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 2017  giugno 08 Giovedì calendario

Comey attacca Trump. «Mi chiese di fermare l’inchiesta sul Russiagate»

NEW YORK Sette pagine potenzialmente esplosive per il futuro di Donald Trump. Alla vigilia della testimonianza di James Comey davanti alla commissione Intelligence del Senato, l’ex direttore dell’Fbi – licenziato dal presidente Usa il 9 maggio scorso con cinque anni di anticipo sulla fine del mandato – ha reso pubblica la dichiarazione introduttiva che leggerà (sotto giuramento) al Congresso. E la Casa Bianca inizia a temere il peggio.
The Donald chiese di fatto al capo del Bureau di insabbiare l’inchiesta sulle interferenze del Cremlino di Vladimir Putin (il cosiddetto Russiagate) e in particolare di lasciar cadere le indagini degli agenti federali sul suo ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il generale Michael Flynn, costretto a dimettersi per avere negato (o quantomeno non avere chiarito) i suoi incontri con l’ambasciatore russo negli Usa. Stando alla deposizione di Comey il presidente gli chiese di «lasciar perdere» Flynn «perché è un bravo ragazzo», aggiungendo di «aspettarsi lealtà» dal capo dell’Fbi. Era il 14 febbraio, il giorno successivo alle improvvise dimissioni del generale. «Risposi solo che ‘sì, è un bravo ragazzo, ho avuto con lui un’esperienza positiva quando era il direttore dell’Intelligence e io iniziavo il mio mandato all’Fbi. Ma non dissi che avrei lasciato cadere la cosa».
Una seconda richiesta di lealtà da parte di Trump, perché già il 27 gennaio (appena una settimana dopo l’insediamento alla Casa Bianca) il presidente – durante una cena a due con Comey – gli aveva chiesto «lealtà assoluta», oltre a domandargli se intendesse restare al suo posto come campo del Bureau: «Non mossi le labbra, non parlai, né cambiai la mia espressione durante il terribile silenzio che seguì. Ci siamo semplicemente guardati in silenzio». Fu in quella occasione che Comey disse a Trump che «in quel momento» il presidente non era oggetto delle indagini sul Russiagate. Già allora gli agenti federali avevano stabilito che c’erano stati almeno 18 contatti tra lo staff di Trump e funzionari di Mosca oltre alle acclarate (dall’Intelligence Usa) ingerenze degli hacker del Cremlino nella campagna elettorale.
Nella dichiarazione che leggerà oggi al Senato Comey scrive anche che trovò molto strana la domanda se volesse restare capo del Fbi in quanto «già in due precedenti conversazioni mi aveva detto che sperava rimanessi al mio posto e io gli avevo assicurato che intendevo rimanere». Confermerà anche di aver scritto un memo (che può avere valore legale in caso di incriminazione) sulla conversazione di quella sera «per garantire accuratezza, ho iniziato a scrivere su un laptop da dentro una vettura dell’Fbi fuori dalla Trump Tower» – e che con Trump ebbe ben nove colloqui faccia a faccia in quattro mesi, di cui tre di persona e sei al telefono.
Sette pagine esplosive, una vera e propria spada di Damocle sul futuro della Casa Bianca di The Donald. Arrivate nel primo pomeriggio di ieri dopo che era stata diffusa la notizia di possibili dimissioni del ministro della Giustizia Jeff Sessions (per divergenze con Trump) e dopo che Michael Rogers (capo della National Security Agency) e Dan Coates (direttore della National Intelligence) – entrambi ascoltati come testimoni al Congresso – si erano rifiutati di parlare dei colloqui avuti con il presidente, sostenendo davanti alla stessa commissione del Senato di non aver mai ricevuto ordini «per fare alcunché di illegittimo, né di essersi mai sentiti sotto pressione».
Le anticipazioni della deposizione di Comey (definite «inquietanti» dal senatore repubblicano John McCain) aprono una nuova fase: e nei palazzi di Washington torna ad aleggiare la parola tabù,”impeachment”.