la Repubblica, 8 giugno 2017
Di cosa si parla a Hong Kong? Dei diritti dei gay che fanno bene al business
Proteggere i diritti dei gay fa bene al business: e in quale altro posto del mondo sanno fare bene il business come a Hong Kong? Il problema è che a Hong Kong, come in tante altre parti del mondo, il matrimonio considerato tale è solo quello tra uomo e donna. E se non sei marito o moglie di, e ti trasferiscono dall’estero, non hai diritto per esempio a seguire tua moglie o tuo marito con lo stesso tipo di visto, e dunque non hai diritto allo stesso trattamento che hanno invece le altre mogli e mariti. Succede da sempre. Ma nell’ex colonia che cambia, e che oltre a lottare per i diritti politici prova a inseguire anche quelli civili, perfino l’establishment ha deciso di dire basta. E così i colossi della finanza, cioè i veri padroni dell’isola che è la Borsa più potente d’Asia, sono scesi in campo per difendere una manager e la sua compagna. Da Goldman Sachs a Credit Suisse, i supercolossi hanno infatti sposato, è proprio il caso di dirlo, la tesi secondo cui la diversità fa bene al business: facendo una lobbying pazzesca in vista della sentenza del tribunale che a metà mese deciderà sul caso. Dopo Taiwan, dove la Corte suprema ha già dato il via libera, anche un altro pezzo di Cina più o meno autonoma potrebbe dunque issare bandiera arcobaleno. Di fronte alla quale – mentre un sondaggio rivela che la maggioranza dei cinesi under 35 è ormai favorevole ai matrimoni gay – quella rossa di Pechino rischia di arrossire ancora di più: per l’imbarazzo del ritardo.