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 2017  giugno 10 Sabato calendario

Il caso di Jean Meslier, il prete di campagna che oltraggiò la Chiesa

Perché si scrive un testamento spirituale? Generalmente per lasciare ai posteri un riassunto delle proprie idee, esposte in modo ordinato. Possono essere idee nobili, di alta ispirazione e umanità, come quelle espresse da Einstein, e pubblicate da Bertrand Russell. Oppure idee deliranti e brutali, come quelle di Hitler, che impiegò le ultime ore di vita per attribuire tutti i mali del mondo al complotto della plutocrazia giudaica. In ogni caso, l’autore tende a convalidare e consolidare le idee che aveva espresso in vita. Il testamento spirituale è il surrogato di una irraggiungibile immortalità.
Ma c’è qualche eccezione. La più clamorosa si verifica quando il testatore vuole raggiungere uno scopo completamente diverso da quello di Einstein o di Hitler. Quando cioè vuole rivelare liberamente e compiutamente le idee che prima non ebbe la possibilità o il coraggio di manifestare; idee spesso diverse, o addirittura opposte, a quelle che tutti gli attribuivano. Come nel caso di Jean Meslier.
LA VICENDA
Jean Meslier nacque a Mazerny, nelle Ardenne, nel 1664, e dal 1689 fu curato di Etrépigny, nello Champagne. Si distinse per il rigoroso rispetto dell’ortodossia e la profonda pietà. Visse frugalmente, distribuendo ai poveri quanto avanzava delle magre rendite ecclesiastiche. Non diede mai scandalo, e quando mori, dopo trent’anni di onorevole ufficio, fu rimpianto da tutti. Lasciò il poco che aveva ai parrocchiani. Ma tra quel poco c’era il suo testamento: pagine che fecero inorridire il Vescovo e allarmarono l’intera Chiesa francese, che le tenne rigorosamente nascoste. Perché esse contenevano l’attacco più radicale e spietato alla religione in genere e al cattolicesimo in specie. Nel 1762 fu pubblicato da Voltaire, che ne tagliò e modificò le parti più brutali: il prudente filosofo riteneva socialmente pericolosa la soppressione dell’idea di Dio. Dieci anni più tardi D’Holbach, materialista e ateo, ne divulgò un’edizione più ampia scandalizzando persino i suoi colleghi piu smaliziati. Il testo integrale fu pubblicato solo un secolo dopo,tra mille difficoltà: oggi circola su internet, a cura di associazioni ultralaiche, ma senza garanzie di autenticità.
IL DIAVOLO
Jean Meslier non risparmiò nulla e nessuno. Con un procedere implacabile provò a demolire tutti i fondamenti religiosi, etici ed anche economici sui quali si fondava l’intera civiltà occidentale. Espresse da un libertino, queste idee sarebbero state intollerabilmente radicali. Espresse da un prete, sembrarono diaboliche.
L’autore parte dalle fondamenta. Dio- scrive- non esiste, è il frutto dei nostri timori e della nostra fantasia. E se esistesse-aggiunge- sarebbe ingiusto e malvagio, visto che ha creato un mondo dove regnano la violenza e l’iniquità. L’anima- insiste Maslier- non è affatto immortale, ma il frutto di un’organizzazione materiale che si dissolve con la morte. Gesù era un uomo come tutti, e infatti i Vangeli ne ricostruiscono genealogie diverse, con l’intento di farle risalire a Davide che peraltro era un adultero assassino. La Chiesa- affonda con estrema durezza argomentativa Meslier- è una congrega di furfanti e di ladroni, che sfrutta i poveri attraverso l’ignoranza e la paura, per consentire a pochi privilegiati di vivere da nababbi, mentre i contadini crepano di fame. Ha inventato l’inferno, che nemmeno la mente più perversa e crudele potrebbe immaginare, per intimorire e dominare i sempliciotti, ma vescovi e principi vivono nell’impostura e nella dissolutezza, beffandosi del diavolo e del fuoco eterno.
Quanto all’Uomo, tutta la sua conoscenza deriva dai sensi, pur filtrati dal correttivo, talvolta ingannevole, della ragione. Il libero arbitrio, e tutta la morale che ne consegue, sostiene Mslier, sono un’infantile illusione: noi ci comportiamo secondo la necessità di un determinismo atomistico. L’intero mondo non è che nascita e morte: tutti, animali e uomini, lottano ferocemente per la vita, in un continuo mescolamento di carte truccate. E infine la proprietà è un furto, legittimato e protetto dalla tonaca e dalla toga. L’unico rimedio è l’acquisizione delle ricchezze da parte dello Stato, che le redistribuirà secondo i bisogni di ciascuno. E se questo non si può fare in pace, ben venga una rivoluzione. Mezzo secolo dopo la sua morte, Meslier fu accontentato. E arrivarono prima Robespierre, e poi Napoleone.
LE DOTTRINE
C’è da rabbrividire davanti a tanta aggressività pantoclastica di un povero prete di campagna, che seppe nascondere così bene un mondo interiore così ostile a quello che quotidianamente predicava. Meslier non disse nulla di nuovo, ma riassunse il pensiero di tanti filosofi antichi precedendo quello di più illustri predicatori futuri. Coniugò il materialismo di Epicuro con il determinismo di Hobbes, e anticipò Schopenhauer nell’affermare che l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole. Fu rivoluzionario come Babeuf, positivista come Comte, collettivista come Proudhon, utopista apocalittico come Marx e Lenin, e anticlericale come tutta questa allegra compagnia. Considerata la sua lunga militanza di cura d’anime, possiamo dire che raramente un uomo ha smentito tanti anni della propria vita in così poche pagine. 
LE ULTIME RIGHE
Rileggendolo, non si può evitare un sentimento di tristezza e di fastidio. Questo prete senza vocazione e senza coraggio, ha trascinato un’esistenza di quotidiane dissimulazioni e di laceranti compromessi, rassegnato a un destino di cui lui stesso teorizzava l’ineluttabilità. Non è una bella lezione di vita. Per di più ci irrita un’analisi così grossolana della nascita del sentimento religioso, e della funzione sociale di una Chiesa organizzata da secoli di saggezza, per quanto costellata di errori e anche di delitti. Così come sorridiamo davanti all’ingenuità delle sue ricette economiche e all’impraticabilità di un collettivismo egalitario. E tuttavia nutriamo una simpatia compassionevole per il suo grido di dolore davanti all’incomprensibilità di un mondo che distribuisce fortune e disgrazie con la cinica indifferenza di un distratto giocatore di dadi. Pur nel suo ateismo, il prete si rivela nel lamento di Giobbe e nel disincanto dell’Ecclesiaste. Ma di questa simpatia a Jean Meslier importerebbe poco. Le sue ultime righe furono: Non bado più a quello che avviene nel mondo. Ora sono poco più di niente. Tra poco sarò non sarò nulla del tutto.