la Repubblica, 9 giugno 2017
Roland Garros, dalla Lettonia una finalista col pugno alzato. Il commento di Gianni Clerici
ADESSO non mi lascerebbero più entrare, magari chiamerebbero addirittura gli incaricati al servizio d’ordine, uno di quei geni che ha suggerito che mi togliessi il cappello, per vedere se sotto c’era la bomba. Sono stato per un anno compagno di doppio di Philippe Chatrier, prima che divenisse presidente dell’Itf (federazione internazionale) e che gli dedicassero il Centrale. Questa mattina sarei dunque andato da lui per dirgli se non pensava che fosse ora di abolire i doppi. Sono stato il primo ad accorgermi che nel Millequattrocento si giocava in 3 contro 3, anche in 4 contro quattro, un dettaglio dimenticato da quando i britannici avevano fatto credere che il tennis fosse una loro invenzione, come la rivoluzione industriale, verso il 1870. Ma ora i doppi non vengono più giocati se non da tennisti falliti o troppo vecchi per il singolare. Servono giusto per occupare gli spazi televisivi tra un singolare e l’altro. Andrebbero quindi aboliti, visto che le racchette contemporanee hanno costretto i singolaristi a scambi di 30-40 tiri, a partite di un minimo di tre ore. Questo avrei detto, se ancora fossi amico di qualcuno importante, per uno spettacolo al quale sono stato costretto ad assistere. E avrei motivato la mia richiesta, indicando la classifica dei due migliori tennisti iscritti al doppio, Safarova n. 39 e Verdasco n. 37. «Quel vecchio rimbambito si sarà almeno deliziato con le semi femminili» dirà qualche giovane lettore. Mica tanto, dacché Serena è incinta, la mia amata Venus ahimè invecchiata, e non si scorge ancora l’erede di una Navratilova né almeno di una Graf. Noi spettatori abbiamo dunque dovuto accontentarci dei tiracci scambiati dalla campionessa di Canapia, cioè dal naso adunco, Bacsinszky, svizzera adottiva, e dalla prima lettone con con racchetta, Ostapenko Elena. La lettone, per essere sincero, l’avevo già notata per aver vinto il singolare junior a Wimbledon 2014, e per il vezzo di mostrare il pugnetto ad ogni punto, verso l’avversaria o verso una sconosciuta divinità responsabile dei suoi errori. La singolarità della semifinale è stata il compleanno di entrambe le tenniste. Nell’ultima semifinale ho invano offerto le mie simpatie, posto che la mia vita di allenatore è terminata con quella di Gerulaitis, a Carolina Pliskova. Praghese come Drobny e Navratilova, Carolina mi suscita la viva empatia che i suoi concittadini mi suggerirono non solo nel tennis, e, non dovrei dirlo, quando tentai di scrivere il romanzo Terra rossa. Tentando di colpire solo le righe, solo con colpi piatti, senza mai un tiro sporco, o un drop, Carolina ha finito per essere vittima della indomabile e poco avvenente Simona Halep, che era andata vicinissima alla sconfitta contro Svitolina. Se vincesse la finale, Halep diverrebbe una delle più deboli e ammirevoli n. 1 del mondo.