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 2017  giugno 08 Giovedì calendario

Attacco a Teheran: Due commando in azione nei luoghi simbolo degli sciiti

Il terrore ha raggiunto la capitale iraniana, che si sentiva in qualche modo tenuta al riparo da uno Stato controllore. Due commando hanno attaccato in contemporanea il Parlamento nel centro sud di Teheran e il mausoleo di Khomeini, méta di pellegrini quasi quanto le tombe degli imam sacri agli sciiti. Il bilancio è di 13 morti e di almeno 46 feriti.
I due attacchi sono stati rivendicati dall’Isis. Il sito Amaq, portavoce del gruppo terroristico, ha messo in rete un video delle operazioni mentre l’attacco era in corso. Due kamikaze, tra cui una donna, si sono fatti saltare in aria nel mausoleo, mentre nell’attentato al Parlamento un terrorista ha fatto esplodere la sua cintura di dinamite in una stanza in cui si erano rifugiate molte persone. Lo scambio a fuoco tra polizia e gli altri militanti dell’Isis, armati di fucili mitragliatori, è durato cinque ore prima che le autorità iraniane annunciassero che gli assalitori erano stati uccisi e gli ostaggi liberati. Al Parlamento come al mausoleo le prime vittime erano state le due persone di guardia che i terroristi – pachistani, secondo le prime notizie, nonostante che sembra parlassero arabo senza inflessioni – avevano subito ucciso per aprirsi la strada.
Da mesi l’Isis tentava di penetrare in Iran. L’anno scorso il governo aveva minacciato misure “decisive” se i jihadisti si fossero avvicinati a 40 km dal confine. Ancora poche settimane fa la Guida Suprema Khamenei ribadiva che la Repubblica islamica avrebbe saputo impedire all’Isis di entrare nel territorio iraniano. Ma recentemente sembra che si sia affiliato all’Isis un gruppo distaccato del Mko, i Moujaheddin del popolo che fanno capo a Marjam Rajavi, riesumando la vecchia sigla di esercito di Liberazione nazionale. Due di loro erano stati arrestati in febbraio, alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione. Il ministro dell’Intelligence Alavi aveva fatto sapere che tutta una rete di takfirì (come chiamano i terroristi islamici) era stata identificata e che le forze di sicurezza avevano impedito a più di un migliaio di giovani di arruolarsi attraverso Telegram nelle file dello Stato islamico. L’app di messaggistica più popolare in Iran è da tempo un mezzo di comunicazione e di propaganda per i jihadisti dell’Isis che chiedono alla minoranza sunnita in Iran di «insorgere contro il dominio sciita». «Questi attacchi renderanno l’Iran ancora più determinato e unito nel combattere contro il terrorismo, l’estremismo e la violenza», è stato il primo commento del presidente Rouhani, rieletto a grande maggioranza il 19 maggio scorso. Le Guardie Rivoluzionarie invece hanno accusato direttamente l’Arabia Saudita e Trump, secondo cui «il coinvolgimento dell’Isis dimostra la loro responsabilità in questa mossa selvaggia».
Secondo Said Leylaz, ex viceministro molto vicino al presidente, l’attacco ieri di è anche un attacco a Rouhani che ha ribadito il suo appello «alla moderazione e alla razionalità» nelle relazioni nella regione e attraverso il Qatar aveva cercato di riavviare un dialogo con gli altri Paesi del Golfo. Che i destini dell’area siano strettamente intrecciati è ovvio. Non a caso Donald Trump ha telefonato ieri all’emiro del Qatar, Tamin bin Hamad al-Thani, offrendo il suo aiuto per una soluzione della crisi diplomatica apertasi con la rottura delle relazioni diplomatiche nei confronti dell’emirato da parte di Arabia Saudita, Emirati, Egitto, Bahrein e Yemen: «Il presidente si è offerto di aiutare le parti a risolvere le loro differenze, anche con un incontro alla Casa Bianca, se necessario», ha dichiarato l’amministrazione Usa in una nota.