Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1977  febbraio 12 Sabato calendario

Un giornalista sotto processo

L’occupazione dell’Università è diventata «festa continua». Dopo la festa popolare di giovedì, ieri di nuovo, nei viali c’era musica, scritte per terra, gente che ballava. È il punto di raccolta, ormai, del «fronte del rifiuto»: agli studenti che protestano per la riforma si sono aggiunti, i freak, i disperati, tutti quelli che la città ha spinto ai margini, tutti quelli che vivono alienati nelle piazze e nelle strade di periferia. È un cocktail esplosivo, difficile da egemonizzare politicamente, che subisce la suggestione del disperato tentativo di «riprendersi la vita» in ogni modo, con tutti i mezzi. È stato per questo che giovedì sera un gruppetto ha sfondato le porte della cappella universitaria, sostenendo che doveva diventare un centro autogestito dei giovani. Ci sono stati danni. Voci allarmate parlano di arredi trafugati, crocifissi portati in processione per beffa, ma gli occupanti smentiscono e prendono le distanze politicamente da quello che è successo. «L’assemblea che si è riunita subito dopo», è stato spiegato, «ha condannato a stragrande maggioranza questa azione che può isolare il movimento ed esporlo alla repressione». I danni poi, secondo gli occupanti, sono limitati a qualche banco gettato in terra. Ieri c’è stato un incontro tra il rettore e il comitato di lotta dei «disoccupati laureati». Il rettore ha assicurato che martedì sarà data una risposta alla piattaforma che gli è stata presentata. Il lavoro delle commissioni intanto continua, mentre si discutono i modi per proseguire l’occupazione. A Scienze politiche lunedì riprende la didattica. Lettere decide nella notte il suo atteggiamento. A notte si è riunito anche l’intercollettivo: il problema è il modo di continuare l’agitazione, visto che l’occupazione non potrà durare all’infinito. Intorno a Farmacia gli studenti stanno svolgendo un’inchiesta sui farmaci dannosi e sui legami tra baroni e case farmaceutiche. L’occupazione politica continua a lavorare ma c’è anche chi spinge verso la disgregazione.
Giovedì sera, intanto, c’è stato un «processo» al giornalista dell’Unità, Duccio Trombadori. Nato quasi da uno scherzo (nel pomeriggio la controinformazione aveva filmato un dibattito fra gli occupanti e un redattore di Paese Sera e uno del Corriere, un dibattito polemico ma scherzoso e informale), il «processo» a Trombadori si è trasformato in un contraddittorio serrato fra il giornalista e la assemblea. Il testo di parte di questo dibattito è un documento interessante per capire le critiche che questi giovani fanno al Pci, ai giornali, alle istituzioni, ma anche per comprendere a fondo quanto questo «fronte del rifiuto» sia disperato e disposto a lottare contro tutti.
La scena è quella dell’aula prima di Lettere, gremita di studenti. Trombadori, riconosciuto tra la folla, ha accettato il contraddittorio.
Tra gli slogan più duri e provocatori contro il Pci dell’ala «autonoma» cominciano le contestazioni.
Trombadori: «Accetto il processo purché sia un processo tra virgolette e che io non venga condannato sul posto, ma in contumacia».
Uno studente: «Cosa intendi per provocatore?».
Trombadori: «A mio modo di vedere si possono definire provocatori quei gruppi e quelle persone che si rifiutano di confrontarsi con le altre organizzazioni politiche per trovare delle linee comuni e che invece trascendono in azioni che mettono in condizione la polizia di reprimere il movimento».
Uno studente: «Secondo te Paolo e Daddo (i due feriti di piazza Indipendenza – n.d.r.) sono provocatori?».
Trombadori: «Non credo che Paolo e Daddo siano dei provocatori».
Uno studente: «E allora come li chiama l’Unità?».
Trombadori: «L’Unità non li ha mai definiti tali».
Uno studente: «E tu non ti senti in questo momento un provocatore?». Applausi dell’assemblea.
Altro studente: «Noi non abbiamo i mezzi che hai tu. Noi non abbiamo il giornale. Te lo diciamo in faccia che sei un provocatore».
Trombadori: «Non mi sembra di essere venuto in questa assemblea per dividere né tantomeno per promuovere delle azioni che possano pregiudicare il movimento».
Studente: «Dopo aver visto le assemblee di questi giorni, perché le hai viste tutte, tu pensi che il movimento si possa dividere? Non hai capito niente».
Trombadori: «Penso che il movimento stia andando avanti. Oggi l’atmosfera è diversa. Diversa rispetto a quella che c’era, tanto per intendersi, prima di domenica. Quello che sta avvenendo in questa aula, dimostra che la situazione è cambiata. Il confronto...».
Studente: «Che ne pensi dei 40.000 provocatori che c’erano ieri in piazza?» (1).
Trombadori: «Non ho mai scritto di 40.000 provocatori».
Studente: «Perché hai scritto che eravamo poche decine a occupare l’Università?».
Trombadori: «Una scappatoia diplomatica l’avrei. Diciamo che sabato notte eravate in pochi. Riconosco che il modo in cui l’Unità ha valutato la situazione non è stato giusto. È stata incapace di valutare le condizioni del movimento».
Studente: «Gli articoli li ho letti, voglio sapere perché ci avete bollati da provocatori e fascisti».
Trombadori: «Mi è stata chiesta la mia opinione sul movimento... (dal fondo qualcuno grida: «altrimenti non ti avremmo chiamato». Segue un’altra interruzione: «Vorrei sapere se scrivere bene falsità è la condizione per lavorare nei giornali»)... Rispondo, non so cosa significhi scrivere falsità» (fischi).
Studente: «Vorrei sapere se il ripensamento del Pci è un fatto politico o se è solo un cavalcare la tigre delle assemblee».
Trombadori: «Non abbiamo cambiato opinione, abbiamo sottovalutato la natura dell’occupazione e del processo di lotta che stava avvenendo, inoltre c’erano rapporti tesi fra alcune forze che hanno promosso l’occupazione e alcuni compagni di unità democratiche». (La lista del Pci all’Università, n.d.r.).
Studente: «Sabato vi siete sbagliati, domenica pure, oggi però l’Unione è stato l’unico giornale a non pubblicare una foto della manifestazione. Nel titolo non si parlava degli studenti che hanno manifestato. In cronaca si parlava della manifestazione al Maestoso. (2) È una scelta precisa redazionale».
Trombadori: «Ritengo un diritto dei giornali valutare i fatti... (interruzione: «Non nascondere e deformare»)... Voglio sapere perché il compagno non ha detto che i due fatti più importanti della giornata io li ho messi nel mio pezzo. Erano l’incontro Ruberti-Andreotti... (3)».
Uragano di fischi, urla: scemo scemo. Il dibattito riprende più tardi.
Studente: «Vengo dal Pdup, fino a che ero lì facevo parte per voi dello schieramento di classe. Ora simpatizzo con l’area dell’autonomia. Sono un provocatore?».
Trombadori: «Sei un provocatore nella misura in cui alle manifestazioni aggredisci altri compagni, se usi armi da fuoco, se non ti metti sul terreno della ricerca e del confronto e dell’unità con le forze democratiche».
Dopo un dibattito sul ruolo del Pci nelle occupazioni della casa («Voi non ci venite e le condannate» accusavano alcuni) si riprende più tardi con un’altra domanda.
«Quali sono i covi che volete vengano chiusi?».
Trombadori: «I covi fascisti in primo luogo, poi i centri che si mettono sul terreno della provocazione e che vengono utilizzati da forze estranee al movimento operaio...».
Studente: «Parli dell’antiterrorismo, dell’Sds, delle squadre speciali o di chi si difende dai fascisti in modo militante?».
Trombadori: «L’unica difesa militante è far applicare la Costituzione... (fischi, urla, proteste...) nata dalla Resistenza e dalla classe operaia».
Studente: «Queste cose le dice anche la Dc».
Trombadori: «La Dc la Costituzione non l’ha applicata».
A questo punto Trombadori domanda al movimento se, come nel ’68, c’è stata una analisi politica precisa. «Vorrei capire bene», dice, «Vorrei capire gli obiettivi di questa lotta, perché noi comunisti vogliamo dialogare con tutte le forze disponibili al confronto e all’unità».
Dal fondo dell’assemblea vengono poste nuove domande sulle occupazioni delle case, sulla Nato, tutte in chiave molto polemica con il Pci, accusato in sostanza di non lottare. C’è molta confusione e il gruppetto degli autonomi riprende a scandire slogan anti-Pci. Alla fine Trombadori viene condannato ed espulso per le sue «deliranti affermazioni». Trombadori, ormai chiaramente sfinito e provato dal contraddittorio che è stato lungo e in alcuni casi troppo acceso, scherzosamente ha chiesto di ricorrere in «appello e in cassazione». È uscito sotto un uragano di fischi.
Note: (1) Giovedì 10 febbraio avevano scioperato e manifestato, dando vita a un corteo di 40 mila persone, i giovani aderenti a Fgci, Pdup, Ao e sindacati. Il giorno prima, mercoledì 9, s’era invece svolta – sempre a Roma – una manifestazione di pari forza organizzata dai collettivi universitari. (2) La manifestazione contro il fascismo, promossa dalle forze della sinistra storica, a cui aveva partecipato, tra gli altri, anche il sindaco Argan. (3) L’incontro tra Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, e Antonio Ruberti, rettore dell’università da appena un anno, s’era svolto mercoledì 9 febbraio. Andreotti aveva promesso misure atte a fermare «i violenti e gli armati». Ruberti aveva sollecitato la costruzione della seconda università a Tor Vergata.


Interviste di Clara Valenziano alle Universitarie femministe riunite nell’aula magna di Chimica a Roma

la Repubblica, 10 febbraio 1977


«Nell’assemblea il modo dei maschi di fare politica è quello tradizionale. Ognuno porta le posizioni del suo gruppo e non si preoccupa affatto di confrontarsi veramente con le posizioni degli altri. Ogni gruppo ha in testa solo la preoccupazione di egemonizzare gli altri, prendere la testa del corteo e dichiararsi più forte». 
«E, allora, noi perché non andiamo all’assemblea e denunciamo che questo tipo di politica, questa violenza ci prevarica?». «Perché c’è troppa demagogia. Non avete visto come «gonfiano» il movimento? La loro assemblea è diventata la passerella dell’occupazione». Una femminista di Fisica racconta: «Sono stata in facoltà due giorni. Ho dei motivi personali per lottare contro il governo Andreotti. Eppure, sono scappata via perché era una cosa allucinante. Gli «autonomi» si sono investiti della parte del padre autoritario. Hanno chiuso i cancelli e hanno decretato: Qui non entra il Pci, qui non entrano quelli che fumano, non entrano quelli che fanno all’amore. Qui si fa questo e si fa quello. Allora me ne sono venuta qui. L’università non la lascio, perché le prime vittime della disoccupazione, saremo proprio noi. Propongo che si partecipi alla manifestazione». «Non sono d’accordo. È vero che il movimento delle donne ha sostenuto anche lotte difensive, come è stato per l’aborto. Ma la manifestazione con i compagni, no!, non possiamo negare i nostri problemi».
A questo punto, una dopo l’altra prendono la parola delle ex universitarie: «Ho quasi trent’anni: non trovo lavoro, non trovo casa, sono venuta qui perché ho voglia di scendere in piazza, contro questa insopportabile prospettiva di miseria».