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 2017  giugno 09 Venerdì calendario

Totò Riina: le opposte bugie sulla sentenza

Familiari degli uccisi, pm, mafiologi: impressiona come da giorni la disfida sulla sorte in carcere di Totò Riina pre-scinda totalmente dalla sentenza criticata o applaudita. Eppure la Cassazione mai ha detto che Riina vada scarcerato per assicurargli una morte dignitosa, né il Tribunale di Sorveglianza di Bologna mai ha detto che debba morire in carcere. La Cassazione trova invece contraddittorio che il Tri-bunale prima additi «le de-ficienze strutturali del car-cere» rispetto alle cure ne-cessarie (arrivando a racco-mandare di «ovviarvi nel più breve tempo possibile, non potendosi ammettere che la mera assenza delle condizioni materiali di cura possa assurgere a possibile causa di scarcerazione di un soggetto di tale risaputo spessore criminale»), e poi però dichiari quel tipo di detenzione «compatibile» con le gravi condizioni di salute di Riina. Qui sta la contraddizione che il Tri-bunale (oltre a meglio pre-cisare «l’attualità» della «al-tissima pericolosità di Rii-na») dovrà sciogliere, rimo-tivando in concreto quanto quelle mancanze «incidano sul superamento o meno» della «soglia di dignità» che «deve essere rispettata pure in carcere». Il per-corso non è nuovo, è lo stesso di sentenze del 2009 e 2011, e del resto sul divieto di «trattamenti inumani e degradanti» c’è nulla da inventare dopo l’art. 27 della Costituzione e l’art. 3 della Convenzione dei diritti dell’uomo. Ovvietà che tuttavia non arginano opposte bugie. Non è vero che tutti gli ergastolani malatissimi (come Riina) vengano per forza lasciati morire in carcere: sta nel codice da tempo l’art. 147 che per «grave infermità fisica» differisce la pena, e basta andare al cinema per vedere «Socialmente pericolosi», un film sulla detenzione domiciliare (a casa di un cronista Tg3) concessa all’ergastolano camorrista Mario Savio per fargli fare un trapianto salvavita. Ma neanche è vero il contrario, e cioè che ogni ergastolano malato (come Riina) sia per forza liberato in punto di morte: Provenzano, capo di Cosa Nostra certo non meno simbolico di Riina, fu trat-tenuto al 41 bis fino alla morte (in ultimo nel reparto-detenuti di un ospedale) da giudici che in quel centro clinico indi-viduavano anzi il miglior luogo di cure possibili. Nessuna guerra di reli-gione, dipende dai casi in concreto. E da come li si sa distinguere. Un po’ come nel ping-pong: dove, più ancora della direzione della pallina, conta il tipo di «effetto» (cioè di rotazione) che le si imprime. E sono le parole usate nelle sentenze, al pari delle parole usate poi per raccontarle, a imprimere quell’«effetto».