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 2017  giugno 09 Venerdì calendario

Intervista a John McEnroe: «La tecnologia il male del tennis. Ai miei tempi contava il talento»

John McEnroe dica la verità: al tennis oggi manca uno come lei?
«Non sta a me dirlo. La personalità è importante, se in campo vanno due di cui non ci interessa niente, non è un granché. A me piace Nick Kyrgios, tranne quando non si impegna. Ha fisico e talento, ma non può permettersi di non essere in forma. Quando lo vedo mollare di testa, mi chiedo: cambierà? Spero di sì, è giovane e ha gente che lo aiuta. Ma non so se ci scommetterei».
Dicono che il tennis sia diventato noioso: concorda?
«Colpa della tecnologia. Noi abbiamo iniziato con le racchette di legno, poi i materiali hanno continuato a evolversi. Il bello sta nella costruzione di un punto, oggi invece basta un colpo. Ai miei tempi i grandi atleti erano pochi, chi aveva talento spesso aveva la meglio. Oggi è il contrario. Ma se guardiamo a Federer, Nadal e Djokovic, troviamo un’ottima combinazione tra qualità atletiche e menti tennistiche».
La soluzione è velocizzare le superfici?
«Può aiutare il tennis d’attacco. Federer ha vinto a Melbourne perché è il più bravo ad adattarsi e sa giocare un tennis più aggressivo. Incoraggiare uno stile più completo è sicuramente un bene».
Se Federer o Nadal dovessero tornare n.1 sarebbe una buona o una cattiva notizia?
«Sono due fra i più grandi: non può essere cattiva. Stanno di nuovo vincendo più di tutti, e questo mi sorprende, ma il loro esempio può spingere gli altri a migliorarsi».
Thiem, Zverev, Kyrgios sono i giovani più forti: chi si prenderà per primo uno Slam?
«Se devo scegliere dico Zverev. Anche se Kyrgios è favorito rispetto agli altri due a Wimbledon, e Thiem è il più solido e può fare bene ovunque, specie sulla terra».
Se Nadal trionferà per la decima volta a Parigi bisognerà rivedere l’opinione che ritiene Federer il migliore di sempre?
«Nadal è già un grandissimo. Senza gli infortuni i suoi numeri sarebbero stati ancora migliori, ma quando è sceso Roger è tornato a bussare alla porta: se consideriamo il numero di semifinali Slam non c’è dubbio che sia lui il più continuo. Per Nadal non credo che vincere 9 o 10 volte Parigi faccia molta differenza, diverso sarebbe stato conquistare l’Australia Open a gennaio, o altre due volte Wimbledon, o una gli Us Open».
Al Roland Garros sono arrivati in fondo i soliti noti: perché?
«È un torneo che sa tirarti fuori il peggio. Separa chi è disposto a dare tutto, a non mollare, da chi si accontenta. Per me era un torneo durissimo. Soprattutto per una questione mentale».
Avrebbe mai saltato il Roland Garros per preparare l’erba, come ha fatto Federer?
«Vorrei aver avuto lo stesso problema... Neanche lui si aspettava di vincere tanto al rientro. Poi non so quanto lo avrebbe motivato giocare sulla terra prima di Parigi, e questo per Roger è lo Slam più difficile. Ha preferito concentrarsi su Wimbledon: può funzionare».
Murray resterà numero1?
«Con la concorrenza che c’è è dura anche essere il n. 5. Serve l’X factor. Andy può resistere, ma sarà dura».
Federer può rubargli il trono?
«Se vince Wimbledon ha una chance. Ma non so se giocherà abbastanza tornei».
In che cosa Agassi può aiutare Djokovic in crisi?
«Sul piano delle motivazioni. Djokovic può reggere molti anni ancora, spero che continui anche la loro collaborazione, che è positiva per il tennis».
Gli ex campioni sono i migliori coach?
«Possono essere molto bravi, ma può esserlo anche chi non lo è stato. Becker ha dato qualcosa a Djokovic, e non riesco a immaginare Cilic che vince gli Us Open senza Ivanisevic. Ma devi poterteli permettere».
Lei, a parte la collaborazione con Raonic, non ha allenato molto: di chi farebbe il coach?
«L’ideale sarebbe Kyrgios: abbiamo teste simili. A Raonic ho detto di sì perché aveva bisogno di me part-time. A casa c’erano da crescere un po’ di bambini, da 7 anni ho la mia academy a New York, poi mi piace ancora giocare nel senior tour. Troppe cose».
Che cosa non rifarebbe?
«Io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma forse mi impegnerei di più».