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 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

L’effetto Qatar non scuote il petrolio. Le quotazioni risalgono guardando alle scorte Usa

Crisi internazionali, guerre, attentati. Da qualche tempo nulla sembra più in grado di scuotere i mercati finanziari. E il petrolio non sfugge alla nuova regola del cinismo: come i listini azionari hanno continuato a correre persino all’indomani della strage di Manchester, così le quotazioni del barile non hanno fatto una piega di fronte all’escalation delle tensioni in Medio Oriente. Lunedì il Brent ha addirittura chiuso in ribasso e se ieri ha riguadagnato quota 50 dollari il recupero non appare legato alla crisi che coinvolge il Qatar, quanto piuttosto all’attesa di un’ulteriore riduzione delle scorte Usa.
Le ragioni di tanta indifferenza verso le tensioni geopolitiche sono in parte simili a quelle che distraggono le borse dagli attacchi dei terroristi. C’è probabilmente un effetto assuefazione, che peraltro è giustificato dall’esperienza passata: se gli investitori non sono rimasti scottati in occasioni simili, la reazione emotiva si attenua al ripetersi dell’evento. È più difficile aver paura se in tempi recenti altre crisi o altri attacchi non hanno ridotto gli approvvigionamenti (nel caso del petrolio) o gli utili (nel caso di società quotate).
L’indifferenza peraltro viene rafforzata se sul fronte dei fondamentali ci si sente tranquilli. Quando il petrolio scarseggia il rischio, anche solo teorico e remoto, di interruzioni dell’offerta provoca ansia. Ma da tre anni a questa parte il mercato è alle prese con il problema opposto: di petrolio ce n’è troppo. Anche (ma non solo) per l’avvento dello shale oil negli Stati Uniti, il mondo ha accumulato scorte petrolifere enormi, che tuttora fatica a smaltire, nonostante l’Opec e altri undici Paesi abbiano ridotto la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno. Gli stessi tagli Opec-non Opec hanno avuto l’effetto collaterale di accrescere la cosiddetta capacità di riserva: produzione di greggio che è solo temporaneamente fuori gioco, ma può essere riattivata in fretta in caso di emergenze. Come si fa ad aver paura?
Ancora più difficile è che a farsi contagiare dalla paura siano delle macchine. La presenza di fondi algoritmici – impostati da persone, ma certamente non emotivi come dei trader in carne ed ossa – è cresciuta enormemente anche nei mercati delle materie prime. Un recente studio del Governo Usa, basato su dati del Cme Group, ha evidenziato che nel 2014-2016 i volumi di scambio generati da software hanno raggiunto il 63% nel caso del greggio al Nymex, la percentuale più elevata di tutte le materie prime (per i metalli preziosi si è arrivati al 54%).
Anche in passato gli eventi geopolitici solo in poche e gravi occasioni hanno avuto effetti duraturi sul mercato petrolifero: è il caso dell’embargo arabo del 1973, che fece quadruplicare il prezzo del barile, o dei primi anni 80, quando la Rivoluzione iraniana e la guerra Iran-Iraq lo fecero raddoppiare nel giro di tre anni.
La rottura delle relazioni con il Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto non ha certo una portata paragonabile a questi eventi. Allo stesso tempo non è tuttavia priva di conseguenze come si potrebbe pensare. Al contrario, ha già messo in serie difficoltà il commercio di materie prime, nel settore dell’energia e non solo. La norvegese Norsk Hydro ad esempio ha segnalato che non riesce più a esportare alluminio dall’impianto Qatalum, che possiede in joint venture con Qatar Petroleum, e che trovare soluzioni alternative per le consegne in Europa, Asia e Stati Uniti «è complesso e richiederà tempo».
Trasportare il greggio qatarino – che di solito non basta a riempire le petroliere più grandi e dunque viene caricato insieme ad altri greggi dell’area – è già diventato un incubo per gli armatori: non solo i porti, ma anche le acque territoriali dell’Arabia Saudita sono off limits, negli Emirati non si può più attraccare a Fujairah (punto di rifornimento cruciale per le navi nel Golfo Persico) e da ieri nemmeno nel vicino terminal di Khor Al Fakkan, un ostacolo che rischia di costringere a deviazioni fino a Singapore per un «pieno» di carburante. Vietati da ieri anche i porti del Bahrein, in un accerchiamento che ha spinto S&P Global Platts a sospendere il greggio qatarino Al-Shaheen dalle rilevazioni per il benchmark di prezzo Dubai, il più utilizzato al mondo dopo il Brent.
Ora si guarda con ansia all’Egitto, che per ora non ha posto limiti ai trasporti marittimi, ma che potrebbe – in teoria – impedire l’accesso al Canale di Suez. A quel punto sarebbe davvero un disastro, soprattutto per i carichi di Gas naturale liquefatto (Gnl), di cui il Qatar è il maggior fornitore mondiale con circa un terzo dell’offerta totale.
.@SissiBellomo