Corriere della Sera, 9 giugno 2017
Banche venete, il tempo nemico e la via d’uscita pubblico-privato
Ci siamo. La prima volta che il Tesoro ha ricevuto un progetto di ricapitalizzazione misto pubblico-privato per le banche venete risale a gennaio. Una soluzione mista suggerita dal fondo Atlante, il paracadute che le banche, la Cassa depositi e il governo hanno aperto ad aprile dell’anno scorso per evitare il crac. Un percorso, quello del salvataggio, dove si mescolano regole incerte, margini molto ampi di discrezionalità da parte di tutti i vigilantes, dalla Bce alla Commissione Europea. E soprattutto un nemico: il tempo. Prendiamo la soluzione Santander-Popular, la decisione è stata presa in 24 ore. In Italia il passaggio di Etruria-Marche-Chieti a Ubi, al prezzo di un euro, è arrivato dopo quasi due anni. Questione di regole, di capacità negoziale del governo nei confronti delle autorità europee. Ma non solo. Più il tempo passa, più il valore delle banche scende. Non è un mistero, e i dati lo confermano, che in questi mesi dal MontePaschi alla Vicentina non sono pochi i clienti che hanno deciso di approdare altrove. Certo, la grande fuga non c’è stata ma la domanda è: a che punto va scattata la fotografia per la richiesta dei capitali necessari alle banche in difficoltà? Ecco il punto. La foto cambia di continuo. Prendiamo Vicentina e Veneto, l’aumento da 2,5 miliardi realizzato da Atlante tra giugno e luglio scorsi era stato chiesto dalla Bce sulla base degli stress test che calcolavano uno scenario avverso di 850 milioni. Con le maxi-perdite da 3,4 miliardi lo scenario avverso è peggiorato di otto volte, a 6,4 miliardi. Non è banale osservare che se si fosse fatto tutto più rapidamente il costo sarebbe stato di molto inferiore. E a proposito di regole l’intervento dello Stato può avvenire solo dopo che il capitale privato ha assorbito le perdite pregresse e quelle previste. Qui la discrezionalità è assoluta.
C’è poi un’altra questione, che ha impresso un’accelerazione in queste ore: in caso di risoluzione dei due gruppi veneti il costo per il sistema bancario potrebbe arrivare alla cifra record di 11 miliardi. Un paragone? Per Marche-Etruria-Chieti e Ferrara il conto complessivo alla fine è stato di 4,6 miliardi. Molto meno della metà.
Una cosa è certa, il percorso previsto per la risoluzione, che ha fino all’ultimo l’obiettivo di tenere in vita la banca: l’aumento di capitale precauzionale, cioè l’intervento dello Stato in una banca solvibile che non riesce a trovare i capitali sul mercato; il bail in, che mantiene in vita la banca ma prevede l’azzeramento del capitale, dei bond e dei conti correnti oltre i 100 mila euro. Obiettivo, come è accaduto al Banco Popular, la cessione. Ultima frontiera, se le cose non si riesce a farle, la liquidazione: lo scenario più drammatico. C’è un punto che forse in questi mesi è stato sottovalutato: il Tesoro ha garantito tra Mps e Venete, obbligazioni per circa 25 miliardi di euro. Che cosa accadrebbe se dovessero saltare? Una specie di bomba a orologeria sui conti pubblici. Molto più di una manovra.
Si starebbe dunque lavorando a una soluzione mista, con lo Stato che potrebbe intervenire con circa 2,5 miliardi. Ma la condizione della Ue è chiara: capofila del salvataggio devono essere i privati. Lo Stato, in ogni caso, non potrà che avere il ruolo di azionista-temporaneo. Il braccio di ferro Ue-Bce ha contribuito a far perdere tempo. Una quota di discrezionalità forse troppo alta. Esempio: nella decisione sui coefficienti di capitale le autorità europee considerano la «valutazione del modello imprenditoriale e della governance». Come dire: i regolatori entrano nella gestione. Sicuro che sia un buon metodo? Una cosa è abbastanza certa: in tutte le crisi, dall’auto agli aerei, la soluzione è stata trovata con le aziende più forti che hanno rilevato quelle più deboli. Un darwinismo che le regole difficilmente possono scavalcare.