Corriere della Sera, 10 giugno 2017
Quello che sappiamo su Blue Whale
Il fenomeno compare in tv in Italia per la prima volta su «Le Iene», ma sulla Rete è già conosciuto da almeno sei mesi. L’inchiesta di qualche settimana fa su Italia Uno riguarda quattro casi in Russia: vengono intervistate altrettanti madri e viene descritto il suicidio di un quindicenne livornese.
Per la polizia postale non ci sono collegamenti fra questa tragedia e il Blue Whale, ma la psicosi dilaga ugualmente nel giro di pochi giorni: decine di segnalazioni di giovani con propositi suicidi e con ferite autoprodotte su braccia e addome arrivano alle forze dell’ordine da tutta Italia, non solo da ragazzini, ma anche da genitori e insegnanti colti di sorpresa da quello che sta succedendo. I media pubblicano storie di salvataggi in extremis da parte della polizia ma anche di scherzi fra compagni di scuola, sospetti di interi corpi docenti nelle scuole, timori di madri e padri fino a quel momento ignari di tutto. Poi il colpo di scena: il dietrofront proprio degli autori delle Iene sui video mostrati nel corso di quel servizio di suicidi di ragazzine russe. Non sono stati controllati con la necessaria attenzione e verificati: sono falsi.
Le origini
Le prime avvisaglie sul Blue Whale risalgono al 2013 in Russia quando i media cominciano a occuparsi di suicidi – ne verranno ricostruiti 157 – di adolescenti e giovanissimi, fra gli 11 e i 17 anni. All’inizio non vengono collegati alla Balena blu – il nome richiamerebbe la silenziosa morte dei cetacei sulle spiagge – ma nel 2016 la N ovaya Gazeta di Mosca, quotidiano fondato da Anna Politkovskaja, uccisa nel 2006, pubblica una serie di articoli avvalorando un legame fra un’ottantina di ragazzini morti suicidi e VKontakte, il social russo più seguito, sul quale sarebbero stati istigati a togliersi la vita. Si parla di «gruppi della morte», di «curatori», «leader», «tutor» che, contattati dai ragazzi su social o chat, li spingono poi a togliersi la vita. Il «percorso» prevederebbe il superamento di cinquanta prove in 50 giorni: test sempre più dolorosi, fino al gesto estremo.
L’opinione pubblica si divide subito: chi ritiene il fenomeno reale e chi, molto più numerosi, parla di leggenda metropolitana. Sulla Rete, ancora oggi, basta digitare una serie di indirizzi, numeri o frasi preceduti da hashtag per essere dirottati su inserti video con ragazzine sorridenti, fino a poco prima di lanciarsi nel vuoto sotto gli occhi di amichette terrorizzate. Anch’essi sono fake.
Il primo processo
Poco dopo l’esplosione del fenomeno in Russia, uno dei presunti «curatori», Phillip Budeikin, meglio conosciuto come «lis» (la volpe), 22 anni, viene arrestato dalla polizia a San Pietroburgo: è accusato del suicidio di quindici adolescenti avvenuti nei tre anni precedenti in alcune province russe. Il giovane è ancora sotto processo, e tutto è da dimostrare, ma è bastato il suo arresto perché la storia della Balena blu sembrasse reale.
In poco tempo il Blue Whale si diffonde in tutto il mondo, prima in Bulgaria, poi in Francia, Spagna e infine Italia. In Romania il ministero dell’Interno e il comune di Bucarest catalogano subito il fenomeno come «molto pericoloso». Presunti casi, senza alcuna prova reale, vengono segnalati anche in Brasile, Cile, Uruguay, Colombia, Venezuela, Cina, Kenya e Portogallo.
I numeri e le inchieste
«Indaghiamo da 15 anni su fenomeni simili al Blue Whale – spiega Carlo Solimene, direttore della Divisione II della polizia postale —, su casi di autolesionismo fisico, psichico e alimentare. Fino a oggi sono però 170 le situazioni collegabili alla balena blu, e soltanto sul 6-7% sono in corso attività investigative per verificare il coinvolgimento di terze persone. Siti o chat russe non risultano dalle indagini e qui fino a oggi non ci sono stati arresti. Nell’ultimo periodo i casi non sono aumentati, ma vigiliamo 24 ore su 24 e nel corso del 2016 abbiamo incontrato mezzo milione di studenti per sensibilizzarli sul corretto utilizzo e comportamento su internet». Attivi anche il commissariato on line e «Una vita da social». Diverse procure hanno aperto fascicoli per istigazione al suicidio, altre – come quella di Roma – monitorano la situazione.
Su chi si indaga
Non sono emersi dalle indagini in Italia gruppi di persone o singoli, collegati in qualche modo al Blue Whale. I sospettati di istigazione «comune» invece sono personaggi in alcuni casi anch’essi con problemi psicologici, che agiscono su piattaforme come Instagram, WhatsApp e Ask, nonché su chat private, non solo adescando soggetti che non conoscono. Spesso sono protagonisti di cyberbullismo con minorenni che fanno parte della loro cerchia di conoscenze. A volte ci sono collegamenti diretti, personali, magari fra vicini di casa o fra compagni di scuola, se non fra ex fidanzati, tra vittime e istigatori.
Ed è su questo punto che si muovono le indagini su episodi considerati più concreti. Le prove descritte dalle vittime sono le più varie, ma nella maggior parte dei casi sono – secondo gli accertamenti investigativi – conseguenza di stati d’animo e problemi psicologici pregressi. Molti ragazzini al centro di tentativi di autolesionismo o con inclinazioni suicide sono finiti in ospedale. Fra loro una quindicenne di Fiumicino salvata dopo l’allarme di un’amica – «Aveva intenzione di mettere la testa sui binari e aspettare il treno» —e di un coetaneo romano che ha raccontato di minacce ai suoi familiari da un istigatore online che lo aveva preso di mira nel caso non avesse obbedito ai suoi ordini.
I consigli
A maggio il commissariato online della polizia ha definito il Blue Whale «una pratica che può suggestionare i ragazzi ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo sino ad arrivare al suicidio». I genitori sono stati esortati a «confrontarsi con i ragazzi su quello che i media dicono su questo fenomeno, prestare attenzione a cambiamenti repentini di rendimento scolastico, socializzazione, ritmo sonno veglia, parlare di Blue Whale senza esprimere giudizi e segnalare subito casi sospetti». L’appello agli adolescenti è quello di denunciare «chi cerca di indurti a farti del male, a uccidere animali, a rinunciare alla vita». Con l’avvertimento: «Non è un gioco, non sei obbligato a proseguire, chiedi aiuto».