Corriere della Sera, 10 giugno 2017
Londra, Theresa May non molla e si allea con i nordirlandesi. «Vi daremo certezze»
Londra «Theresa May resta al suo posto ma non resta al potere»: la frase di un alto esponente conservatore riassume la situazione al vertice del governo britannico. La premier esce con le ossa rotte da un’elezione che lei stessa aveva voluto per accrescere la sua maggioranza, ma che le si è ritorta contro come un boomerang: le urne hanno restituito un Parlamento in cui nessun partito è in grado di governare da solo. Hubris, avrebbero detto i greci, tracotanza: inesorabilmente punita dal Destino.
Theresa May prova ora a restare in sella contando sull’appoggio esterno degli unionisti protestanti nordirlandesi, il partitino dell’Ulster. A mezzogiorno ieri è andata a Buckingham Palace per dire alla Regina che i conservatori, in quanto partito di maggioranza relativa, sono legittimati a continuare a governare. «Quello di cui il Paese ha bisogno è certezza», ha affermato poi davanti al portone di Downing Street. «Ed è chiaro che solo i conservatori e gli unionisti hanno la capacità di fornire quella certezza», ha sostenuto.
La premier si è poi scusata con i deputati che hanno perso il posto a causa del suo azzardo e ha promesso di «riflettere» sul risultato elettorale. Ma per il momento non sembra avere intenzione di farsi da parte, nonostante le richieste di dimissioni arrivate subito dal capo dei laburisti Jeremy Corbyn e dalla leader dei nazionalisti scozzesi Nicola Sturgeon, oltre che da qualche esponente filoeuropeo degli stessi conservatori.
Ma è evidente che Theresa May è ormai una leader ad interim, con una scadenza di pochi mesi al massimo. Il suo partito non l’ha ancora defenestrata per non aggiungere ulteriore instabilità a un momento già caotico: ma le lame dei congiurati si stanno affilando e al primo inciampo parlamentare Theresa potrebbe essere accompagnata alla porta.
In quel caso i laburisti si sono già proposti per la formazione di un governo di minoranza che andrebbe a cercare di volta in volta i voti in Parlamento. Ma non sembra uno scenario verosimile, mentre c’è chi evoca già la possibilità di nuove elezioni, che vedrebbero la sfida tra Corbyn e un diverso leader conservatore, magari Boris Johnson, l’attuale ministro degli Esteri ed ex sindaco di Londra.
Quel che è certo è che la Gran Bretagna, già pilastro di stabilità politica grazie anche al suo sistema elettorale maggioritario, è entrata in una fase di estrema volatilità. È un’onda lunga che parte dal 2010, quando già allora i conservatori senza maggioranza formarono un governo di coalizione con i liberaldemocratici. E pure due anni fa i Tories l’avevano spuntata per un soffio. Uno scenario ormai «italiano», verrebbe da dire, in controtendenza con quel vento di stabilità che soffia in Europa, dalla Francia di Emmanuel Macron alla Germania di Angela Merkel.
Il voto di giovedì è stato letto anche come una sconfessione della «hard Brexit», la versione estrema del divorzio dall’Europa che Theresa May stava cercando di imporre al Paese: uno scenario che vedeva la Gran Bretagna fuori dal mercato comune e dall’unione doganale, oltre che sottratta alla giurisdizione della Corte europea. Non è un caso che i conservatori siano andati male proprio nelle aree che più si erano espresse a favore della permanenza nella Ue al referendum dello scorso giugno. E che i giovani, che si sono sentiti derubati del loro futuro in Europa, abbiano plebiscitato i laburisti, visti come fautori di una Brexit «morbida».
Anche gli unionisti dell’Ulster, prossimi partner di maggioranza, sono pro-Brexit ma temono il ritorno di un confine fisico con la Repubblica d’Irlanda in caso di divorzio netto. E fra i possibili candidati alla successione di Theresa May ci sono l’attuale cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond e la ministra dell’Interno Amber Rudd, visti come più pragmatici nei confronti dell’Europa.
Il problema è che ormai la premier è in trappola. Se pure dovrà tenere conto di questo voto in qualche modo «europeista», dovrà pure evitare di inimicarsi la fazione euroscettica del suo partito, già sul piede di guerra.
Il rischio maggiore allora è lo stallo e il «crash», il fallimento dei negoziati: con l’uscita disordinata della Gran Bretagna dalla Ue, senza nessun accordo che regoli i rapporti futuri. Uno scenario particolarmente temuto dai mercati.
Ma non è solo la politica britannica a essere lacerata. Un Paese che si è sempre fatto vanto dello spirito di unità nazionale si trova diviso su barricate ideologiche opposte.
Se nei decenni scorsi conservatori e laburisti gareggiavano per conquistare il centro, offrendo varianti delle stesse politiche di fondo, oggi si presentano entrambi all’elettorato come partiti attestati su posizioni estreme: metà dei britannici detesta ideologicamente quello che pensa l’altra metà, senza compromessi. Uno scisma che è frutto anche della spaccatura sull’Europa. La scossa della Brexit continua a provocare onde alte.