Corriere della Sera, 9 giugno 2017
Legge elettorale, caos e franchi tiratori. Salta l’intesa
ROMA La legge elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5% torna alla casella di partenza, in commissione alla Camera, dove potrebbe essere dimenticata. E si scioglie, come neve al sole, anche il «patto a 4» che Pd, FI, M5S e Lega avevano faticosamente raggiunto per stabilire insieme le regole elettorali con l’illusione di correre alle elezioni anticipate il 24 settembre. Oggi i contenuti e il calendario sono tutti da ridiscutere.
E dal Quirinale, davanti all’interruzione del dialogo che pure il presidente Sergio Mattarella aveva propiziato, arrivano segnali di seria «preoccupazione»: il Colle si è già espresso sull’indispensabilità di una riforma e resta in attesa. Preoccupato ma senza fretta.
Il tempo c’è (mancano 6 mesi alla fine della legislatura) e deve servire innanzitutto per recuperare il testo frutto dell’accordo, magari allargando il consenso ad Ap, FdI e Mdp.
L’incidente (un emendamento Biancofiore, FI, Fraccaro, M5S, approvato a scrutino segreto) riguarda la «normalizzazione» degli 8 seggi uninominali del Trentino che la legge in votazione assegnava con il Mattarellum maggioritario. Il sì dei grillini (che sul punto hanno rotto il patto a 4), i tanti franchi tiratori nel Pd e quelli (pochi) in FI hanno affossato la legge sulla cui fine, però, in pochi si strappano le vesti. Come dire che l’incidente, in casa Pd, tra i grillini e i cespugli che gongolano, era largamente atteso.
Silvio Berlusconi chiede di riprendere le trattative: «L’incidente su un emendamento non condiviso... non è una buona ragione per accantonare uno sforzo generoso... Se il Pd si ferma si assume tutte le responsabilità perché senza una riforma è difficile andare alle urne».
Tranciante, il giudizio di Beppe Grillo: «Legge affossata? È una cosa meravigliosa». Nel Pd, oltre alle accuse di inaffidabilità ai grillini, prevale la linea di Lorenzo Guerini («La legge è morta») anche se la minoranza di Orlando vuole ancora trattare. Pierluigi Bersani (Articolo 1) avverte: «L’origine dei guai è l’accordo per andare a votare in estate».