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 2017  giugno 10 Sabato calendario

Lo shock del voto inglese piega la sterlina

A Theresa May non è riuscita l’operazione pokerissimo (conquistare più seggi attraverso la strategia delle elezioni anticipate). L’esito delle urne delle parlamentari in Gran Bretagna di giovedì (quando difatti la May anziché consolidare ha perso la maggioranza assoluta) è stato però digerito senza particolari drammi dagli investitori. Perché è vero che la premier conservatrice ne è uscita indebolita, ma è anche vero che è comunque riuscita a garantire in tempi rapidissimi, già alle ore 12 di ieri, la formazione di un nuovo governo, pur dovendo far ricorso al sostegno del partito Unionista dell’Irlanda del Nord.
Ecco perché la sterlina nell’ultima seduta della settimana ha accusato il colpo (scivolando a 1,27 dollari) ma nel complesso ha limitato il passivo. A fine giornata la divisa britannica ha perso l’1,6% tanto sul dollaro quanto sull’euro. Un anno fa (correva il 23 giugno del 2016 quando gli inglesi votavano a favore della Brexit nel referendum) la reazione a caldo fu ben più traumatica: la sterlina perse oltre 10 punti all’indomani della consultazione popolare. Quel passivo pesa ancora oggi perché nel complesso la divisa britannica ha perso il 18% sull’euro e il 14% sul dollaro dal referendum con il quale il 52% degli elettori britannici hanno deciso di abbandonare il carro dell’Unione europea. 
A questo punto la valuta potrebbe continuare a oscillare senza pace, dato che gli investitori si interrogano sulle modalità con cui verrà effettuata la Brexit. La May (subentrata a David Cameron alla guida della Gran Bretagna proprio dopo il referendum) ha sinora fatto della “hard Brexit” il suo cavallo di battaglia. Ma dopo il passo falso di questa settimana in molti dubitano che abbia ancora la forza per dettare le regole in modo duro (hard) all’Ue nell’ambito del percorso di uscita avviato lo scorso marzo (quando è stato attivato l’articolo 50 dei Trattati europei) e che dovrebbe protrarsi in un testa a testa biennale. I negoziati effettivi – lo ha ribadito ieri la May – inizieranno il 19 giugno. Gli investitori cercheranno di valutare se ci sarà una “soft-Brexit” e se questa favorirà un leggero recupero del valore della divisa, oppure se ne spingerà un ulteriore deprezzamento a fronte di negoziati che potrebbero essere più complicati.
«La sterlina è una moneta con poco upside – spiega Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos -. Perché la Gran Bretagna presenta ancora un disavanzo delle partite correnti consistente. Probabilmente avrebbe avuto un rialzo solo se la vittoria dei conservatori fosse stata schiacciante. Con il risultato delle urne, i mercati hanno visto un indebolimento del governo inglese, e una leadership ridimensionata, che comporterà negoziati più difficili con l’Ue- prosegue Fugnoli -. Tuttavia non è la prima volta che nel Regno Unito o all’interno dell’Unione vediamo un governo senza una maggioranza assoluta, basta pensare a Rajoy in Spagna, che comunque riesce a governare, seppur con delle limitazioni. Nel caso di Theresa May, nonostante le fosche premesse appena dopo i risultati del voto, alle 12.00 c’era già un governo, che inoltre potrà contare sugli unionisti nord irlandesi del Dup. Nel prossimo futuro, in caso di rialzi, sarà comunque consigliabile vendere la sterlina».
La debolezza della sterlina ha dato slancio – ma non è una novità – all’indice principe della Borsa di Londra (il Ftse 100) che ha chiuso con un rialzo dell’1% dimostrando per l’ennesima volta la sua correlazione inversa con il valore del pound. «Il Ftse 100, essendo composto per la maggior parte da società che realizzano i propri profitti dall’estero, è influenzato più dalle oscillazioni sul cambio della sterlina, che dall’incertezza che affligge l’economia domestica. Una sterlina più debole favorisce le società con profitti diversificati a livello internazionale – spiega Ritu Vohora, investment director del team azionario di M&g investments». Mentre l’indice “domestico” Ftse 250 – che esprime le prospettive delle società inglesi il cui business è focalizzato sul mercato interno – ha sottoperformato il Ftse 100 di circa il 3% nelle ultime settimane (anche ieri ha chiuso invariato a fronte del +1% dell’indice “internazionale”, ndr) «suggerendo che gli investitori avevano cominciato a mettere in conto il rischio elettorale». 
Quanto agli altri mercati il mezzo flop della May ha suscitato pochi scossoni. Le Borse europee hanno chiuso con un rialzo medio dello 0,62%. Piazza Affari ha guadagnato lo 0,38% e nelle ultime quattro sedute ha messo a segno un rimbalzo del 3% portando a ridosso del +10% il guadagno da inizio anno. Anche qui la politica c’entra e come. La “scampata riforma elettorale” di giovedì – non ha superato l’esame della Camera il tentativo di introdurre un sistema proporzionale con clausola di sbarramento del 5% – è stata apprezzata dagli investitori. Lo si è visto anche dal ridimensionamento dei tassi sul debito. Il rendimento del BTp a 10 anni è scivolato al 2,08% rispetto al 2,25% della settimana precedente. Questo clima potrebbe favorire il Tesoro lunedì quando offrirà 6,5 miliardi di BoT a 12 mesi. L’ultimo rendimento sul mercato grigio di Mts si attestava a -0,338% dal -0,304% del collocamento di metà aprile. Se confermato sul mercato primario segnerebbe il nuovo minimo storico.