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 2017  giugno 08 Giovedì calendario

Affari per 30 miliardi negli accordi già firmati con l’Iran, con la stretta di Trump restano in bilico

ROMA L’Italia era stato il Paese più rapido nel cogliere le aperture derivanti dal disgelo obamiano verso l’Iran, e ora rischia di soffrire pesantemente i risvolti del “rigelo” trumpiano e di tutti i drammatici avvenimenti che si stanno accavallando. Decine di piccole, medie e grandi aziende mobilitate, missioni governative con ministri, premier e industriali in abbondanza (e anche una visita in pompa magna di Rouhani a Roma), un numero infinito di memorandum of understanding per un ammontare totale di oltre 30 miliardi. Ma di contratti veri e propri per ora se ne sono visti pochi, almeno di quelli significativi. Fermi gli accordi preliminari della Itinera del gruppo Gavio con le società pubbliche Jahanpars e Kayson da 1,1 e 2,9 miliardi per costruire due tratte ferroviarie con un totale di quasi 1.500 chilometri (eppure gli espropri erano avviati, le valutazioni di impatto ambientale fatte, le prospezioni idrogeologiche avanzate). E ferma la ripresa degli affari con l’Eni, presente nel Paese dal 1957 e in attesa della revisione delle procedure contrattuali: gli iraniani dovevano illustrare le nuove e più razionali modalità in un roadshow a Londra due volte annullato e mai riconvocato (il fatto che non avesse mai chiuso l’ufficio a Teheran neanche negli anni più difficili era stato pubblicamente lodato dai potentati locali ma in realtà l’ufficio rimaneva aperto per recuperare antichi crediti).
Altrettanto congelate sono le tante ipotizzate joint-venture nel settore agroindustriale: «L’Iran ci ha chiesto di lavorare insieme perché ha un’agricoltura molto sviluppata e cerca di farne una risorsa per il dopo petrolio», ricorda Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare. «Sono molto interessati al know-how italiano». Le trattative più avanzate riguardano quattro aziende – la pasta Divella, i biscotti Vincenzi, i formaggi Zanetti, le spremute Agrumaria – ma siamo sempre a livello preliminare. Anche su un altro settore portante, le auto, gli iraniani avevano tentato di riallacciare un rapporto con la Fca, che quando si chiamava ancora Fiat nel 2005 aveva avviato il progetto Siena per costruire una fabbrica da 100mila auto in accordo con la Pars, ma Marchionne non gli aveva neanche risposto, in questo caso per timore della reazione dei “cugini” americani.
Questo del rapporto con gli Usa resta il nodo cruciale. Ora non si sa come andrà a finire, ma ancora prima di Trump le sanzioni contro l’Iran non sono state cancellate il giorno dell’Implementation day (16 gennaio 2016) ma semplicemente “sospese”. E sono rimaste in vigore quelle “secondarie”, inerenti un reticolo di settori non solo della difesa: lo sblocco vero e proprio è rimandato al Cancellation Day addirittura nel 2025. In tutto questo tempo l’Ofac ( Office of foreign asset control), l’ufficio di Washington che controlla il rispetto degli accordi commerciali, deve monitorare ogni singolo comportamento di aziende, banche e istituzioni internazionali. E picchia duro: qualche anno fa ha multato la francese Bnp per ben 9 miliardi per aver violato gli accordi. È vero che allora erano ancora in vigore le sanzioni “primarie” ma la stessa severità l’Ofac assicura di mantenerla in questa fase intermedia. Sta di fatto che nessuna grande banca internazionale ha finora sottoscritto intese di partnership con banche iraniane, e questa era finora una ragione non secondaria dello stallo degli affari. La stessa Sace italiana (gruppo Cdp) si è limitata a tre micro accordi con la Bank Pasargad, la Bank Parsian e la Saman Bank per finanziare piccolissime operazioni. Della grande apertura, nemmeno l’ombra.