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 1976  dicembre 02 Giovedì calendario

Né in Cile né a Berlino

Abbiamo scritto domenica scorsa un articolo intitolandolo Né in Cile né a Berlino (1). I lettori ricorderanno la tesi che vi si sosteneva: la violazione della libertà va fermamente combattuta ovunque si verifichi e la difesa della libertà è indivisibile.
Poiché un giornale non è una scuola di filosofia del diritto, ma un concreto strumento d’informazione e d’intervento, noi applicavamo questi principi, nei quali profondamente crediamo, a due casi di bruciante attualità, e cioè la trasferta della squadra di tennis italiana in Cile per le finali di coppa Davis e l’atteggiamento da prendere nei confronti del governo della Repubblica democratica tedesca, il quale ha proprio in questi giorni accentuato il clima di repressione contro intellettuali del tipo di Biermann e Havemann. Suggerivamo che, senza impigliarci in una casistica infinita che servirebbe soltanto a favorire comode fughe in avanti, si concentrasse intanto l’attenzione su questi due «esempi» e su di essi si prendesse, da parte della pubblica opinione democratica del nostro paese, un atteggiamento univoco.
A che cosa avrebbe dovuto servire quest’atteggiamento? A sottrarre il caso cileno e quello tedesco a strumentalizzazioni di parte e a far pesare con mezzi idonei sui governi di quei paesi la condanna morale e politica dell’opinione pubblica internazionale.
Questa nostra posizione ha provocato diverse reazioni. Anzitutto quella, numerosissima e immediata, dei lettori. Moltissimi ci hanno espresso con telefonate, telegrammi e lettere, pieno consenso. Altri ci hanno invece manifestato alcuni dubbi. Sono seguite ieri due prese di posizione rispettivamente del Corriere della Sera, dell’Unità, di segno ovviamente opposto. Il Corriere torna a sostenere la «neutralità» dello sport; l’Unità, pur deplorando i comportamenti repressivi dei governo della Germania orientale, respinge un’equiparazione tra un regime socialista e quello dei «gorilla» cileni.
Questo lo stato del dibattito, il quale solleva questioni grosse, ideologiche, politiche, morali.
Della tesi «neutralista» del Corriere della Sera è facile sbrigarsi: viviamo in un’epoca nella quale gli uomini tendono a ricomporre ad unità la loro persona, per troppo tempo segmentata e dissociata. Il politico deve avere la prevalenza sul privato o il privato sul politico? La discussione su questo tema è apertissima e dotti interventi in materia abbiamo letto nei mesi scorsi su giornali e riviste, a cominciare dal quotidiano di Ottone (2). Ma quale che sia la formula preferita, entrambe sottolineano la necessità che l’uomo moderno sente di ritrovare una propria unitaria dimensione.
A guardar bene, gli «charmes discrètes de la bourgeoisie» altro non sono stati che la capacità borghese di tagliare la persona in tanti spicchi, in ciascuno dei quali di volta in volta fosse possibile ritirarsi per difendere il proprio «particulare». Ora, è proprio questa capacità che è entrata in crisi. È possibile difendere ancora la propria legittima voglia di giocare una partita di coppa Davis anche in Cile, riparandosi dietro l’affermazione che «lo sport non c’entra con la politica»? Ma quell’uomo che andrà a giocare laggiù, che starà fermo sull’attenti e nel saluto della bandiera e degli inni di quel paese, che sarà premiato «da quella mano», è un uomo intero o un muscolo che fa da sostegno ad una racchetta?
Via, caro Ottone, vale la pena che il tuo giornale celebri a giorni alterni il sodalizio con Pasolini, se il suo messaggio è stato così poco capito da consentirvi di sostenere ancora un concetto tanto bolso qual è quello della «neutralità dello sport»?
Maggior peso sembrano avere gli argomenti dell’Unità. Il giornale del Pci distingue tra il Cile fascista di Pinochet e la Germania socialista. Quest’ultima potrà anche commettere errori che vanno certamente deplorati e criticati, ma appartiene pur sempre ad una «famiglia». Perciò, conclude l’Unità, non si tratta di isolarla, ma se mai d’aiutarla a rinsavire.
Certo, non ci sfuggono le differenze storiche e di struttura dei due regimi. Certo, a Berlino est non ci sono i gorilla di Pinochet: a Berlino est il popolo «possiede» i mezzi di produzione. Ma, tragicamente, il mutamento delle strutture economiche non solo non ha aperto la via all’affermarsi della libertà, ma al suo contrario. La Germania dell’est appartiene alla grande famiglia socialista? Sono stati socialisti quei paesi? Chi oserebbe affermarlo? E sulla base di quali argomenti?
Due giorni fa un nostro redattore, come ieri abbiamo pubblicato, è stato fermato all’aeroporto di Varsavia dalla polizia polacca che, contravvenendo a tutte le norme stabilite alla convenzione di Helsinki, dopo averlo perquisito e spogliato nudo, gli ha sequestrato tutti gli appunti, tutti i ritagli di giornali, tutti i documenti e ce l’ha rispedito a Roma come un pacco postale (3). È questo il socialismo o è uno Stato di polizia?
Nei paesi dell’est europeo esiste un’opinione pubblica democratica e socialista, esiste una matura classe operaia, ma molti dei suoi esponenti più qualificati sono isolati o addirittura languono nelle prigioni e nei manicomi. Ad essi prima di tutto si deve far giungere concreta solidarietà. E per l’appunto, non contro, ma in nome del socialismo.
Note: (1) Una parte dell’opinione pubblica e delle forze politiche voleva che la nostra nazionale di tennis (Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli, capitano non giocatore Nicola Pietrangeli) si rifiutasse di disputare la finale di Coppa Davis in Cile, in segno di condanna per il regime di Pinochet. Così s’era comportata, nelle semifinali, l’Unione Sovietica che aveva pagato con l’eliminazione il suo “no” alla trasferta di Santiago. La nostra nazionale, come è noto, alla fine andò e vinse, battendo i cileni per 4 a 1 e conquistando – prima e per ora unica volta nella sua storia – la Coppa Davis. Wolf Biermann, cantante della Germania Orientale, dalla vena pacifista e contestatrice, venne privato della cittadinanza mentre si trovava in tournée a Colonia. Robert Havemann (1910 – 1982), scienziato comunista conosciuto in tutto il mondo per i suoi studi sulla fotosintesi, solidarizzò con lui e fu messo agli arresti domiciliari. (2) Piero Ottone era direttore del Corriere della Sera. (3) Piero Benetazzo si trovava a Varsavia per un’inchiesta sull’opposizione al regime.