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 2017  giugno 10 Sabato calendario

Biografia di Albet Camus

La peste, il romanzo di Albert Camus, di cui il 10 giugno ricorre il settantesimo della pubblicazione, non è solo una trasposizione fantastica dell’esperienza della generazione che ha vissuto la guerra del 1939-1945.
Pubblicato a Parigi per Gallimard, il romanzo è ambientato a Orano, città sulla costa algerina (dove Camus aveva trascorso l’infanzia), della quale si fa la cronaca della vita isolata da un cordone sanitario durante un’immaginaria epidemia di peste negli anni Quaranta. Edito e tradotto in Italia per Bompiani nel 1948, La peste si arricchisce adesso, sempre per Bompiani, di una seconda e rinnovata traduzione, in libreria a metà giugno.
Camus era nato a Mondovi (oggi Dréan) nella colonia francese d’Algeria, da padre alsaziano e madre di origine spagnola. Nel 1936 si era laureato in filosofia ad Algeri con una tesi su Plotino e Agostino. Già nel 1937 il suo esordio letterario testimoniava, secondo Charles Moeller, «la diffidenza di una sensibilità nordafricana, fiera e intensa» ( Letteratura moderna e cristianesimo) nei confronti delle utopie che, in nome dell’avvenire, negano la vita. Tanto più che aveva appena rotto col partito comunista algerino, in cui era entrato da qualche anno.
Sul banco degli imputati figurava però anche la speranza cristiana. Se non fosse che egli sosteneva che la sua incredulità era non «lo scetticismo della ragione di fronte al miracolo», ma «una incredulità appassionata». La scienza, che nega il miracolo, è invece la stessa del dottor Rieux della Peste, secondo il quale, di fronte alla morte degli innocenti, è meglio distogliere lo sguardo dal cielo dove Dio tace e lottare con tutte le forze contro la morte.
Delle idee del suo personaggio Camus condivide l’accusa di silenzio rivolta a Dio, ma non la fiducia esclusiva nello sforzo umano. La libertà del Caligola (1943) aveva, infatti, già dato prova di non essere in grado di sfuggire ai momenti assurdi del vivere: restava solo l’esempio di Meursault, il protagonista di Lo straniero( 1942), che rifiuta di pentirsi dell’omicidio di un arabo e intende la felicità come indifferenza verso il mondo, personificazione del Sisifo felice a riportare per l’eternità l’enorme masso di pietra in cima alla montagna ( Il mito di Sisifo, 1942).
Nella Peste, altri personaggi hanno atteggiamenti molto diversi da quelli del dottor Rieux: padre Paneolux sostiene che bisogna amare il dolore («Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe tutto negare?»), il giornalista Rambert, il quale, alla partecipazione alle organizzazioni sanitarie, preferisce pagare l’organizzazione che lo aiuti a fuggire da Orano per raggiungere la moglie in Francia. Ma «si può essere un santo senza Dio»? Questo è il «solo problema concreto», che Tarrou (l’uomo di legge che tiene un diario di appunti sulla peste) dice di conoscere. E la soluzione è forse contenuta, per Camus, nella risposta che Rambert vorrebbe dare a chi gli chiede il motivo della sua ostinazione a voler raggiungere la moglie: certo anche perché era bella, «ma era impossibile che fosse soltanto per questo». La moglie, si legge subito dopo, è una specie di sostitutivo del Dio nel quale egli non crede. Ed è sulla base del desiderio della presenza della moglie (o di Dio?) che, alla fine, Rambert decide di non partire, perché «ci può essere vergogna nell’essere felici da soli»: se non restava a Orano «avrebbe guastato il suo amore per colei che aveva lasciato». Dieci anni dopo La peste, nel 1957, Camus riceveva il Premio Nobel per la letteratura. Il 4 gennaio 1960 moriva in un incidente automobilistico, a sud di Parigi, assieme al suo editore Michel Gallimard che era alla guida dell’auto: tra le lamiere venne rinvenuto il manoscritto di Il primo uomo, romanzo autobiografico in cui Camus si chiede se l’uomo possa rinascere prima di morire. Se n’era andato il Nietzsche del XX secolo: un Nietzsche, però, senza il nichilismo.