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 1977  febbraio 03 Giovedì calendario

«Hanno sparato è un macello»

Un giovane agente di polizia in fin di vita (un colpo di pistola gli ha trapassato la scatola cranica e i medici disperano di poterlo salvare), due studenti gravemente feriti a colpi di mitra (anche loro rischiano di morire e i sanitari non hanno ancora sciolto la prognosi) sono il bilancio della sparatoria improvvisa, violenta, confusa, drammatica, avvenuta a piazza Indipendenza alle 11.30 di ieri, momento culminante di una giornata che era facile prevedere cruciale per l’ordine pubblico a Roma.
La tensione cresceva già da un paio di giorni. Dopo mesi di assenza dalla piazza i fascisti erano ricomparsi all’Università con una serie di assalti e provocazioni che confermavano la nuova strategia della violenza destinata a rilanciare in qualche modo la linea dura dello squadrismo romano. Avevano colpito prima alla Casa dello studente, con un assalto notturno all’arma bianca, a colpi di bastone e chiavi inglesi: poi l’altro ieri nella città universitaria, senza che la polizia facesse nulla per fermarli, avevano sparato contro gli studenti democratici. Un ragazzo, Guido Bellachioma, era stato ferito alla nuca. Era stata quasi un’esecuzione (Bellachioma è ancora in pericolo di morte all’ospedale) che aveva suscitato rabbia, sdegno, indignazione e soprattutto nei più giovani, la voglia di lottare, anche fisicamente, contro i fascisti, di vendicare in qualche modo il compagno ferito.
Così ieri mattina mentre a bordo di vespe, motorini, sugli autobus o in macchina, gli studenti andavano all’appuntamento indetto dai sindacati e dalle forze politiche di sinistra all’Università era facile immaginare che non sarebbe stata una giornata facile. I fascisti erano asserragliati nelle loro sedi, in qualche caso schierati con caschi e randelli, ma la polizia era stranamente assente dai punti chiave della città. C’era invece un gran viavai di auto «civetta», di agenti in borghese, di quelli in eskimo e sciarpa rossa, vestiti in «uniforme da extraparlamentare» per confondersi tra la folla.
La manifestazione nel piazzale dell’ateneo era fitta fitta di giovani di tutte le forze politiche (Pci, Pdup, Avanguardia Operaia, socialisti, Lotta Continua, Autonomia Operaia), e si avviava verso la sua conclusione quando, come era largamente prevedibile, il settore più duro dei militanti dei gruppi ha lanciato la parola d’ordine: «A Sommacampagna, a bruciare il covo dei fascisti». Una parola d’ordine non nuova, tanto che esiste persino una canzoncina, coniata qualche anno fa sul tema dell’incendio di via Sommacampagna, che fra tutte le sedi del Fronte della Gioventù (i giovani squadristi missini) è una delle più tristemente note, e odiate.
Il corteo (quattro o cinquemila persone) è partito indisturbato dall’Università, tallonato alla lontana da un paio di camion della Celere. Gli slogan quelli di sempre: «Almirante a testa in giù ci piace di più». «Contro le squadre di Almirante antifascismo militante». Dall’università il corteo è arrivato a viale Castro Pretorio, compatto e «molto combattivo».
C’erano giovani di tutti i gruppi, anche se ufficialmente né Avanguardia Operaia né il Pdup avevano aderito a questa manifestazione, ma largamente egemoni erano gli «autonomi» e Lotta Continua.
Da viale Castro Pretorio il corteo ha piegato a sinistra per via San Martino della Battaglia, dove affaccia via Sommacampagna. Schierati a difesa della sede missina c’erano solo un commissario e sette agenti. Uno schieramento troppo esiguo per non essere spazzato via dall’assalto di una cinquantina di giovani che, col fazzoletto sul viso, armati di bottiglie incendiarie ha tentato di dare alle fiamme la sede del Fronte.
Ore dopo il questore di Roma, conversando con i giornalisti, ha dichiarato che lo schieramento di via Sommacampagna era più che sufficiente, visto che la manifestazione non era «né autorizzata, né prevista, né prevedibile».
Comunque sia, le molotov sono andate quasi tutte a segno e da via Sommacampagna si è alzato un nuvolone nero, visibile anche a diverse centinaia di metri. C’è chi afferma che i fascisti asserragliati nella sede avevano sparato sul corteo, la polizia smentisce questa notizia, diversi studenti intervistati hanno confermato di aver visto i missini sparare anche da automobili che giravano nella zona.
La Celere che scortava il corteo ha caricato in via San Martino della Battaglia dopo i primi incidenti, una carica breve che ha spezzato il corteo in due tronconi. Una parte di studenti ha cercato di riguadagnare la strada che porta all’Università, altri invece incitavano i compagni a continuare il corteo. «Non vi fermate, andiamo a piazza Indipendenza, compagni il corteo non si scioglie».
E infatti gran parte del corteo ha ripreso a sfilare girando a sinistra, appena arrivati in piazza Indipendenza, verso il Consiglio superiore della magistratura. Al centro della piazza un gruppo di giovani dirottava il traffico verso via Castelfidardo, ed è stato proprio questo gruppo di giovani che si è trovato al centro dell’episodio più grave, che ha dato il via alla sparatoria.
Un’auto civetta dell’ufficio politico infatti ha tentato di forzare questo blocco. In un attimo molti giovani si sono fatti intorno alla 127 bianca con dentro due agenti in borghese e qualcuno ha vibrato un colpo di spranga al parabrezza dell’auto. Sembrava un incidente da nulla, una di quelle cose spiacevoli che avvengono ai margini della manifestazione e invece ha preso di qui il via la tragedia. In una rapidissima successione di sequenze, gli agenti sono scesi dalla 127 bianca, hanno tirato fuori le armi, è echeggiata una raffica di mitra, poi uno dei due poliziotti si è accasciato al suolo con un buco in fronte, i piedi girati verso l’auto, bocconi, la testa rivolta verso via San Martino della Battaglia.
Chi ha sparato contro l’agente Domenico Arboletti? È difficile stabilirlo: le testimonianze sono diverse, e non concordano pressoché su nulla. Andiamo per ordine, c’è chi sostiene che a sparare contro l’agente sia stato il gruppetto che aveva circondato l’auto (quindi i dimostranti); c’è chi invece afferma che a sparare contro l’agente è stato un gruppetto di persone in abiti civili, con un fazzoletto bianco al braccio, fermi vicino alla sede della Regione; ci sono poi quelli di Autonomia Operaia che sostengono che a sparare siano stati agenti in borghese scesi da un’altra automobile (una Fiat 128). Certo è che appena l’agente è caduto, il suo compagno ha cominciato a sparare con una machine- pistole verso il gruppetto dei dimostranti, mentre altri colpi di pistola echeggiavano in altri punti della piazza, che secondo diversi testimoni era fitta di agenti di polizia armati e in borghese (cosa facevano questi agenti lontani dall’obbiettivo della manifestazione?).
Da quel momento in poi, sotto gli occhi di passanti e testimoni allibiti che cercavano rifugio dietro le automobili, è proseguita la sparatoria. Un giovane con una pistola a tamburo in pugno correva verso l’istituto magistrale Alfredo Oriani, sul lato della piazza, con lui c’era un altro dimostrante. All’improvviso uno dei due è crollato al suolo. Il compagno ha tentato di rialzarlo, lo ha rimesso in piedi, lo ha aiutato a camminare. Ha fatto pochi passi e di nuovo è caduto, mentre tutto intorno ancora echeggiavano i colpi di mitra sparati alla rinfusa dagli agenti in borghese.
Questi colpi sono finiti un po’ dappertutto (anche al primo piano dell’edificio in cui si stampa il nostro giornale), hanno ferito passanti, mandato in pezzi vetrine e cristalli d’auto, mentre un drappello di carabinieri assisteva impassibile alla sarabanda.
Il giovane ferito, caduto a terra per la seconda volta, secondo alcuni testimoni avrebbe dato la pistola al compagno che soccorreva e che poi è fuggito. Il breve dialogo fra i due deve essere stato drammatico e il ferito con tutta probabilità ha cercato di salvarsi dalle accuse più gravi consegnando al compagno la sua pistola.
Con questa specie di pericoloso «testimone» consegnatogli dal compagno, l’altro dimostrante è fuggito fino al limite dei giardini che sono sulla piazza, poi ha gettato la pistola che è stata raccolta da un agente e riportata a poca distanza dal ferito. Intanto, intorno al poliziotto morente e al ragazzo caduto davanti all’Oriani, si raccoglieva una piccola folla. Mentre l’agente veniva portato via quasi subito da un’auto della polizia, per il dimostrante bisognava aspettare l’ambulanza. Sono passati minuti lunghissimi. Un agente, che è riconoscibile in diverse foto, ha preso a calci il giovane dimostrante che era ormai in una pozza di sangue. L’odio, la violenza, erano padroni della piazza ed è passato del tempo prima che qualcuno intervenisse a fermare l’emorragia del ragazzo con una cinghia legata intorno alla gamba ferita (forse un’arteria è stata recisa dal colpo di mitra).
Pochi attimi prima, coperto da un autobus, quasi sull’altro lato della piazza anche il secondo dimostrante ferito era stato centrato da una raffica di mitra fra il gluteo e la schiena. In tasca gli avrebbero trovato una pistola calibro 7,65 (l’arma dell’altro è una Smith e Wesson calibro 38 a tamburo). Anche contro questo ferito si è scagliato un agente che voleva vendicare il compagno. In una foto il poliziotto in borghese punta una pistola sul giovane che è a terra, trattenuto da un altro poliziotto.
I due dimostranti feriti sono Leonardo Fortuna, 22 anni, e Paolo Tommasini, 24 anni.
La vita è ripresa nella piazza solo al termine della sparatoria, ma è stata un’altra volta una vita convulsa, strozzata dall’ansia, dalla paura, come quella delle studentesse e degli studenti dell’Oriani, dove la polizia è entrata con le armi in pugno alla caccia di altri dimostranti, come quella di un pensionato che si è avvicinato a un funzionario di polizia affermando di aver visto tutto, di aver visto che gli agenti si erano sparati fra loro, e che è stato preso a schiaffi e portato in questura.
Intanto i pochi dimostranti rimasti nei pressi della piazza sono tornati all’Università e ai compagni hanno raccontato quello che era successo. «Hanno sparato, ci sono un sacco di morti, è successo un macello». Subito è stata indetta una assemblea per il pomeriggio e già qualcuno voleva uscire di nuovo in corteo dall’Università. Davanti ai cancelli, minacciosa, stava schierata la Celere. Qualcuno, temendo che caricasse, ha preparato frettolose barricate per bloccare il cancello principale, come negli anni più roventi della contestazione, poi sono prevalsi gli appelli alla calma, ma non è difficile prevedere che i prossimi saranno per Roma giorni difficili.


Gaber e gli autoriduttori di Tiziana Bottazzo

la Repubblica, 29 gennaio 1977

«È difficile far capire alla gente che questi autoriduttori non portano un messaggio rivoluzionario, ma fanno solo casino, impediscono di far politica attraverso lo spettacolo, e in più forniscono alla polizia l’alibi per intervenire. A me non resta che cantare sotto scorta o andarmene». Al caffè all’angolo, a due passi dal teatro Trianon, Giorgio Gaber, severamente in blu, il viso pallido e affilato incorniciato dalla sciarpa di lana gettata casualmente sul giaccone alla marinara, è smarrito, nervoso, incerto. Davanti al quarto caffè del pomeriggio avverte subito che «per coerenza» non vuole rilasciare interviste. Ma desidera parlare, raccontare, confrontarsi, chiedere un parere. «Sì, mollo tutto. Questa sera me ne vado a Roma. E poi? Poi farò il ragioniere. Per me va benissimo, ma è giusto per la gente che ha tutto il diritto d’andare ad assistere ad uno spettacolo?».
Dopo Mestre (gli autoriduttori erano intervenuti e lo spettacolo era stato sospeso) e Padova la scorsa settimana (regolari spettacoli al Comunale sotto la discreta protezione della polizia), la compagnia sperava che a Roma le cose andassero diversamente. La scelta è caduta sul Teatro Trianon, nella città-dormitorio del Tuscolano, dove il basso costo dell’affitto del locale permetteva di contenere il prezzo del biglietto (2500 platea, 1500 galleria) e dove Gaber poteva presentare il suo show politico: uno spettacolo nei contenuti estremamente corrosivo e contestatario, «alla sinistra dell’estrema sinistra», che distrugge in un’ironia disperata la Dc come il Pci e i gruppi. Nella forma sofisticata e smagliante con richiami ad Adorno, alla Scuola di Francoforte, a David Cooper (1), della «distruzione della famiglia». E il punto d’approdo di un discorso iniziato anni fa quando Gaber cantava Libertà è partecipazione, «castigando» allo stesso tempo gli atteggiamenti dei giovani studenti del bar dell’Università statale di Milano, ribattezzato il «bar Casablanca».
Ma il tentativo è fallito. Gli autoriduttori penetrati discretamente la prima sera dopo un lungo pour-parler con Casellato, impresario di Gaber, sono intervenuti ancora più numerosi la sera successiva e con la chiara intenzione di distruggere lo spettacolo. Hanno letto un volantino ed esigevano, nonostante il tutto esaurito, posti a sedere anche per loro. Non ce l’hanno con Gaber per quello che esprime, ma pretendono di fare loro stessi lo spettacolo sul palcoscenico «perché gli stonati sono solo un’invenzione borghese».
Ieri, poi, l’aut-aut della polizia: «Noi dobbiamo garantire l’ordine pubblico: qui ci sono stati tafferugli. Se Gaber vuole cantare, gli piaccia o non gli piaccia, noi dobbiamo presidiare il teatro».
«Ed io», conclude Gaber, «non canto protetto dalla polizia: torno a fare il ragioniere».
Note: (1) David Cooper, psichiatra (o, come lui stesso si definiva, antipsichiatra) sudafricano, molto in voga in quel momento. Faceva risalire alla famiglia tutti i tipi di nevrosi.