La Lettura, 11 giugno 2017
Arundhati Roy: C’è troppa violenza: bisogna ridefinire la ricetta della felicità
Una delle protagoniste del romanzo di Arundhati Roy, Il ministero della suprema felicità, è un ermafrodito. Si chiama Anjum, un nome che deriva da Anjuman, «assemblea». Forse non esiste un modo altrettanto preciso di descrivere anche Arundhati Roy: un’assemblea, un raduno di voci, dove tutto e tutti devono trovare accoglienza. Impossibile separare in lei ciò che è letterario da ciò che è politico, il reale dall’immaginato. L’ho incontrata a Londra in un albergo vicino a Covent Garden, si è presentata da sola, nessun addetto stampa come guardia del corpo. Alla fine del nostro dialogo ha definito la colazione che veniva servita al piano di sotto «imperialista». Potrebbe sembrare un complimento per una colazione, ma non lo era di certo nel suo vocabolario personale.
Dopo la pubblicazione di Il dio delle piccole cose (1997), Roy si è dedicata alla saggistica militante. Si è opposta alla costruzione di una diga sul fiume Narmada in India. Ha sostenuto i musulmani nella guerra per la secessione del Kashmir. Si è unita ai ribelli del Jharkhand e del Chhattisgarh contro le compagnie minerarie, che vogliono cacciare le tribù dalle foreste per avere accesso ai giacimenti di bauxite. Ha denunciato il sistema onnipresente delle caste e osato criticare il Mahatma Gandhi. Di tutto questo ha scritto. E tutto questo è il terreno nel quale si è radicata la sua seconda opera di narrativa, arrivata dopo vent’anni.
La storia è intricata, affollata, inquieta tanto nello spazio quanto nel tempo (e nello stile). L’altro perno della vicenda, oltre all’eccentrica Anjum, è Tilo, intorno alla quale gravitano parecchi uomini, ognuno con il suo ruolo specifico nel panorama sociale indiano: il giornalista Naga, l’agente dei servizi segreti Garson Hobart, il ribelle Musa e il suo antagonista, Amrik Singh, detto il «Macellaio» per la brutalità con cui tortura e uccide i combattenti del Kashmir. La questione musulmana è quella che occupa più spazio, ma non è affatto l’unica. Ci sono anche la diga, i ribelli della foresta, l’occidente ipocrita e i creatori di notizie false.
Roy stessa lo dice: Il ministero della suprema felicità «non è un libro: è una città. Ci viene spiegato in continuazione di che cosa parlano i libri, ed è così anche nella vita reale: tutto è diventato un “tema”. Ma, se scrivi su un tema, il tuo romanzo andrà a ricadere immediatamente in una delle categorie preconfezionate. Sei un’esperta del Kashmir? Sei un’esperta di caste? Sei un’esperta di transgender? C’è una grande macchina che ci spinge a pensare in questo modo. Per quanto mi riguarda, l’aria è il tema del romanzo. Tutto ciò che si muove nell’aria».
Quando ha completato la prima stesura?
«Non ho delle vere stesure. Lavoro in modo strano, sviluppando il libro in molte direzioni simultaneamente. Mi interessa come i vari pezzi si combinano tra loro. Procedo per strati, dando via via profondità. Questi vent’anni di viaggi nella foresta e in Kashmir: tutto si è sedimentato lentamente in me. Nei primi anni di scrittura ho generato soprattutto fumo, poi ho cercato lentamente di dargli una forma».
Ho sempre pensato che avere a che fare per troppo tempo con la realtà potesse rendere l’immaginazione poco interessante, perfino frivola. In molti devono essersi convinti che non sarebbe più tornata alla narrativa.
«Per me la fiction è sempre stata la forma suprema. Così suprema che non aveva importanza se scrivevo o meno un altro romanzo. Dopo Il dio delle piccole cose, dopo che sono diventata questa persona assurdamente famosa nel mio Paese, l’India ha cominciato a cambiare molto rapidamente. Era il periodo dei test nucleari. C’era una grande urgenza di intervenire».
Non c’è sempre una grande urgenza di intervenire, ovunque nel mondo?
«In India accadeva in una maniera più cruda. E io avevo questa visibilità, potevo fare qualcosa, influire in quel preciso momento. Si trattava di un’urgenza molto pratica. Per esempio, quando ho scritto In marcia con i ribelli c’era una tale enfasi nei media, tutti si preparavano a entrare in guerra. Ogni giorno in televisione ripetevano: “Terroristi, terroristi, terroristi!”. Il semplice fatto di essere pubblicata sulla prima pagina di un giornale, di poter dire: “Quest o è ciò che sta davvero succedendo, queste sono le compagnie minerarie, questa è la gente” dava alle persone coinvolte una pausa. Non avrebbe fermato il processo, ma concedeva loro del tempo. Non sei mai in totale controllo del tuo posto nel mondo, e nemmeno di ciò che puoi scrivere, perché c’è così tanta pressione intorno. In questo momento sono sotto processo per oltraggio alla corte. Un professore disabile è stato accusato di essere un terrorista. È stato incarcerato, la sua sedia a rotelle è stata distrutta, così doveva strisciare sul pavimento della cella. Io lo conosco molto bene. Ecco, se succede una cosa come questa devi fermarti, devi agire perché lui venga rilasciato. Almeno per una notte devi fermarti e scrivere».
Qualcosa di simile succede anche ai suoi personaggi: non agiscono quasi mai in ragione dei loro desideri, della loro volontà. Vengono schiaffeggiati dagli eventi esterni. Non trova faticoso, a volte, che tutti questi mali dell’India comprimano la sua vita?
«Non la comprimono, la espandono invece. Perché ti insegnano che non hai tu il controllo. Che puoi solo gestire le situazioni».
Aveva una via di fuga dopo il successo. Ha scelto di restare a Delhi.
«Ho molti amici che possono dire: “Me ne andrò a New York, me ne andrò a Londra”. Io vengo da un piccolo villaggio del Kerala (dov’è ambientato Il dio delle piccole cose, ndr ) e mi sono trasferita a Delhi. Sono così collegata alle persone che amo. È semplicemente impensabile che dica: “Scusatemi, ho una via di fuga” a tutti loro che invece non ce l’hanno. L’anno scorso, mentre stavo finendo il libro, le cose hanno preso una brutta piega, mi sono spaventata e sono venuta qui. Ma neanche allora volevo scappare. Volevo semplicemente finire il libro. E adesso è successo di nuovo. Due mesi fa, in Kashmir, l’esercito ha legato un civile kashmiro davanti a un carro armato. I soldati hanno annunciato che lo avrebbero usato come scudo umano. Ovviamente la maggior parte degli indiani diceva: “Certo, dovreste legarli tutti ai carri armati!”, e il governo ha dato un riconoscimento d’onore al soldato responsabile. Poi un sito pakistano ha pubblicato delle notizie false su di me, dicendo che ero andata in Kashmir e... dei pettegolezzi, insomma. Un attore di Bollywood è intervenuto dicendo: “Anche Arundhati Roy dovrebbe essere legata a un carro armato”. Tutti i sostenitori della destra gli sono andati dietro. Infine un altro sito ha mostrato che le accuse contro di me erano soltanto delle menzogne, ma ormai milioni di persone ci avevano creduto».
Quando è diventata «assurdamente famosa» eravamo in un tempo pre-social media. Oggi la diffusione di notizie false è molto più rapida. Anche le conseguenze sono più violente?
«Molto più violente. Ma i social media sono solo una parte del problema. Adesso io vengo chiamata bugiarda, ma sono una privilegiata a essere chiamata bugiarda. Ci sono folle di indù che ammazzano a botte le persone per strada, con accuse come: “Ha mangiato carne di mucca”, oppure: “L’ho visto colpire una vacca”. Vengono massacrati per strada, in città. In presenza dei poliziotti. Nessuno comprende che situazione spaventosa di sta creando. E i social media vengono usati come uno strumento. Sa che cos’è WhatsApp?».
Be’, sì...
«In India è molto popolare. Su WhatsApp ci sono questi gruppi: qualcuno manda la foto di un musulmano che picchia una persona, una foto falsa, magari di un fatto che è successo molto lontano, così esplode una rivolta. A volte la conseguenza è che ventimila musulmani vengono cacciati da un villaggio. Con le donne è ancora peggio. Se una donna come me dice qualcosa bastano pochi secondi perché migliaia di persone comincino a scrivere: “Dovrebbe essere uccisa, dovrebbe essere stuprata, dovrebbe essere legata a un carro armato!”. Essere celebre è una protezione, ma è anche il contrario di una protezione. In quest’era di tweet un libro come questo, scritto in dieci anni, è una pesca fortunata per le frange violente. Basta che prendano una frase a caso per annunciare: “Ecco, Arundhati Roy ha scritto questo. Dovrebbe essere uccisa, e il suo libro proibito”. Ma poiché l’India è un “mercato aperto”, poiché è considerato un luogo di investimento favorevole, nessuno vuole sapere queste cose. Si continua a dire che l’India è una grande democrazia».
Anjum è una musulmana transgender. Perché scegliere una minoranza all’interno di un’altra minoranza?
«In India non esiste una maggioranza. Ognuno è una minoranza rispetto a qualche coordinata: la casta, la lingua, l’identità sessuale, la religione... Anjum è una persona, non uno stereotipo. E poi, ogni personaggio del romanzo è attraversato da un confine. Anjum dal confine dell’identità di genere, Tilo dal confine della casta, come anche Saddam Hussain (il suo amico con il mito storpiato del dittatore iracheno, ndr ); Musa ha dentro di sé un confine geografico e Garson Hobart è per metà la voce dello Stato e per metà un povero uomo a pezzi».
Quale confine corre in Arundhati Roy?
«Oh, tutti i confini mi attraversano. Io sono la ragazza del limite».
Nel senso in cui tutti gli scrittori lo sono?
«No, anche in un senso più pratico. In tutte le battaglie alle quali ho partecipato, contro la diga, contro lo sfollamento delle foreste, mi sono accorta di come ciò che in politica è visto come radicale può essere considerato molto conservatore dalla gente. E viceversa».
Un esempio?
«Metà dei militanti nella foresta sono donne. Anche la maggioranza delle persone impegnate contro la costruzione della diga sono donne. Sono battaglie radicali, hanno a che fare con il diritto alla terra, con la vita e la morte. Eppure il movimento femminista non riconoscerà mai nessuna di queste battaglie. Nessuna delle diecimila donne che combattono nella foresta viene considerata femminista. Perché il movimento femminista è stato assorbito dalle Ong, e per mantenere i finanziamenti non deve mai mettere in discussione il paradigma economico. Quindi puoi parlare di discriminazione di genere oppure di mercato del sesso ed essere considerata femminista, ma soltanto finché non metti in discussione il neoliberismo».
Come si trova il proprio posto in questo labirinto?
«Non si trova il proprio posto. Ti muovi da una realtà all’altra e cerchi di interrogarle nella tua testa. Per esempio, i kashmiri hanno una comprensione molto sofisticata dell’occupazione militare dopo vent’anni di sparizioni, spionaggio, torture. Ma non sanno molto di privatizzazione ed economia globale. Poi ti sposti in un’altra valle, a sud, sul Narmada. Lì sanno perfettamente qual è il significato di una diga, della privatizzazione dell’acqua e della corrente elettrica».
Ogni volta che cerco di confrontarmi con concetti come il capitalismo o il neoliberismo ho l’impressione che mi manchi qualche variabile necessaria a comprendere il problema nella sua totalità, e di conseguenza a prendere posizione. Non le succede mai di avere dei dubbi?
«In un posto come l’India, dove tutto è in divenire, vedi le cose mentre accadono. Riesci a comprenderle non solo intellettualmente, ma emotivamente. Vedi che cosa sta succedendo con le compagnie minerarie, vedi la distruzione del paesaggio e delle tribù, vedi che cosa combinano le Ong, poi vedi i festival letterari sponsorizzati da quelle stesse compagnie minerarie. Molte persone sono terrorizzate all’idea di non avere abbastanza informazioni. Veniamo trasformati in piccoli burocrati. Ma non è così che dovrebbe essere. Bisogna sentire la rabbia per quello che succede».
E una volta che uno l’ha visto e ne ha scritto, che cosa può fare? Se si tiene conto di tutto si rischia di essere ridotti alla paralisi.
«Ci sono necessariamente delle contraddizioni in ciò che facciamo. Ma questo non vuol dire che uno debba arrendersi e andare avanti come se nulla fosse. Per me è impensabile partecipare al festival di Jaipur. Perché ho visto che cosa fanno alcuni dei loro sponsor, come la Tata Steel. Mentre gli scrittori sono lì che discutono della libertà di parola, le persone nella foresta vengono uccise perché l’industria dell’acciaio deve sfruttare le risorse di quelle foreste. A loro non è concessa nessuna libertà di parola».
Anjum costruisce una casa dentro un cimitero, la Jannat Guest House, dove accoglie altri derelitti come lei. Per tutto il romanzo viene suggerita una forte continuità tra i vivi e i morti.
«Parlavo prima dei confini. In posti come il Kashmir anche il confine tra i vivi e i morti è poroso. È una società che convive con l’idea della morte. Nessuna madre sa se suo figlio o sua figlia tornerà a casa, ogni giorno. Lì c’è la guerra, ma anche a Delhi ci sono ogni anno migliaia di morti non identificati. In India perfino i cimiteri diventano politici. Quattro mesi fa c’è stata una campagna: gli indù non hanno tombe, perché cremano i loro defunti, così il signor Modi e il BJP (il suo partito, ndr ) hanno cominciato a domandare perché i cimiteri avessero la corrente elettrica, a sostenere che anche i musulmani dovevano essere cremati. Nella vecchia Delhi le persone vivono sul serio nei cimiteri, la popolazione musulmana viene ghettizzata e costretta a dormire sulle tombe. Molte persone commentano il libro parlando di realismo magico, di fiaba, ma non è affatto così. Nulla di ciò che racconto è inverosimile in India».
Il libro disegna una mappa delle ingiustizie e delle atrocità del Paese. È come se tutti i libri di non-fiction che ha scritto in questi vent’anni servissero come propedeutica al romanzo. Ma per un lettore non così informato potrebbe essere difficile orientarsi, anche solo geograficamente.
«Quando ho finito Il dio delle piccole cose un editor mi ha detto che avrei dovuto riscrivere il primo capitolo perché stavo introducendo i lettori a un mondo alieno troppo velocemente. Gli risposi: “Per tutti questi anni abbiamo letto la letteratura occidentale e abbiamo fatto uno sforzo enorme per capirla”. Nella vecchia Delhi leggevamo Jane Austen e Italo Calvino, o almeno ci provavamo. Quindi i lettori devono provarci. Non è cibo per bambini, questo. Non si può creare un tutorial per un romanzo. Sono convinta che la gente farà del proprio meglio».
Esiste un imperialismo anche in letteratura?
«Naturalmente. Anche questo è un grande tema in India, perché abbiamo così tante lingue. Le persone che parlano hindi considerano l’inglese colonialista. Ma anche l’hindi è stato una lingua colonialista. L’India è una costruzione del colonialismo. In questo romanzo ci sono l’inglese, il malayalam, il telugu, l’urdu, il kashmiro, il pashtu, l’arabo, il sanscrito».
Anjum insegna a sua figlia un inno in sanscrito, da recitare nel caso in cui la bambina venisse presa dai fondamentalisti indù. È come se noi decidessimo di imparare a memoria dei versetti del Corano nell’eventualità di finire ostaggi dell’Isis. Nel romanzo, e in Kashmir, i musulmani sono vittime del fanatismo indù, e ciò che viene additato come terrorismo è in realtà una forma di resistenza. Sembra uno strano ribaltamento di questi tempi.
«Le persone comuni che vivono in occidente sono schermate dalle guerre che i loro governi hanno portato in altri Paesi. Non è colpa loro. (Roy si volta verso la finestra, ndr ). Obama viene celebrato anche se ha sganciato decine di migliaia di bombe. Noi non riusciamo neppure a immaginare che cosa sarebbe una bomba qui. Lo stesso accade in India. La gente comune è schermata da ciò che il governo fa altrove. In Kashmir ci sono cinquecentomila soldati in aree civili, da vent’anni. È ovvio che la gente diventa radicale quando ha fucili e carri armati continuamente puntati contro. Avviene un processo di “stupidificazione” (un termine che viene coniato all’interno del romanzo, ndr ). La stupidificazione del mondo è un problema molto serio, da ogni parte».
Amrik Singh, il torturatore, si rifugia negli Stati Uniti e costruisce una narrazione del tutto diversa da quella reale, una narrazione alla quale la gente crede.
«Ieri, sull’aereo, stavo guardando questo film, I Am Not Your Nigro (tratto da Remember This House dello scrittore afroamericano James Baldwin, ndr ). Il film ti lascia con una domanda: quanto è facile costruire delle narrazioni bellissime che semplicemente ignorano ciò che sta succedendo? Persone meravigliose, tutte bionde, mangiano cornflakes e ballano il tip tap, mentre l’orrore del razzismo va avanti. In India la gente può leggere Il dio delle piccole cose e dire: “È un bellissimo libro sui bambini. Non parliamo delle caste, però. Non parliamo del fatto che la statua di un soldato dalit (un intoccabile, ndr ) che impugna una pistola non può essere tollerata perché suscita strane idee. Decapitiamo la statua, facciamo sparire la pistola”. Una statua ! È molto facile spezzettare la verità in tanti temi per nascondere il quadro completo».
Se la prende anche con i giornalisti. Il personaggio di Naga sembra incarnare uno di quegli «attivisti accettabili» di cui parla altrove.
«C’è un problema enorme nel modo in cui i media sono strutturati oggi, quando una compagnia mineraria possiede i maggiori giornali del Paese, quando un’azienda petrolchimica è proprietaria di ventisette canali televisivi di notizie, quando più del novanta percento dei ricavi di un giornale deriva dalla pubblicità. Nel minuto esatto in cui quel giornale dice qualcosa contro una grande compagnia, questa ritira la pubblicità e il giornale è finito. Non è il singolo giornalista, è la struttura che non funziona».
In tutta questa ingiustizia, in tutta questa violenza, perché questo titolo, «Il ministero della suprema felicità»?
«Perché l’impresa più radicale che dobbiamo compiere adesso è di ridefinire da capo quella che ci è stata servita come la ricetta per la felicità».
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L’autrice
Arundhati Roy è nata a Shillong (India) nel 1961, da madre cristiana e padre induista. Ha trascorso l’adolescenza a Delhi in una baracca, ha studiato architettura e in facoltà ha conosciuto l’architetto Gerard da Cunha, che ha sposato nel 1977 e dal quale ha divorziato dopo quattro anni. È con il secondo marito, il regista Pradeep Kishen, che si è avvicinata alla scrittura collaborando a sceneggiature di film e serie televisive; poi, nel 1997, scrive il suo primo romanzo, Il dio delle piccole cose (uscito in Italia per Guanda, che pubblica tutti i libri di Arundhati Roy) Il primo libro Il romanzo è in parte ispirato all’infanzia di Roy. Racconta la storia di una donna abbandonata dal marito con due figli gemelli, e della vita della famiglia nel nuovo ambiente dei paria indiani, gli intoccabili, in lotta contro le convenzioni sociali indiane: il libro vince il Booker Prize 1997, e rimane a lungo – fino al nuovo titolo uscito pochi giorni fa – l’unico romanzo della scrittrice La militanza Finora infatti Arundhati Roy ha scritto numerosi pamphlet e saggi che riflettono il suo impegno militante in diverse questioni sociali, per cause ambientaliste e pacifiste, contro le armi nucleari e contro le multinazionali. Tra le opere: La fine delle illusioni, con due saggi sul conflitto con il Pakistan e le dighe artificiali (1999); Guerra è pace, scritto dopo l’11 settembre (2002); Guida all’impero per la gente comune, contro imperialismo americano e politica indiana del riarmo nucleare (2003); e vari testi sulle vicende interne dell’India contemporanea, come La strana storia dell’assalto al parlamento indiano (2007), Quando arrivano le cavallette (2009) e In marcia con i ribelli (2012)
Gli appuntamenti
Arundhati Roy presenterà il nuovo romanzo lunedì 12 giugno al festival Libri Come, a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, con Marino Sinibaldi (alle 19); martedì 13 giugno a Bologna alla Biblioteca dell’Archiginnasio con Stefano Massini (alle 17.30) e mercoledì 14 a Milano al Teatro Franco Parenti con Elisabetta Rasy e con le letture di Laura Marinoni (alle 19)