Dieci anni di Repubblica, 12 dicembre 1976
«Vogliamo tutto anche il lusso»
L’assalto alla «prima» della Scala lanciato martedì dai circoli del proletariato giovanile continua ad essere argomento di polemiche. Più o meno tutti i partiti, salvo Democrazia Proletaria, hanno condannato gli scontri tra i giovani e la polizia, le devastazioni e la stessa idea di contestare la prima scaligera. Il vice-sindaco di Milano, Vittorio Korach, comunista, è stato durissimo: «Le azioni di teppismo possono essere considerate solo come espressioni di criminalità autentica, che assolutamente nulla hanno da spartire con la lotta politica».
Teppisti, violenti, ignoranti, criminali: sono solo questo i componenti delle bande che hanno tentato di assaltare e interrompere la prima della Scala? Oppure, alle loro spalle c’è qualche cosa che spiega tanta rabbia, tanta violenza? E poi: come ha reagito Milano agli scontri e agli incidenti di martedì notte? Sono tutti categorici come l’ingegner Korach, oppure c’è chi cerca qualcosa dietro la facciata della violenza?
Per dare una risposta a queste domande la Repubblica ha riunito in un dibattito sei persone. Innanzi tutto, c’erano i principali contendenti: da una parte Paolo Grassi, socialista, sovraintendente della Scala, dall’altra, Mara e Luigino, due giovani «autoriduttori». Insieme con loro, a discutere, Mario Spinella, comunista, scrittore, dal ’68 uno degli intellettuali che segue con più attenzione le vicende dei giovani; Elvio Fachinelli, psicanalista, direttore della rivista L’Erba voglio; Giulia Devoto-Falk, una rappresentante di quella borghesia milanese, legata alla Scala e alle sue tradizioni, contro cui i giovani intendevano protestare.
La discussione è avvenuta con grande civiltà (l’unico screzio c’è stato all’inizio, quando i due autoriduttori hanno rifiutato di stringere la mano a Grassi. «Perché?», ha chiesto il sovraintendente. «La mano non si stringe solo ai ladri e agli assassini...». «Lo potremo fare solo quando i nostri compagni in carcere saranno rimessi in libertà», hanno ribattuto i due). Ecco il resoconto del dibattito.
GRASSI – Qui noi parliamo, dalla mattina alla sera, a tutti i livelli di informazione, e io continuo a costatare come i cittadini siano disinformati. La polemica sulle 134.700 lire, come prezzo dei posti: la Scala ha sette turni di abbonamento. I posti in abbonamento hanno un costo diverso: i posti in libera vendita alla prima, che l’anno scorso costavano 95 mila lire, quest’anno li abbiamo messi a 134.700 lire. Quanti posti abbiamo venduto a 134.700, che è lo scandalo nazionale? Appena 110, perché il resto del teatro è coperto da abbonamenti, cui si aggiungono i posti fissi delle autorità, che sono più di 100 e i 43 posti per i giornalisti e i critici italiani e stranieri.
LA REPUBBLICA – Che cosa vuol dire questo?
GRASSI – A me pare che si sia costruito (per questo parlo di pretestuosità) una battaglia per uno dei molti falsi problemi della Repubblica italiana. Noi viviamo di falsi problemi, e ci sono i veri problemi! Questo è un falso problema. A meno che noi non distruggiamo gli abbonamenti per fare una politica di prezzi bassi, il che mi troverebbe perfettamente d’accordo. Io le ho fatte queste cose, nel 1965, quando il Comune ci diede, sindaco Bucalossi, il teatro Lirico. Io distrussi gli abbonamenti alle prime del Piccolo Teatro, distrussi i prezzi differenziati per le Baruffe Chiozzotte. Cosa guadagnai? Quello che guadagnai a sinistra non compensò quello che economicamente e numericamente il Piccolo perse in un certo senso a destra.
LA REPUBBLICA – Cioè? Si spieghi meglio, per favore.
GRASSI – Questa politica non pagò perché non aveva sostegno economico. Chi paga il costo economico di questo atto politico? Se lo Stato italiano o gli enti locali hanno la possibilità economica di pagare il costo politico di una operazione del genere, io sono d’accordo. Ma quando mancano i mezzi per difendere un costo economico attraverso un gesto politico, allora bisogna tornare all’autotassazione degli spettatori. Chi più ha più paga, chi meno ha meno paga. Libero mercato, ma non per mia volontà. Altra cosa: si è detto che io non ho chiesto un dialogo. La verità è che in nome dello spontaneismo, noi non sappiamo più con chi dialogare. Nessuno si è rivolto a noi alla Scala. Si è insultata la Scala, si è aggredita la Scala, ma non c’è stata una delegazione. E allora non capisco perché dobbiamo subire delle violenze esterne quando crediamo di avere la coscienza pulita, per le nostre scelte artistiche e sociali.
LA REPUBBLICA – Questo è chiaro, ma la preghiamo di approfondire ancora.
GRASSI – Avevamo costruito questa cosa molto importante, che non è la trasmissione televisiva dell’inaugurazione, è la trasmissione di un grande momento del genio musicale italiano a tutti gli italiani. Non era mai avvenuto. Noi abbiamo perso del denaro, perché tutte le spese di organizzazione sono una perdita. Quando si fa una cosa senza avere una lira si perde. Io non voglio che i giovani inneggino alla direzione della Scala, ma non vedo alcuna ragione per un’aggressione puramente negativa, puramente distruttiva. Io appartengo a una generazione più facilitata della vostra, perché noi avevamo un solo nemico, era il fascismo, e quindi non c’erano problemi di sfumature. Oggi abbiamo un paese tutto antifascista. Chi non ha approfittato personalmente del regime post-liberazione ha il diritto di difendere questa libertà, di difendere anche una propria coerenza, un proprio passato, una propria storia: ha il diritto di difendersi dal linciaggio.
LA REPUBBLICA – A questo punto, occorre la voce di chi agisce contro, di chi aggredisce.
LUIGINO – Grassi (posso darti del tu?), l’hai messa giù come fosse una questione tecnica: gli abbonamenti, gli spazi per la cultura dei lavoratori, prezzi speciali, consigli di fabbrica... La questione non è tecnica, è politica, è una questione di prestigio politico. C’è stata una prova di forza, una prova di prestigio di una classe sopra un’altra, e noi con questo spirito abbiamo vissuto la prima della Scala. È politico il fatto che c’erano 5 mila carabinieri, cifra che, se non sbaglio, è la più alta dal 1948, dall’attentato a Togliatti. I giornali hanno esaltato i fatti. Il fondo del Corriere, spiega e dimostra come la prima della Scala di fatto sia stato un momento di prova di forza tra due classi su un terreno culturale, come avviene anche nella produzione, nei quartieri, nell’occupazione delle case. Quello di cui dobbiamo tener conto è che questo discorso tecnico specialistico in realtà diventa un elemento di discriminazione, come le prime visioni. Un biglietto costa 3 mila lire, si dice, perché bisogna finanziare la produzione cinematografica, e così via. Di fatto, però, la prima visione diventa un elemento di discriminazione tra classi sociali, fra chi può permettersi di andare in prima visione sempre, e chi invece ci va a Natale, a Pasqua, il giorno del compleanno. Il fatto di andare alla prima della Scala era la medesima cosa. La prima della Scala cosa ha dimostrato? Che c’è gente che si può permettere tutti quei soldi per andarci. Noi lo consideriamo un insulto, una forma di umiliazione nei confronti non soltanto di noi giovani, ma dell’intera classe lavoratrice che oggi – questa è la differenza dell’anno scorso – è chiamata da tutte le istituzioni, da tutti i giornali a fare sacrifici. Per questo stringo la mano agli assassini e non stringo la mano a chi fa le leggi, che sono forme di criminalità riconosciuta.
LA REPUBBLICA – Hai parlato di classe contro classe, di privilegio. Vorrei sentire la signora Falck...
DEVOTO FALCK – Io ero ospite in un palco, non sono una abbonata della Scala. Devo dire che sono andata a piedi, e ho provato un grande senso di disagio, non solo fisico, non paura, proprio disagio, e quando sono stata dentro direi che l’ho provato più di quando ero per strada. Questo probabilmente l’hanno sentito in molti. Ora vorrei sinceramente, non so bene in che modo, che questo non avvenisse più. Essere protetti da cinquemila poliziotti dava un senso di stato d’assedio, di difesa contro un pericolo che forse non era fisicamente così grave come poteva sembrare. Quindi, io domando al sovrintendente se pensa che l’anno prossimo, se la situazione rimarrà questa, e certo lo rimarrà, se si può in qualche modo fare una prima che sia, mi si scusi il paradosso, una seconda.
GRASSI – Io credo che questa sia pura demagogia. Io sono stanco della demagogia che affligge il nostro paese. Qui ci sono dei simboli. La Scala è un pretesto per una protesta razionale e per una rabbia irrazionale. Non possiamo confondere la legittima protesta dei giovani, degli emarginati, cui va tutta la nostra solidarietà, con la violenza, con la distruzione dei negozi, con le catene, con le bombe molotov. È questo il punto. Qui dobbiamo metterci d’accordo. Il problema qual è? I problemi del paese non sono oggi i diritti civili. I problemi del paese sono la stabilità politica, la lotta all’inflazione, l’ordine repubblicano. Non basta fare la prima della Scala per gli operai, che sarebbe puro populismo. Che cosa abbiamo noi fatto quest’anno? Abbiamo incassato qualche milione in più. L’incasso è stato di 52 milioni. Cosa volete che siano? Volete che la Scala faccia una battaglia per 20 milioni? Con un bilancio di 17 miliardi? Il paese, la classe dirigente, la classe politica non si sono posti il problema del costo economico di una politica culturale. Quindi mi si deve spiegare come si fa... è questo il problema. È ovvio che riporto il problema al quadro politico, ma tutto risale alla situazione economica.
LUIGINO – La questione della Scala, come le altre lotte che abbiamo fatto, è stata una battaglia soprattutto a sfondo morale e ideologico. Forse perché siamo giovani, e quindi siamo arroganti, questa è sempre una battaglia di principio: di eguaglianza di valori in cui crediamo. Noi rivendichiamo non soltanto il diritto al necessario, alla pastasciutta tutti i giorni, ma anche il diritto al lusso. Questo è l’elemento in discussione. Rivendichiamo il diritto al lusso non tanto perché ci piace il caviale, ma perché ne vogliamo fare un oggetto di scontro ideologico, culturale, politico. Io lavoro in un grande magazzino e quando viene beccato qualcuno a rubare la carne in genere gliela fanno passare liscia, fino a 2-3 volte; quando ruba una bottiglia di whisky, invece, lo incarcerano subito. Marx dice che il comunismo è pane e rose, tutte e due le cose insieme, il necessario e il superfluo. Quello che andiamo a intaccare con questa battaglia è questo concetto di fondo: perché non dobbiamo avere anche noi il diritto a quei generi che invece la borghesia, il potere, ha sempre tenuto e considerato per sé?
SPINELLA – Io penso che bisogna tenere distinti i piani, altrimenti non ci si potrà mai capire. Da un punto di vista formalmente e rigorosamente politico, il tipo di lotta che si è visto in occasione dell’apertura della Scala, mi trova fortemente dissenziente. Perché? Perché lo ritengo controproducente. Cioè ritengo che porti acqua al mulino della destra. La politica è una scienza dei mezzi e dei fini, e questo mezzo secondo me contraddice il suo fine. Io credo in quello che diceva adesso Luigino, che cioè il loro fine è anticapitalistico e antiborghese. Ritengo perciò che il mezzo da loro adoperato abbia come effetto una ulteriore difficoltà nella lotta contro il capitalismo e la borghesia. D’altra parte, io non credo che tutto sia politica, scusatemi. C’è poi un altro piano, che è il piano della riflessione complessiva sul sociale, ed è più vasto. Su questo piano, dal ’68 in avanti, e anche prima, io ho sempre ritenuto che i movimenti detti eversivi, siano estremamente importanti in positivo per la formazione di una opinione generalizzata e diffusa della non vivibilità della società creata dal capitale. Li considero gesti simbolici, e siccome attribuisco al simbolismo un ruolo positivo, ritengo che occorra sapere sempre compiere uno sforzo di lettura, di interpretazione.
GRASSI – Questa può essere demagogia.
SPINELLA – No, non è demagogia. Perciò, secondo me da tanta protesta emerge una ulteriore conferma dello stato di violenza sempre meno sostenibile che le società strutturate capitalisticamente esercitano sull’enorme maggioranza, sulla quasi totalità di coloro che hanno la sventura di vivere in questo periodo storico, che è però esaltante, proprio perché può costituire il momento del rovesciamento nella transizione. Ebbene, questi movimenti appunto lo fanno capire a coloro che non lo vogliono capire. Non lo fanno capire a me che sono un comunista, un militante da trent’anni e più, ma lo fanno capire a tutti coloro che invece si adattano, si adagiano, si ingrigiscono, si addormentano. E qui c’è un grosso problema. Vedi Grassi, io sono per la Scala, sono per la cultura anche costosa, sono per la ricerca specialistica per esempio. D’altra parte non posso non comprendere come una prima solenne, una prima in certo modo di lusso, comporti una certa acquiescenza al quieto vivere, al funzionamento, a quello cne tu hai chiamato l’ordine. Ordine è una parola estremamente...
GRASSI – Ho detto ordine repubblicano.
SPINELLA – Sì, repubblicano. Ma ordine è una parola ambivalente. Io che sono un comunista, ho scritto di recente su Rinascita a proposito dell’autoriduzione, che a mio parere leggere questi atti in negativo e soltanto in negativo sarebbe un essenziale errore politico. Ritengo che questo valga in particolare per i comunisti.
LA REPUBBLICA – Sarebbe ora interessante sentire Facchinelli sul concetto del diritto al lusso.
FACCHINELLI – Non prenderei la cosa da questo lato, che si presta subito ad essere demolito, anche ironizzato. Caso mai, mi chiedo come mai otto anni fa, in piazza della Scala c’era Capanna (1) che parlava alle forze di polizia, e otto anni dopo di nuovo in fondo la stessa scena. Secondo me, c’è qualcosa che non funziona precisamente in questa ripetizione. Mi sembra che ci troviamo davanti a un movimento che è molto debole, molto fragile, molto attaccabile nelle sue motivazioni immediate, ma è contemporaneamente un movimento indomabile: qualche cosa che appunto continua. Allora il lavoro che da sinistra si può fare è quello di cercare di capire questa specie di povertà o impossibilità a una traduzione del problema nei termini del discorso dominante. In questo senso, in fondo, ci riallacciamo anche a un problema politico molto più ampio.
LA REPUBBLICA – Ritornando al simbolico. In questa occasione, una parte della stampa ha costruito un’immagine arbitraria del provocatore, dell’emarginato: come se nell’emarginazione ci fosse una colpa potenzialmente criminale.
DEVOTO FALCK – Anche l’immagine della borghesia è un po’ mitica. Voi forse non c’eravate, ma i gioielli erano tutti falsi, gli abiti lunghi avevano un che di povero almeno per un certo occhio.
MARA – Io non avrei riconosciuti i falsi dai veri: io i gioielli non ho mai avuto la possibilità di vederli.
DEVOTO FALCK – Diciamo la verità, era una immagine un po’ della paura. Nessuno arrivava con la macchina con l’autista come si faceva ai miei tempi, cioè con la sicurezza di un diritto. Questo mi pare abbastanza importante. Non è solo perché vi siete mossi voi: è una cosa molto più lontana, molto più profonda. C’è il dubbio, c’è l’insicurezza.
GRASSI – Io ho parlato di ordine repubblicano: anche questo è un modo di esprimersi. Tutte le volte che Dutschke e i suoi hanno sfasciato delle macchine hanno fatto dei regali a Strauss. Secondo me se voi foste venuti in centro, in piazza Scala, senza catene di ferro, senza bottiglie molotov, con un cartello di sdegno, il silenzio sarebbe stato moralmente molto più importante di tutto quello che è avvenuto e che è costato: tensione, fatica, feriti, soldi.
LA REPUBBLICA – C’è qualcuno qui che si ritiene un violento?
MARA – Sì, sono violenta, e la violenza che c’è stata per la Scala è la rabbia che si esprime a Quarto Oggiaro. A Quarto Oggiaro, le persone sono ridotte a doversi fare un buco di eroina per sopravvivere, perché non ci sono spazi nei quartieri, non ci sono spazi nella città, non c’è spazio nel lavoro, non c’è spazio per niente. La prima espressione è una espressione di rabbia, quindi di violenza. Il semaforo di un incrocio non è importante, però personalmente io lo spacco perché ho una rabbia che non riesco a indirizzare.
GRASSI – Scusa, ti rendi conto che usi un linguaggio di moda, tutta roba prefabbricata? Se hai cercato una tua libertà, una tua identità, perché ti metti in coda? La tua è la moda della contromoda, il conformismo dell’anticonformismo. Perché siete tutti pettinati uguali e vestiti uguali? Il problema generale è il malessere, questa non è demagogia, è pura verità.
SPINELLA – Mi sembra opportuna un’osservazione. All’indomani dei fatti, molti dei giovani che vi hanno partecipato hanno usato il termine «sconfitta». Io non credo sia stata una sconfitta.
LUIGINO – Noi abbiamo fatto un comunicato che non è stato pubblicato dai giornali, ma in cui riconosciamo come vittoria il fatto d’aver costretto la borghesia milanese a poter partecipare alla prima della Scala soltanto grazie a uno schieramento della polizia. Consideriamo una vittoria l’aver costretto la borghesia ad andare alla prima della Scala con abiti non sfarzosi, usando il tram, con grande paura.
SPINELLA – Perché non è stata una sconfitta? Perché quello che è emerso dalle parole della signora Falck, da quelle di Grassi per un verso, e nelle mie, di militante di un grande partito, è problematicizzazione, tensione, disagio e anche, questo lo dico a titolo personale, una certa «vergogna». Vergogna è un termine usato da Marx nel 1843, quando disse che, quando un popolo comincia a vergognarsi del modo come vive è un inizio di un processo di rottura e c’è da sperare nella rivoluzione. Ecco, a me pare che un po’ tutti noi ci vergogniamo che le cose vadano in questo modo. Non abbiamo la soluzione, io non ce l’ho, non ce l’ha Grassi, non ce l’ha la signora Falck.
LA REPUBBLICA – Forse la signora Falck ci può spiegare meglio il suo disagio.
FALCK – Vi do un piccolo esempio. Io avevo 14 anni e andavo sempre alla Scala con mio padre. Presso l’entrata laterale c’erano i mendicanti, e mi ricordo che provavo un profondo senso di disagio, di vergogna. Non so come spiegare. È un discorso strano da fare adesso, ma c’entra con la situazione di oggi. Io ho detto disagio ed è anche di più. Non è paura, però.
LUIGINO – Con 5.200 poliziotti vorrei ben vedere!
FALCK – No, guardi, io non dico una cosa non vera, io non ho paura. C’è una componente di paura, naturalmente, però la cosa è molto più lontana, molto più a monte di questa storia. È un senso di colpa che ha sempre fatto sì che almeno in Lombardia si pensasse alla Svizzera come a un regno di pace, di ordine, di sicurezza. E di qui la fuga di capitali e cose molto più grosse... A me l’altra sera sembrava tutto sbagliato, se devo dire la verità.
LUIGINO – Noi rivendichiamo il fatto di avere avuto il coraggio, magari non la forza militare, ma il coraggio morale senz’altro, di sfidare uno schieramento enorme di polizia e soprattutto una campagna di stampa, già iniziata prima dalla Scala, che aveva fatto di tutto per isolarci e definirci come criminali, vandali... Sia rispetto al cinema, sia rispetto alla contestazione della Scala in sé, pensiamo di avere avuto il sostegno morale dalla maggioranza della popolazione. Questo lo diciamo perché viviamo nelle fabbriche, abbiamo frequentato i bar prima e dopo gli incidenti e i commenti, non nei bar di via Montenapoleone, ma nei bar di corso Garibaldi o di Quarto Oggiaro, erano sostanzialmente favorevoli, al di là delle critiche per gli eccessi di violenza. Eccessi di violenza che magari molti di voi non riescono a capire, perché questa condizione di emarginazione pesante non la vivete...
LA REPUBBLICA – È dubbio che ci sia stata questa grande solidarietà da parte della popolazione, proprio per la natura dell’obiettivo...
LUIGINO – Sia quando occupi uno stabile e lo metti a posto, sia quando vai a contestare la Scala, ti senti per la prima volta un soggetto politico, senti che non sei più un oggetto che subisce tutto, ma che riesci a trasformare le cose. La violenza. Su questo noi ci differenziamo dagli autonomi, anche se poi i giornali ci mettono tutti insieme. La nostra forza maggiore è la creatività. Quando avevamo avuto l’idea iniziale di contestare la Scala, volevamo fare un enorme girotondo di 3 o 4 mila persone, che, tenendosi la mano dell’altro, accerchiavano la Scala, e impedivano l’accesso dei tram, dei mezzi di trasporto e della gente. Non è stato possibile, per il grado di intimidazione e di violenza di questo stato d’assedio: accedere con dei cartelli era assolutamente impossibile.
GRASSI – Tu usi la parola «coraggio». Ecco, a questo punto io ricordo una frase di Brecht, che trovo esemplare: «Felice la società che non ha bisogno di eroi». Noi non abbiamo bisogno di un ragazzo con le gambe spezzate, che ha avuto il «coraggio» di andare a prendere a martellate un tram. Questo non è coraggio. È un fenomeno di mero romanticismo.
LUIGINO – Oggi a Milano c’è più gente che si buca di eroina che non operai dell’Alfa Romeo.
GRASSI – Lo so, purtroppo. Ma questo fatto non coincide con la protesta. In questo momento, sul piano morale e civile, io rispetto e in gran parte condivido la vostra protesta; non condivido il modo in cui si realizza. Il girotondo di 4 mila persone significa impedire alla Scala di realizzarsi, significa impedire a questo disprezzatissimo pubblico di arrivarci, significa impedirci di essere noi stessi nella nostra libertà. È questo il punto. Qui stiamo in un paese al collasso economico e noi aggiungiamo collassi a collassi. Con quale risultato? Risultato di scontri fisici, di scontri morali, di una contrapposizione fra due cittadini che non rubano, che non si sono pugnalati, ma che si danno la mano. Non lo so e non riesco a capire: ecco, non riesco a capire.
SPINELLA – Mi sembra che questo dibattito abbia espresso già tutti i suoi termini, ma farei una proposta alla Repubblica: che si facesse iniziatrice di una raccolta di firme per chiedere la scarcerazione degli arrestati (2). Poi uno firma o non firma. Io firmo. Grassi non firma, ma questo non ha importanza.
GRASSI – Un momento: ma noi non abbiamo un Comune, una Provincia, una Regione? Ieri sera ho sentito delle dichiarazioni del Consiglio dei tranvieri, erano feroci. Parliamoci chiaro, non scavalchiamoci a sinistra, perché a scavalcarci a sinistra siamo tutti bravi. Abbi pazienza, Spinella, ti contraddici col tuo giornale, con il tuo partito.
SPINELLA – Certo che mi contraddico: l’ho fatto tante volte e lo posso fare una volta di più, non è certo questo il problema... Tu, Grassi, credi che se questi ragazzi vengono scarcerati, sarebbe incitamento alla violenza? Io penso di no. Scusami, Grassi, ma mi sembra che tu abbia una concezione un po’ verticistica delle cose. Io sono un militante di un partito e mi arrogo il diritto di andare anche contro una certa dichiarazione, una certa posizione del mio giornale e della mia Giunta, tranquillamente. E il mio partito è quello che passa per essere il più disciplinato, e lo è.
LUIGINO – La violenza di essere senza lavoro per te non c’è? E la violenza di abitare a Quarto Oggiaro, che è teatro di violenza?
Note: (1) Mario Capanna, oggi segretario di Democrazia Proletaria, è stato uno dei leader della contestazione del ’68. (2) Dopo gli incidenti alla Scala erano stati arrestati trentuno giovani. C’erano stati anche 250 fermati.
I giovani? Dei porci con le ali di Alfredo Giuliani
Il titolo corre già, anzi vola, piuttosto allegro per la penisola: è Porci con le ali (Savelli, 208 pagine, 2.200 lire); ne accennava recentemente in questa pagina Beniamino Placido e Giuliano Zincone nel Corriere del 1° agosto ha pronosticato che lo leggeranno in centomila. Anche di più, probabile. È una love story italiana, post-sessantottesca, porno-romantica, sfottente e disperata, con punte di umorismo anche funereo e di sfrenato cattivo gusto molto adolescienziali. I protagonisti sono due liceali sedicenni, Rocco (segarolo proiettato nella Conoscenza Carnale) e Antonia (scopona immaginosa e tenera, autoerotica anche lei la sua parte). Gli autori si nascondono dietro l’anonimo: non-più-adolescenti, dicono di aver voluto rappresentare «la realtà sessuale delle nuovissime generazioni».
Beh, a noi pare che la giusta caduta della Repressione, con via libera all’Orgasmo, al bisessualismo, al pansessualismo, eccetera, sia avvenuta precipitosamente in un Vuoto che non è soltanto quello, come sosteneva Placiso, della incombente disoccupazione. I due studenti liceali, romani medio-borghesi, non si preoccupano ancora del posto di lavoro. Con un qualunque lavoro non sarebbero meno angosciati: non sanno come collocarsi tra il «collettivo» e l’intimità. Il loro rito di iniziazione (a che cosa? allo Spreco, alla fuga in qualche inevitabile e «stronzo» compromesso?) consiste nell’irridere tutto e nel subire ogni potere che sia in grado di consumarli. Per il momento i giornaletti porcaccioni gli sembrano più gustosi della geniale rivista di classe «scritta da compagni paraculissimi», che però fa suicidare dalla noia. Noi non ci vergogniamo di esserci divertiti, anche se il «Che palle che palle che palle» di Antonia è uno sbuffo più doloroso che comico. Quando Rocco, alla fine del libro, scrive alla ragazza: «E l’unica cosa che ho scoperto è che è tutto un gran casino», ci sembra avviato benissimo per un viaggio «molto molto lungo», come dice lui; mentre lei, anziché leggere Lotta continua e sognare, preferisce sognare Lotta continua e leggere qualcos’altro, «qualcosa in cui ci siano bestiali storie d’amore infelici». Però, che paracula! Non si sono così ricostituiti, a dispetto degli autori, i due classici ruoli maschio e femmina, dell’immaginario?