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 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

Greggio, grano, monete: quanto pesa la speculazione

Lo studio della Robert Triffin International (Rti, 2014: Using the Sdr as a lever to reform the International monetary system, a complemento della Palais Royal Initiative presentata al G20 nel 2011), mostrava che la tendenza verso un sistema monetario multi-valutario rende necessaria la cooperazione tra il Fmi e le banche centrali. Il primo passo di questa tendenza si è concretizzato il 1° ottobre scorso con l’inclusione del renminbi nel paniere Sdr. Il secondo passaggio, consistente nell’estensione delle emissioni in Sdr non solo ufficiali, ma anche sul mercato – come avvenne con gli Ecu prima della creazione dell’euro – ha visto una sua prima realizzazione con il programma di emissione di due miliardi di Sdr (2,8 miliardi di dollari) della Banca mondiale sul mercato cinese, realizzata in accordo con la Banca popolare cinese, la cui prima tranche, di 500 milioni di Sdr (700 milioni di dollari) è stata emessa a settembre 2016. L’emissione della Banca mondiale in Sdr offre perciò una diversificazione per l’impiego del risparmio della Cina e di altri Paesi e una possibilità di investimento in renminbi.
Il paniere Sdr tende a rappresentare gli effettivi pesi economici delle diverse economie. Già oggi, le valute che lo compongono rappresentano il 60% del Pil mondiale e il 90% delle esportazioni. Fra cinque anni ci sarà un’altra revisione del paniere con la possibilità che l’ingresso di altre valute, come la rupia e il rublo, accrescano ancora la capacità dello Sdr di rappresentare l’intera economia mondiale e di costituire il primo fondamentale strumento di governo della globalizzazione.
L’estensione dell’utilizzo degli Sdr, nelle riserve ufficiali, nei mercati finanziari e come unità di conto, consentirà anche di affrontare, con prospettive concrete di soluzione, il problema del pricing delle materie prime. La Rti ha compiuto una ricerca sull’andamento dei prezzi di due materie prime fondamentali, il petrolio e il grano, fra il 2000 e il 2016, per accertare l’influenza del cambio sulla variabilità complessiva dei prezzi di queste merci.
Innanzitutto è evidente una correlazione negativa tra il cambio del dollaro e i prezzi in questione: se il valore del dollaro diminuisce, i prezzi salgono e viceversa. Inoltre la simulazione, per lo stesso periodo, della quotazione in una valuta soprannazionale come lo Sdr dimostra che essa avrebbe ridotto la speculazione di mercato e la variabilità dei prezzi. I loro prezzi sarebbero stati più stabili perché la denominazione in Sdr, con un valore definito in termini delle principali valute, avrebbe diversificato il rischio di cambio. La quotazione in euro avrebbe conseguito risultati migliori rispetto al dollaro e peggiori rispetto allo Sdr.
Tutte le materie prime sono quotate in dollari, dunque coeteris paribus (cioè se il loro prezzo in dollari e il prezzo dei manufatti prodotti dalle diverse economie nazionali, sopportando i relativi costi nella propria moneta, non cambiassero), ogni modifica nella valutazione del dollaro influenzerebbe direttamente i termini di scambio fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi e genererebbe effetti anche sulla distribuzione del reddito.
Dal lato della domanda, una svalutazione del dollaro ridurrebbe il prezzo delle commodities, in moneta nazionale, nei Paesi importatori con regime di cambi fluttuanti, come l’Europa o il Giappone, aumentando così il loro reddito e la loro domanda. L’effetto sarebbe invece neutrale nei Paesi che hanno ancorato la propria valuta al dollaro, come la Cina fino a luglio del 2005.
Dal lato dell’offerta le ripercussioni di un deprezzamento del dollaro sui costi dei Paesi produttori sarebbero meno percepibili, poiché questi adottano prevalentemente regimi di cambio agganciati al dollaro.
Nel breve termine, la modesta elasticità al prezzo, sia della domanda sia dell’offerta, impedisce importanti aggiustamenti, perciò la speculazione si rivolge ai mercati future. Quando il dollaro si deprezza, le commodities attraggono gli investitori che scontano una futura inflazione e si tutelano da un indebolimento del dollaro. Ciò determina una crescente finanziarizzazione delle merci, a cominciare dal petrolio; questa è una concausa della correlazione negativa fra il loro prezzo e il valore del dollaro.
Nel lungo termine gli esiti dipendono dal potere di mercato. Gli esportatori tenteranno di aumentare i prezzi per compensare la svalutazione del dollaro, mentre l’offerta e la domanda diventeranno più elastici perché ci sarà il tempo necessario a programmare gli investimenti per aumentare la capacità produttiva e/o per cercare surrogati delle merci sotto pressione riducendone il consumo.
Si può affermare, in conclusione, che, in media e coeteris paribus, una svalutazione del dollaro tende a ridurre il prezzo del petrolio nei Paesi consumatori e ad accrescerne il reddito reale e la domanda, con un aumento – anche se dilazionato – dei prezzi. Al contrario una situazione caratterizzata da dollaro forte e petrolio debole, riserva i benefici del minor costo dell’energia alla sola Area dollaro poiché, negli altri Paesi importatori, essi sono compensati – almeno in parte – dal cambio della valuta in cui si effettua il pricing. Questo esempio dimostra l’utilità, in termini di costo delle transazioni, di stabilità e di equità, del pricing in Sdr.
* Elena Flor è segretario generale della Robert Triffin International