La Stampa, 8 giugno 2017
Jeremy Corbyn, il pacifista sovversivo punta su welfare e investimenti pubblici
Va di corsa il 68enne Jeremy Corbyn, nell’ultimo giorno di campagna elettorale ci sono da conquistare più consensi possibile. Parte all’alba dalla Scozia, scende nel cuore dell’Inghilterra, una fermata di 20 minuti in Galles e poi rotta su Londra, North Islington, casa sua, dove con un grande comizio chiude la corsa per Downing Street parlando di speranza: «Siamo qui perché abbiamo la speranza di cambiare», dice. Oggi parleranno gli elettori. Ma il pacifista che voleva il dialogo con i terroristi dell’Ira, invitare i rappresentanti di Hamas in Parlamento e ha detto che se vincerà non vorrà avere i codici nucleari perché non sparerà mai il primo colpo contro i nemici, ha fatto una grandissima campagna. I conservatori forse vinceranno, ma non potranno negare di aver sofferto lo spirito, la forza e l’entusiasmo portato da Corbyn, «Jez» per i fan.
Il «Telegraph», conservatore, ieri ha confezionato una polpetta avvelenata scrivendo che per anni fino al 2002 Corbyn era sotto controllo da parte dei servizi perché ritenuto sovversivo e un pericolo per la democrazia. Colpa di amicizie, frequentazioni, comizi con gruppi terroristici o affini.
Il laburista, partito il 22 aprile da un distacco abissale e con credenziali pessime, finisce in crescendo fra comizi strapieni di gente, tantissimi giovani come martedì a Birmingham, o un mix con vecchi e fedelissimi labour ieri sulla spiaggia di Colwyn Bay e a Harrow. Lui cova la speranza che i sondaggi sbilanciati sulla vittoria della May, più o meno larga, sbaglino a suo favore. «Guiderò un governo sul quale si può contare, il Labour costruirà una Gran Bretagna che funzioni per tutti, non per pochi».
«Jez we can» batte sul tasto di una lotta di classe 2.0 «contro la povertà, la diseguaglianza, e l’ingiustizia». La strada sono i massicci investimenti pubblici e i programmi sociali da finanziare togliendo ai ricchi per dare ai poveri: significa alzare le tasse al 26% per le Corporation (oggi sono al 19%), tassare i redditi alti (sopra le 80 mila sterline), pianificare investimenti da 250 miliardi di dollari per la sanità pubblica, aumentare – lo ripete ossessivamente a Colwyn Bay – il minimo salariale a 10 sterline l’ora, mense gratuite per i bambini. «Le politiche sociali sono state schiacciate in tutto il Paese», dice il leader laburista e «sei milioni di persone vivono sotto la soglia minima». «Il piano laburista per il Paese è insostenibile», risponde Paul Johnson, economista a capo del centro studi sul fisco Ifs. Il Nobel Joseph Stiglitz invece dalle colonne del «Guardian» gli fornisce un assist: «L’austerità ha fallito e minaccia il nostro futuro e serve far avanzare l’agenda dei laburisti». L’obiettivo dell’uomo che ha messo in soffitta idee e volti del blairismo è «cambiare la narrativa economica in questo Paese: altri cinque anni di conservatori sarebbero insostenibili». In soccorso è arrivato il rapporto Ocse, che prevede la frenata del Pil del Regno Unito (1,8 nel 2016, 1,6 nel 2017 e appena 1% nel 2018). Il cancelliere allo Scacchiere-ombra, John McDonnell, che rivendica di essere marxista, coglie la palla al balzo: «Questa è una martellata per la credibilità economica dei Tory».
A North Islington Corbyn apre pure il capitolo sicurezza. «Il terrorismo non vincerà ma dobbiamo restare uniti per difendere i diritti umani». E punta il dito contro May e i tagli di 20 mila poliziotti, «posti persi» dice. Poco prima aveva rimpiazzato Dianne Abbott, ministro dell’Interno ombra. É ammalata. Ma lunedì sera in Tv aveva inanellato una gaffe dietro l’altra sui dossier. Al suo posto c’è Lyn Brown.
Se Theresa May negli ultimi giorni di campagna ha rinverdito il tema Brexit, Corbyn gira invece al largo. Sa che fra i «Remainers» è in leggero aumento il numero di coloro che sceglieranno Labour, ma l’Europa nel Regno Unito è lontana e Jez la considera in fondo madre di quella austerità che lui vuole combattere. Il suo popolo non vuole vendicarsi di nulla, anche perché molti nel referendum dello scorso anno votarono per il Leave. Vuole solo «cambiare il Paese».