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 2017  giugno 09 Venerdì calendario

Trump sotto accusa

NEW YORK Donald Trump «ha mentito agli americani e ha diffamato me e l’Fbi». Le parole che James Comey scandisce al Senato pesano come pietre sul futuro della Casa Bianca. Quasi tre ore di domande e risposte pubbliche non hanno chiarito se il presidente degli Stati Uniti sia o meno passibile di ostruzione alla giustizia, ma il quadro che l’ex direttore del Bureau ha dato agli americani non può che peggiorare la posizione di The Donald. Diverse domande sono rimaste inevase «a causa delle indagini in corso» ma nel pomeriggio si è tenuta una seconda audizione (di un’ora e mezza) questa volta a porte chiuse. La sede più adatta per entrare nei dettagli più scottanti delle indagini.
«L’Amministrazione ha scelto di diffamare me e – cosa ancor più importante – l’Fbi. Sono state dette bugie, mi dispiace per gli americani». Sono le dieci del mattino, quando Comey inizia a parlare davanti alla Commissione Intelligence spiegando come «non ci siano dubbi che la Russia abbia interferito sulle elezioni» ma come «nessun voto sia stato alterato» dall’intervento degli hacker di Putin. Quanto al suo licenziamento (5 anni prima della scadenza del mandato) si è detto convinto, «sulla base delle parole usate dal presidente» che sia avvenuto a causa del Russiagate: «La mia opinione è che sono stato cacciato a causa delle indagini sulla Russia. Sono stato licenziato per cambiare – o nel tentativo di cambiare – il modo in cui le indagini sulla Russia venivano condotte».
Ha evitato di tirare conclusioni – «non è il mio compito, questa domanda va fatta al ‘special counsel’ Robert Mueller» – su possibili «ostruzioni alla giustizia», ma ha chiarito che la richiesta di Trump «di porre fine alle indagini«su Michael Flynn lo «aveva lasciato stordito, è una cosa molto inquietante e preoccupante» e come «alti funzionari dell’Fbi avessero ritenuto che fosse di interesse investigativo». «Ero onestamente preoccupato che Trump potesse mentire sulla natura dei nostri incontri e ho pensato fosse importante documentarli». Così l’ex direttore Fbi ha spiegato il perché avesse scritto un preciso memo con tutti i dettagli del primo incontro avuto con il presidente: «Quando ho lasciato la Trump Tower ho subito aperto un laptop e ho iniziato a scrivere. Sapevo che sarebbe potuto arrivare il giorno in cui avrei avuto bisogno di ricordare ogni dettaglio, l’ho fatto non solo per difendere me e l’Fbi ma anche l’indipendenza e l’integrità della nostra funzione. Spero che ci siano davvero le registrazioni delle conversazioni, nel caso invito a pubblicarle tutte».Memo che Comey ha volutamente fatto arrivare ai media grazie a un suo amico (Daniel Richman, un professore della Columbia Law School). «L’ho fatto nella speranza che si arrivasse alla nomina di un procuratore speciale sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali»: cosa poi accaduta con la nomina di Robert Mueller.
Quanto all’incontro con il presidente: «Sono rimasto sorpreso e innervosito quando mi ha chiesto se intendevo restare al mio posto, ho avuto l’impressione che volesse ottenere qualcosa in cambio della mia richiesta di restare in carica. Gli ho ripetuto che non era sotto indagine del Fbi, prima di incontrarlo ne avevo discusso con i miei collaboratori. Era vero, non avevamo un caso aperto su di lui e fummo d’accordo che dovessi avvertirlo. Durante il faccia a faccia alla Trump Tower gli diedi questa rassicurazione».
«Siamo sotto assedio, ma questo non ci farà mollare, emergeremo più forti che mai, combatteremo e vinceremo. La verità prevarrà». Quando era ancora in corso l’audizione di Comey, Trump ha reagito così davanti ai suoi sostenitori, mentre dalla Cassa Bianca la portavoce tuonava «il presidente non è un bugiardo».
Per l’avvocato (privato) di The Donald Marc Kasowitz chi rischia di essere incriminato è proprio Comey: «Ha passato ai giornalisti comunicazioni confidenziali con il presidente».