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 2017  giugno 09 Venerdì calendario

La puntigliosa e tenace Theresa May resiste (ancora) nella provincia

LONDRA Una premier meticolosa. E amante delle cose concrete. Theresa May è andata a votare ieri nella sua circoscrizione con il certificato elettorale stretto in mano. In Gran Bretagna non ce n’è bisogno: lo si può lasciare pure a casa. Lei no, doveva essere sicura: nome, cognome, indirizzo e numero del seggio. Anche se è il primo ministro del Regno Unito.
Theresa ha votato a Maidenhead, nel Berkshire, il posto di cui è deputata: è da qui che bisogna partire ed è qui che si deve arrivare se la si vuole comprendere. Una cittadina di provincia, non più grande città ma non ancora campagna: come tante nella Middle England, lontana dai clamori metropolitani, un luogo di certezze e valori saldi. La figlia del curato di campagna ha portato al governo questo stile, da preside un po’ arcigna di un liceo di provincia d’altri tempi. Non è una che ama le grandi visioni, le ideologie: e in questo è all’opposto di Margaret Thatcher, l’unica donna ad averla preceduta.
Ha presentato al Paese la sua offerta: una leadership «forte e stabile» per navigare con la barra ferma nelle correnti della Brexit. Anche se poi tanto salda non si è dimostrata. Tanto per cominciare, Theresa l’anno scorso aveva appoggiato il Remain, la permanenza nell’Unione europea. Ma lo aveva fatto con tanta discrezione da essere soprannominata «il sottomarino». Votata dal popolo l’uscita dalla Ue, lei si è offerta al partito conservatore e alla gente come il paio di mani in grado di portare a termine l’impresa senza scosse. Anche se poi si è orientata sempre più verso una «Brexit dura» che l’ha messa in rotta di collisione con Bruxelles.
Al suo primo budget, ha dovuto fare marcia indietro dopo pochi giorni sulla proposta di alzare le tasse per i lavoratori autonomi. Di fronte alla levata di scudi della stampa «amica», ha battuto in ritirata. Così in campagna elettorale, quando ha smentito il punto centrale del manifesto elettorale dei conservatori: l’idea di far pagare agli anziani tutte le spese per l’assistenza, finanche costringendoli a vendere la casa di proprietà. Un progetto bollato come dementia tax, tassa sulla demenza senile, che le è costato non poco in termini di popolarità presso il suo elettorato tradizionale, i pensionati benestanti.
Anche il rifiuto di partecipare a dibattiti pubblici con gli avversari, un segno di superiorità nelle intenzioni, si è trasformato in un’impressione di paura del confronto. E le performance deludenti nelle interviste televisive non hanno fatto che rafforzare questa percezione.
La scommessa di Theresa era quella di ottenere dal popolo un mandato ampio per condurre liberamente i negoziati sulla Brexit. Una maggioranza sicura che la mettesse al riparo dalle imboscate parlamentari e dalle pressioni dell’ala più euroscettica del partito conservatore, che spinge per una rottura radicale con l’Europa. Ma anche un’assicurazione nei confronti dei settori filo-europei della politica e del business: in modo da poter fare la voce grossa con Bruxelles senza doversi guardare le spalle.
Ora questa scommessa sembra perduta. Anche se alla fine i conservatori agguanteranno una esigua maggioranza, la posizione della premier si fa estremamente precaria. Se pure riuscisse a formare un governo, sarebbe esposto a tut ti i venti. E non passerebbe molto tempo prima che qualcuno, magari lo stesso Boris Johnson. si faccia avanti per sostituirla.