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 2017  giugno 10 Sabato calendario

Samantha Gremer assolve Roman Polanski in aula: «Mi violò, l’ho perdonato»

Sono passati quattro decenni. Chiudete il caso, lasciate Polanski al suo lavoro, alla sua famiglia, ai suoi 83 anni: ha già pagato abbastanza. Lo chiede addirittura la vittima Samantha Gremer, che il regista ha ammesso di aver stuprato nel 1977, quando la donna era appena tredicenne, e alla quale ha già chiesto pubblicamente scusa. Samantha, che oggi vive alle Hawaii con il marito e in passato non aveva nascosto il desiderio di lasciarsi alle spalle quell’episodio traumatico, avvenuto nella villa di Jack Nicholson a Beverly Hills, ha fatto di più, formalizzando la sua posizione: ieri, per la prima volta, si è presentata davanti al tribunale di Los Angeles e ha chiesto l’archiviazione del caso. «Ho perdonato Polanski», ha detto, nella speranza che la giustizia revochi il mandato di cattura contro il regista: se rimettesse piede in America, Roman finirebbe in prigione dove peraltro aveva già scontato 42 giorni all’epoca dei fatti e, nel 2009, due mesi in una cella svizzera, poi trasformati in arresti domiciliari. È indossando il braccialetto elettronico alla caviglia che Roman ha girato il suo film Un uomo nell’ombra. Primo e unico caso nella storia del cinema. «Samantha è stanca, spera che i riflettori su lei si spengano perché considera intollerabile essere ancora al centro dell’attenzione. Vuole voltare finalmente pagina», ha aggiunto il marito. 
VOSTRO ONOREIn aula, ieri a Los Angeles, a dar manforte a Roman c’era anche Debra Tate, la sorella dell’attrice Sharon Tate, moglie del regista e incinta al nono mese quando nel 1969 venne brutalmente assassinata dalla setta di Charles Manson in una villa di Bel Air. Trascinandosi per 40 interminabili anni, la vicenda giudiziaria che vede imputato Polanski si è trasformata in un estenuante ping pong di accuse dei magistrati nei suoi confronti e richieste di archiviazione dello stesso regista, che è arrivato a paragonare l’irremovibilità della giustizia americana all’atteggiamento dei nazisti mentre il mondo del cinema e della cultura non ha mai mancato di esprimergli solidarietà. L’ultimo tentativo – infruttuoso – di chiudere il caso risale allo scorso aprile, quando un giudice di Los Angeles ha respinto la richiesta di Polanski (che vive dal 1978 in Francia, dove non rischia l’estradizione) di accordarsi dall’estero con la magistratura per poter tornare negli Usa senza andare in galera. «Moralmente incoerente, legalmente illogico e deludente nei fatti», è stato giudicato dall’imputato il decreto dei giudici che avevano frustrato le sue speranze.
SELVE INTRICATEIntanto, è morto il magistrato che si occupò del caso all’inizio e si parla di irregolarità procedurali: Harland Braun, l’avvocato del regista, ha chiesto di desecretare alcuni documenti per smascherarle e convincere le autorità a rescindere il mandato di arresto internazionale che nel 2002 ha impedito al suo cliente di andare a Hollywood a ritirare l’Oscar vinto per Il Pianista, il suo film più autobiografico e doloroso che ha per sfondo l’Olocausto. Nonostante tutto, Polanski non si è mai perso d’animo e ha continuato a girare film, a ricevere premi, a trovare appoggio nella moglie attrice Emmanuelle Seigner e nei loro due figli Morgane e Elvis. La vita dell’autore di capolavori come Rosemary’s Baby e Chinatown è sempre stata costellata di alti e bassi, tragedie e successi. Rimasto orfano da bambino dopo la deportazione dei genitori nei campi di concentramento, ha raggiunto il successo nel cinema poco prima che la moglie venisse assassinata. E tutta la sua carriera, dal 1977 in poi, ha dovuto fare i conti con l’irrisolta vicenda giudiziaria americana. A gennaio scorso, il regista era stato costretto a dimettersi dalla presidenza dei César, gli Oscar francesi, in seguito agli attacchi delle femministe convinte di parlare «a nome di tutte le donne stuprate». Ma nemmeno venti giorni fa, al Festival di Cannes, Roman ha dimenticato per un momento i suoi guai ed è stato applaudito per il nuovo film Tratto da una storia vera che ha dimostrato la sua grinta creativa. Sempre viva, analoga a quella riscontrabile nelle prime regie come Repulsion e L’inquilino del terzo piano. Malgrado tutto.