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 2017  giugno 08 Giovedì calendario

Walker Evans che cambiò il nostro sguardo sull’America

Luigi Ghirri diceva che Walker Evans non solo fotografava, ma faceva con i suoi scatti delle carezze al mondo. Difficile non credergli dopo aver visto la grande mostra che gli dedica il Centre Pompidou di Parigi (fino al 14 agosto) sotto la direzione di Clément Chéroux. Sono oltre 400 opere tra fotografie, cartoline, disegni, quadri, riviste, che raccontano l’attività di questo fotografo che è stato uno dei più innovativi del XX secolo, che ha rinnovato il nostro modo di vedere il mondo in generale, l’America in particolare. Si parte dalle istantanee prese a Parigi nel 1926 da un giovane Evans ancora incerto se dedicarsi alla letteratura o invece alla fotografia. Ha 23 anni e ha probabilmente visto nella città europea le opere dei surrealisti, gli scatti di Man Ray, quel modo modernista di guardare che appartiene a gran parte dell’arte contemporanea. Le prime immagini ci dicono di questa capacità prensile dell’ex studente del Williams College. A dare una svolta al suo modo di vedere – la fotografia è prima di tutto questo, vista la sua tecnica quasi elementare confrontata con quella di altre arti – glielo dà Berenice Abbott, che gli fa scoprire le immagini di Atget, per Evans un riferimento decisivo. Educato sulle fotografie del francese, di cui Abbott, assistente di Man Ray, possedeva parte dei negativi, il giovane americano focalizza il suo sguardo sulle persone, sui passanti, sulle vetrine dei negozi, sulle insegne, su tutto ciò che è scritto nello spazio visivo della città. Non a caso il padre di Walker era un pubblicitario.
La mostra parigina, davvero impressionante per la qualità e la quantità degli scatti esposti, e per i materiali che hanno ispirato Evans, propone una doppia chiave di lettura della sua opera: il vernacolo come oggetto e come metodo. Vernacolare significa particolare, localistico, provinciale, rispetto a una lingua ritenuta maggiore. Evans guarda là dove nessuno aveva ancora guardato: le merci esposte nelle vetrine, le insegne degli empori di paese, le chiese rurali, i cartelloni pubblicitari, le panchine, le sedie. Eleva il particolare a generale. Quando arriva alla Farm Security Admistation, il programma governativo del New Deal, tra il 1935 e il 1937, ha già affinato il suo sguardo sulle cittadine del nord e del sud, dell’est e dell’ovest. Quando fotografa i farmer dell’Alabama, il suo obiettivo sa trarre dai soggetti che fissa tutta l’intensità e tutta la dignità degli americani, dei poveri e dei reietti, dei contadini come degli operai. La Grande Depressione trova in lui il proprio poeta. Clément Chéroux ci presenta nel catalogo della mostra il vernacolo come il metodo stesso della sua fotografia: adotta i metodi e le procedure della fotografia non artistica e ne fa una forma creativa. Senza Walker Evans forse non sarebbe neppure nata la Pop art, non ci sarebbe la “fotografia di strada”. L’ammiratore di surrealisti diventa il fotografo degli oggetti e delle deiezioni, degli scarti e del pattume. Bellissime le immagini delle macchine nei depositi degli sfasciacarrozze, le vie delle cittadine viste dall’interno delle auto, delle persone che vanno al lavoro passando lungo un muro, i passeggeri della metropolitana ritratti di nascosto, i carrozzoni dei circhi, gli oggetti del lavoro. Grazie alla sua collaborazione con giornali, riviste e rotocalchi, il suo modo di guardare e scattare diventa una forma artistica, una delle poche originali del Novecento. Una mostra davvero straordinaria per un artista che finalmente si può seguire nell’interezza del suo percorso. Muore nel 1975 a New Haven a settantadue anni d’età, lasciando dietro di sé un’immagine indelebile del suo Paese, l’America.