Il Messaggero, 9 giugno 2017
Con The Wire la vita entrò in tv
Quasi quattro minuti e mezzo di parolacce, una carrellata di immagini, di inquadrature, di soggettive, campo e controcampo. Due detective che indagano, uno alto e belloccio, bianco ma casinista, e l’altro basso e tarchiato, nero e fumatore di sigari. Si pizzicano, si chiamano; l’uno fa vedere all’altro le foto, l’altro annuisce, mima con la pistola una sparatoria, e prende le misure, metro alla mano.
The Wire, capolavoro televisivo degli anni 2000, andato in onda per la prima volta il 2 giugno di quindici anni fa, è, insieme a I Soprano e Twin Peaks, una pietra miliare della serialità contemporanea. Durato per cinque stagioni, ha segnato non solo il modo di guardare la televisione, puntata dopo puntata, voracemente, binge watching e abbandonati sul divano; ma anche il modo di farla e di scriverla: David Simon, il suo creatore, è diventato un guru, una figura sciamanica del piccolo schermo, premonitore, sorta di Re Mida, mente arguta e penna puntuta.
IL REALISMOIn The Wire, ritorna prepotentemente il realismo della vita: prima di Gomorra e prima di Narcos, il lupo si confonde tra le pecorelle, diventa vittima prima ancora di essere carnefice; e la criminalità si trasforma in una maschera, nell’altra faccia degli Stati Uniti d’America: quella più brutta e sbiadita, da nascondere sotto il tappeto, lontano dai riflettori e dagli sconosciuti.
La serie è ambientata a Baltimora, una delle città più importanti del Maryland. Ogni stagione si concentra su un argomento: si passa dalla droga alla polizia, dalla politica al sistema giudiziario, dalla società civile e civilissima ai giornali. Sbatti il mostro in prima pagina, e insieme a quello chi ha allungato e intascato le mazzette, chi ha fatto finta di vedere, e chi, pure, ci ha provato a cambiare le cose. Da una parte c’è il male, e dall’altra c’è il bene. In mezzo si allarga fumoso e imperscrutabile il grigiore della vita quotidiana, in cui tutto si somiglia e diventa inafferrabile: c’è l’agente che ha prestato da poco giuramento, ancora naive e impreparato; c’è il ragazzino di quindici anni, pantaloni cadenti e t-shirt larga, che mima i rapper e spaccia droga e ci sono quelli che reagiscono, sbirri infami, e quelli che subiscono, carne al macero.
I PERSONAGGI
Grazie (anche) a The Wire, la televisione, quella cosa immobile e rumorosa, che ronza nel salotto di casa e che negli anni si è fatta sempre più piccola fino a diventare tascabile, si è trasformata. Non più solo elettrodomestico, ma anche cornice e contenitore di storie bellissime e terribili, di personaggi – come il detective Jimmy McNulty, interpretato da Dominic West, e il delinquente Omar Little, faccia e voce di Michael K. Williams incredibili, straordinari; verosimili.
The Wire ha inaugurato una nuova era, quella d’oro; ha seguito il caso di Laura Palmer e ha rafforzato la scuderia blasonatissima della Hbo, dove già si scornavano i mafiosi di Tony Soprano. È stata forse la prima serie a fare un distinguo sulla realtà della fiction e la finzione del reality: tanti fatti, alcuni inventati di sana pianta, altri ispirati a storie lontanamente verosimili, e molti, troppi, personaggi. Dove inizia l’intrattenimento, la macchina rumorosa dello show business, e dove, invece, inizia la vita vera. Razzismo, omosessualità, amore, contraddizioni.
IL TELECOMANDO
Prima di Walter White, di Saul Goodman, dell’Immortale di Gomorra; prima ancora di Lost, di Netflix e delle sue serie, quando ancora era la fiction a farla da padrona, c’era The Wire. In quindici anni, le serie tv sono cambiate ulteriormente, e si sono moltiplicate, saturando il piccolo schermo (dalla golden age alla peak tv). Sono diventate, dice qualcuno, «il nuovo romanzo contemporaneo». Niente carta e niente segnalibri: si va avanti episodio dopo episodio, a casa propria, armati di telecomando e di tempo. E si guarda. Si divora. Questa non è solo una serie tv; è la prima di tante, è il là che ha dato inizio al coro, è la colonizzatrice di un nuovo mondo. Signore e signori: la televisione 2.0.