Dieci anni di Repubblica, 10 giugno 2017
I giorni delle P38
La sera del 20 febbraio 1977 il brigadiere di pubblica sicurezza Dino Ghidini e l’appuntato Adriano Comizzoli erano di pattuglia nell’hinterland milanese. Girarono un po’ per Settimo Milanese, percorsero la statale 11 e, giunti davanti al ristorante Olonella (località Cascina Olona), si fermarono per eseguire qualche controllo. Poco prima delle 10 bloccarono una Simca. La guidava un giovane, al suo fianco una ragazza. I due agenti fecero scendere l’uomo che era al volante, gli controllarono i documenti, tutto sembrava in ordine, ma qualcosa non li convinceva. Stavano per perquisire la macchina, quando il giovane estrasse una pistola e sparò. Il brigadiere Ghidini morì sul colpo, l’appuntato Comizzoli fu portato in fin di vita all’ospedale. Arrestato, l’assassino, Enzo Fontana di 25 anni, si dichiarò «prigioniero politico di sinistra». Interrogata, la sua ragazza non fece che ripetere: «Non so. Non riesco a capire». La polizia perquisì la macchina e sul sedile posteriore trovò parecchi fogli con la stella a cinque punte delle Brigate Rosse stampata nell’intestazione.
Fu questo il primo delitto di terrorismo del 1977, un anno che è forse poco definire tragico. Nel ’77 furono compiuti duemila e 128 attentati terroristici (contro i mille e 198 del ’76), gambizzate trentadue persone, uccisi poliziotti, militanti politici, giornalisti, avvocati (Settimio Passamonti, Walter Rossi, Benedetto Petrone, Carlo Casalegno, Fulvio Croce). Ben scarso fu, alla fine dell’anno, il bilancio che presentarono carabinieri e polizia: le persone denunciate perché ritenute autrici o complici di attentati furono in tutto 113, meno che nel 1976. Questo nonostante lo schieramento di forze, da parte dello Stato, non fosse da sottovalutare: 83 mila carabinieri, 75 mila poliziotti, 45 mila guardie di Finanza, 13 mila agenti di custodia.
Ad ogni atto terroristico o paraterroristico, il governo o i segretari dei partiti si riunivano e promettevano piani o misure d’emergenza per affrontare il problema dell’ordine pubblico. Così fu dopo la contestazione di Lama all’università di Roma, dopo lo stillicidio di evasioni delle carceri, dopo l’assassinio di due agenti a metà marzo, dopo la morte dell’agente Passamonti un mese dopo. Ma se si tirano le somme, questi vertici o consigli dei ministri o riunioni ristrette ad altissimo livello produssero assai poco: la decisione di affidare al generale Dalla Chiesa il presidio delle carceri, uno stanziamento di duecento miliardi per aumentare gli stipendi a poliziotti e carabinieri, la proibizione (nel periodo 25 aprile – 31 maggio) di tutte le manifestazioni, l’acquisto di un certo numero di autoblindo e di giubbotti antiproiettili, la proibizione dell’uso del telefono e della corrispondenza con terzi ai detenuti, la chiusura dei «covi» di via dei Volsci a Roma e del circolo Cangaceiro a Torino, la rimozione di Migliorini da questore della capitale e la sua sostituzione con Emanuele De Francesco.
Interventi episodici e largamente al di sotto delle urgenze del momento, che venivano decisi mentre i poliziotti si riunivano a Roma per fondare il loro sindacato alla presenza di Cgil-Cisl-Uil, i democristiani chiedevano la reintroduzione del fermo di polizia e i socialisti vi si opponevano con forza, il ministro della Giustizia Bonifacio veniva messo di continuo sotto accusa per la sua debolezza e Pannella tuonava dalla televisione contro il ministro dell’Interno Cossiga suscitando – a seconda di chi ascoltava – emozione o sdegno.
Proprio Cossiga diede il giudizio più illuminante della situazione. Intervistato alla fine di aprile, poco dopo il delitto Passamonti, disse che per risolvere i problemi dell’ordine pubblico occorrevano «denaro e consenso politico». Un’allusione chiarissima alla questione dei rapporti con i comunisti, del loro ingresso nella maggioranza di governo.
L’ingresso dei comunisti nell’area di governo era condizionato da quattro questioni: a) l’atteggiamento del Pci in ordine ai problemi sollevati dal terrorismo; b) i suoi legami con l’Unione sovietica; c) la capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica; d) la caduta del veto americano.
A parte il terrorismo vero e proprio non potevano esserci dubbi neanche sull’atteggiamento dei vertici del Pci nei confronti di quell’area di contestazione e di dissenso violento che aveva al suo centro l’Autonomia e intorno tutta una serie di gruppi e gruppuscoli. Il 25 febbraio, due settimane dopo la contestazione a Lama, parlando al Palasport nel corso di una manifestazione in onore di Luis Corvalan Berlinguer disse che quell’Italia gli ricordava il ’19, frase che suscitò polemiche accese all’interno dello stesso Pci (tra cui un battibecco tra Amendola e Lombardo Radice in un famoso Comitato centrale di metà marzo, al termine del quale Giancarlo Pajetta prese la parola e affermò con decisione: «Non siamo nel ’19»). Ancora più duro fu il segretario a settembre, mentre si svolgeva il convegno di Bologna sulla repressione: usano la parola «autonomia» – disse in sostanza – perché la parola «fascismo» non è più presentabile.
È presto per parlare di «strappo» dall’Unione sovietica ma certo già nel ’77 le posizioni di Botteghe oscure appaiono notevolmente lontane da Mosca. I sovietici misero sotto accusa il segretario del partito comunista spagnolo, Santiago Carrillo, autore di un saggio dal titolo L’Eurocomunismo e lo Stato in cui, tra l’altro, si affermava che lo stato immaginato da Lenin non s’era realizzato in nessun luogo. Mosca ribadendo che esisteva «un solo comunismo», affermava che Carrillo col suo libro minacciava «una scissione nel movimento operaio». Era facile attaccare Carrillo, capo di un partito a cui le recenti elezioni avevano dato meno di quanto sperava. Tutti intesero però che quelli veramente messi sotto accusa erano i comunisti di Berlinguer, i quali rischiavano di dimostrare la possibilità di dar vita a un «comunismo diverso».
La risposta di Berlinguer fu netta. Recatosi al Cremlino in occasione delle celebrazioni per i sessantanni della Rivoluzione d’ottobre, il segretario del Pci disse davanti ai capi dell’Urss schierati: «La nostra lotta unitaria – che cerca costantemente l’intesa con altre forze, d’ispirazione socialista e cristiana, in Italia e in Europa occidentale – è rivolta a realizzare una società nuova, socialista, che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo della vita sociale, culturale e ideale». Si guadagnò l’applauso più breve di tutta la cerimonia, cinque secondi appena.
La «politica dei sacrifici» fu sanzionata a gennaio, in una celebre assemblea di delegati sindacali riuniti all’Eur. In pratica, Lama aveva proposto che la difesa del salario venisse affidata unicamente al meccanismo della scala mobile. Qui vennero gettate le premesse per la firma del «patto sociale» siglato venti giorni dopo e che regolava indennità e scatti, festività, distribuzione delle ferie, turni, straordinari, mobilità, assenteismo, scale mobili particolari e quant’altro potesse servire a far scendere l’inflazione dal 22 al 13 per cento. Salari e liquidazioni vennero tagliati per 800 miliardi, l’aumento dell’Iva e dell’imposta di fabbricazione dei prodotti petroliferi (benzina esclusa) fornirono i mille e quattrocento miliardi necessari a fiscalizzare gli oneri delle imprese.
Se non è giusto far coincidere Pci e sindacato, è anche vero che i comunisti si assunsero in prima persona il peso politico di queste misure, al punto che Fernando Di Giulio paventò resistenza di due monocolori, «uno che funziona al governo e un altro che funziona nei rapporti con la gente».
Il «consenso» comunista in economia fu in effetti determinante, al punto che tra giugno e agosto il costo del denaro fu ridotto di tre punti e mezzo. Alla fine di luglio le riserve valutarie erano passate da 2,9 a 7,1 miliardi di dollari e la bilancia dei pagamenti aveva segnato un attivo di 935 miliardi. Inoltre gli aumenti dei prezzi all’ingrosso erano stati frenati al punto da destare preoccupazione in senso opposto, perché con un’inflazione scesa di colpo al 9 per cento (come fu quella di metà settembre) i livelli occupazionali venivano messi seriamente in pericolo. In realtà, a una politica economica portata avanti col «consenso» s’era intrecciata una fase di acuta recessione, con una caduta della produzione del 7,7 per cento. Comunque, all’estero i risultati conseguiti «in così breve tempo» dall’Italia furono giudicati molto lusinghieri e quando Andreotti quell’estate andò in America si vide festeggiato, oltre che da Carter, anche dai banchieri americani. Il presidente del Consiglio si tolse anche la soddisfazione di annunciare che l’Italia avrebbe pagato addirittura in anticipo la tranche di un vecchio debito italiano (risalente al ’74) che scadeva in settembre. Ottimo auspicio per il nuovo prestito concesso finalmente al nostro paese dal Fondo monetario internazionale, finalmente più certo delle garanzie che gli erano state presentate.
Il «consenso» non servì a dare una soluzione credibile al problema Montedison, esploso in tutta la sua gravità dopo le dimissioni di Eugenio Cefis. Cefis voleva scorporare dall’azienda tutte le attività finanziarie, bancarie e assicurative e si trovò contro, una volta tanto, il fido Gioacchino Albanese (che se ne andò) e, in consiglio d’amministrazione, niente di meno che Giuseppe Ratti. Lo scontro ebbe luogo nel consiglio di fine febbraio: Cefis fu messo in minoranza da Ratti e dai tre rappresentanti dell’Eni, uno schieramento dietro il quale stavano comunisti, socialisti, Banca d’Italia e lo stesso Andreotti. Pochi giorni dopo, il padrone della chimica italiana, colui che dominava incontrastato la Montedison dal 1971 – uno degli uomini più potenti d’Italia – se ne andò. Lasciava un’azienda in dissesto: 905 miliardi di saldo passivo, 1209 miliardi di debiti a breve termine, 1038 miliardi di debiti a media e lunga scadenza.
Infine anche l’ultimo veto all’ingresso dei comunisti nella maggioranza, quello che veniva dagli Stati Uniti, cadde. Negando tutto ciò che era stato affermato dalla coppia Ford-Kissinger, Carter fece sapere di non avere nessuna intenzione di interferire negli affari interni italiani. La dichiarazione ufficiale fu letta alla stampa dal portavoce della Casa Bianca il 6 luglio: «Noi crediamo» diceva «che la posizione di un partito comunista in un particolare paese sia una questione che debba essere decisa dal popolo e dal governo del paese interessato. Non abbiamo intenzione di intrometterci nei processi attraverso i quali essi raggiungono una decisione al riguardo».
L’evento di politica estera più spettacolare dell’anno (la visita in Israele del presidente egiziano Sadat) fu il risultato di una complessa partita diplomatica tra il nuovo presidente americano Carter e il nuovo primo ministro di Tel Aviv, Menachem Begin. Carter inaugurò una politica filoaraba in Medio Oriente con lo scopo evidente di favorire una soluzione negoziata del conflitto che lasciasse recitare agli Stati Uniti una parte di primo piano. Begin, naturalmente, non si mosse dalla posizione classica della diplomazia israeliana: nessun arretramento dai confini del ’67, niente «patria palestinese», nessun membro dell’Olp al tavolo di un’eventuale trattativa. Gli israeliani erano al massimo pronti a fare qualche concessione territoriale a egiziani e siriani, né si fecero spaventare da una dichiarazione congiunta russo-americana.
Così il viaggio di Sadat, che provocò una spaccatura grave all’interno del mondo arabo, fu nello stesso tempo il risultato di una svolta nella politica della Casa Bianca e anche il tentativo, da parte di Begin, di trovare una via negoziale alternativa, che in qualche modo alleggerisse la pressione americana.
Qualche ultima notazione. Nel ’77 con l’inaugurazione del colore in tv, si posero le premesse per il boom e la conseguente rivoluzione nel costume del paese. Presidente della tv di Stato – nei cui posti dirigenti entrarono per la prima volta i comunisti – fu nominato Paolo Grassi, già Sovrintendente alla Scala (e grande Sovrintendente).
La Juventus vinse il campionato, Moser il titolo mondiale di ciclismo su strada, la Ferrari con Lauda il titolo mondiale di Formula 1, il francese Michel Pollentier (un corridore di cui i non addetti hanno perso memoria) il Giro d’Italia.
L’anno si chiuse in mezzo a nuove difficoltà economiche (duecentomila metalmeccanici sfilarono a Roma il 2 dicembre) e in un clima di incertezza Forattini colse lo spirito dei tempi, disegnando, il penultimo giorno dell’anno, una vignetta nella quale un Berlinguer seduto sulla riva del fiume, osserva passare, portato dalla corrente, il cadavere di Giulio Andreotti.