sale, parallelepipedi in vetro simili ad archivi della fine. Che contengono bilance; frammenti di mondi in consunzione; scale che si curvano per diventare spiraliformi e indicare un’ulteriorità trascendente. È come se lei avesse voluto fare così un omaggio a Rodin imboccando sentieri laterali.
ANSELM KIEFER – Qualche tempo fa mi è stato proposto di fare un’esposizione insieme con Rodin, direttamente al Musée Rodin. Ma non ho voluto competere con Rodin: sarebbe stato impossibile. Il mio è un tentativo di vedere questo gigante in maniera diversa. Quindi, ho esposto lavori legati a Rodin in una sala adiacente al museo. Come elementi del mio arsenale. O come istantanee di interconnessioni multiple tra diverse reliquie della mia vita di artista.
VINCENZO TRIONE – Rosalind Krauss ha parlato di Rodin come dell’artista che ha messo in crisi la logica classica del monumento, spingendosi verso i territori del modernismo. Per un verso, egli scolpisce colossi-menhir. Per un altro verso realizza opere in serie, non destinate esclusivamente a luoghi specifici. Per un altro verso ancora modula forme stratificate, tese a esibire un «antistrutturalismo» che «riflette su di sé la propria impotenza». Infine, concepisce le sue sculture come «campi allargati» che vogliono contenere e inglobare il mondo circostante. Spazi all’interno dei quali termini antitetici (visibile/invisibile, esteriore/interiore) si trovano a convivere e a problematizzarsi. In fondo, anche lei sembra pensare le sue opere come «campi allargati»: come flussi.
ANSELM KIEFER – Sì, anche i miei dipinti sono diventati un campo allargato. Non mi interessa il risultato: per me non è importante. I miei quadri sono sempre parte di un processo in atto: non sono mai finiti. O meglio, lo sono a volte perché le gallerie e i musei vogliono esporli: e, quindi, devo dipingerli e venderli. Ma questo non è il mio obiettivo. Voglio piuttosto rimanere costantemente nel flusso. Procedo per dissoluzioni, per purificazioni e per assemblaggi. Questo valeva anche per Rodin. Ci sono ovunque sue grandi sculture come Il pensatore o La porta dell’inferno. Ma andava oltre questo. Era immerso nella creazione. Non si fermava mai.
VINCENZO TRIONE – Con assoluta padronanza degli strumenti tecnici, Rodin perviene a esiti barbarici. Rende ogni icona transitoria: le sue forme sembrano trascinate da uno slancio vitale, che determina direzioni variabili, divergenti, non rettilinee. Affrancatosi dalla dimensione narrativa della scultura, nella seconda fase della sua vita tenderà a fare a pezzi l’unità compositiva, consegnando brandelli di cose e di anatomie: torsi, arti, soprattutto mani, trattati come organismi complessi, «un delta in cui molta vita confluisce da lontane origini per riversarsi nella grande corrente dell’azione», per dirla con Rilke.
AUGUSTE RODIN – Quando un buon scultore modella una statua, deve per prima cosa concepirne profondamente il movimento generale; deve poi, sino alla fine del suo lavoro, mantenere nella piena luce della coscienza l’idea d’insieme, per farvi continuamente riferimento e per rapportarvi con esattezza i minimi dettagli della sua opera. E tutto ciò non è possibile senza un duro sforzo intellettuale. Ma lo spirito moderno sconvolge e frantuma tutte le forme in cui si incarna.
VINCENZO TRIONE – Anche le sue opere, Kiefer, si presentano come grotte nelle quali elementi eterogenei (materici e visivi) si stratificano, si combinano ed entrano in conflitto. Un po’ come nelle sculture di Rodin, vi trionfa una sorta di apocalisse costellata di frammenti che stanno insieme quasi con difficoltà.
ANSELM KIEFER – Nei lavori che ho realizzato all’inizio degli anni Ottanta, compariva non l’uomo, ma le tracce che egli ha lasciato. Nei miei paesaggi, c’erano schegge della guerra, della distruzione, fori di proiettili e segni simili. Invece, adesso ho cominciato a misurarmi con il corpo umano. Come Rodin.
VINCENZO TRIONE – La forza di Rodin sta nel portarsi al di là della conoscenza accademica, ricorrendo a una lingua viva, pulsante. Forse guardando (anche) a questa sapienza, lei ha sempre voluto calibrare studio e istinto. I frequenti rinvii culturali e dottrinari, sottesi ai suoi lavori. E, insieme, la necessità di non ostacolare la potenza espressiva.
AUGUSTE RODIN – Ai ragazzi dico: l’arte non è che sentimento. Ma senza la scienza dei volumi, delle proporzioni, dei colori, senza la destrezza della mano, il sentimento più vivo è come paralizzato. Che diventerebbe il poeta più grande in un Paese straniero di cui ignorasse la lingua? Esercitatevi senza tregua! Abbiate pazienza! Non confidate nell’ispirazione! Le sole qualità dell’artista sono saggezza, attenzione, sincerità, volontà. Fate il vostro lavoro come onesti operai. Giovani, l’arte comincia solo con la verità interiore. I capolavori più puri sono ciò in cui tutto si tramuta in pensiero e in anima. Ma credo in un dio che, come una forza ignota, governa le leggi universali. Di questa forza io seguo la strada, grazie all’istinto.
ANSELM KIEFER – Credo nell’istinto ma è importante non affidarsi solo all’istinto. Bisogna avvalersi anche della razionalità e della propria volontà. Quando mi accingo a fare un dipinto, il mio approccio iniziale alla materia e al colore è privo di sovrastrutture intellettuali. Poi mi fermo: lo guardo e instauro con esso un corpo a corpo, chiedendomi che cosa sia, quale sia il significato di quello che ho fatto. Infine, ricomincio a lavorare. Questo rito si ripete fino a che il quadro non è – almeno parzialmente – terminato. L’opera più bella è quella in cui c’è una meravigliosa combinazione di riflessività, sensualità, amore e desiderio. Come in L’uomo senza qualità di Robert Musil.
VINCENZO TRIONE – Se accostassimo le opere di Rodin e le sue, emergerebbero i fotogrammi di un’epica della crisi. Capitoli di una cartografia del dolore. Che evoca gli effetti della catastrofe cui stiamo assistendo in silenzio.
ANSELM KIEFER – Penso che il mondo sia una tragedia e che l’arte abbia il compito di mostrarla. Il genere umano rientra in questo grande errore: c’è qualcosa di sbagliato nel nostro cervello. Dopo la seconda guerra mondiale, reduci dal fascismo e da Hitler, si credeva che la situazione sarebbe migliorata. Non è stato così. La tragedia continua. Senza tregua.