la Repubblica, 9 giugno 2017
L’emergenza sta finendo. L’Eurotower cambia strada e la Bundesbank festeggia
TALLINN Sull’aereo che lo portava alle più recenti riunioni del Fmi a Washington, Wolfgang Schaeuble si è lanciato in un endorsement un po’ prematuro. Il ministro delle Finanze tedesco ha sussurrato il nome del candidato della Germania alla successione di Mario Draghi con due anni di anticipo. Da allora, i commentatori si sono lanciati in analisi sul tasso di litigiosità del candidato in questione, il governatore della Bundesbank Jens Weidmann, per misurarne la reale possibilità di conquistare il consenso dei Paesi del Sud Europa. E hanno cominciato ad osservare con malizia la maggiore adesione del “falco” alla traiettoria adottata da Draghi. Come se la tendenza del tedesco a non esprimere più il proprio dissenso nel board fosse dettata soltanto dalla necessità di diventare più accomodante per convincere Roma, Madrid o Lisbona che sarebbe un presidente della Bce di tutti, e non solo dei tedeschi.
Chi ragiona così perde di vista un fatto macroscopico, emerso anche ieri dal primo, importante cambiamento nel linguaggio della Bce. Le politiche monetarie stanno per abbandonare la lunghissima fase emergenziale. La Bce sta cominciando a segnalare che tra non molto smetterà di comprare titoli e rialzerà i tassi. Dunque, dal punto di vista della Bundesbank, è arrivata la svolta che Jens Weidmann chiede da un pezzo. Secondo indiscrezioni, il governatore della Buba sarebbe anche in piena sintonia con Draghi sulla sequenza, ribadita ieri. Prima si esce dal programma di acquisti dei bond, il Qe, poi si comincia ad aumentare i tassi. Pazienza se le banche tedesche continuano il fuoco di fila contro Draghi. Mercoledì 15 le Volksbanken hanno annunciato che scaricheranno i tassi negativi sui conti dei risparmiatori:un ricatto scandaloso che ha evidentemente lo scopo di esercitare ulteriore pressione sui politici tedeschi in piena campagna elettorale.
Ma da quell’orecchio, la Bundesbank vuole mostrarsi sorda. Viene in mente il detto di un vecchio presidente della Bce, l’olandese Wim Duisenberg, che ricordando gli epici scontri di Francoforte con i politici tedeschi paragonò la Buba alla panna: «Più la sbatti, più si irrigidisce». In questa fase, Weidmann sarà sordo ai richiami eventuali delle banche o delle assicurazioni o dei politici in campagna elettorale. Sa che la fase di uscita dalle misure straordinaria va gestita con prudenza.
Chi non sembra molto contento della scelta di aspettare la fine del Qe per ricominciare ad aumentare il costo del denaro, è invece il governatore della Banca centrale francese, Villeroy de Galhau. Secondo una fonte dell’eurosistema, sarebbe preoccupato per le banche francesi e ansioso che i tassi sui depositi rientrino il prima possibile: pesano sulla redditività. Ma a parte i dubbi del francese, il board procede unitario verso la cosiddetta “normalizzazione”. Le ipotesi in campo sono tante, una prevede che si proceda da gennaio riducendo gli acquisti di 10 miliardi al mese e che si profili un rialzo dei tassi a partire dall’autunno del 2018. «Oltre quell’orizzonte – come ricorda una fonte – c’è un’altra decisione importante: cosa fare dei titoli in pancia alla Bce». Per ora, come ribadito ieri, quelli a scadenza vengono reinvestiti in nuovi bond, mantenendo lo stock invariato. Ma prima o poi la Bce dovrà cominciare ad alleggerire il suo colossale bilancio, cioè a scaricare i titoli che ha in pancia. Ma è chiaro che lo farà alla fine dell’uscita dal periodo emergenziale.
Anche per l’Italia i dati emersi ieri rappresentano una buona notizia: l’inflazione è ancora troppo bassa e l’inizio della “normalizzazione” è stato spostato più in là. Per un Paese col 2.400 miliardi di debito, ogni rinvio del momento in cui i rendimenti si appesantiranno, sia per l’uscita dal Qe, sia per l’aumento dei tassi di interesse, è oro. Ma Draghi ha ribadito chiaramente per cosa andrebbe sfruttato questo tempo, anche senza citare l’Italia: per «le riforme strutturali rinviate da troppo tempo». E il fattore chiave per abbattere il debito, ha detto rispondendo invece a una domanda sul nostro Paese, «è la crescita».