Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

Sono gli Stati Uniti i veri arbitri del match tra sauditi e iraniani

Nessuna regione al mondo forse è più “strategica” del Golfo: qui si disputa il derby tra sciiti e sunniti, un match dove l’arbitro sono gli Usa che hanno dislocato nel Golfo dozzine di basi, con il comando Centcom in Qatar e la Quinta Flotta in Barhein. Chi decide davvero la sorte dell’emiro di Doha saranno comunque gli Stati Uniti.
Golfo arabo o persiano? Neppure sul nome ci si è mai messi d’accordo ma qui si gioca una partita a tre, fra Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita, che influisce sui destini internazionali: per questo il minuscolo Qatar non poteva restare fuori dall’allineamento alla politica estera anti-iraniana di Riad sostenuta dal viaggio di Donald Trump e oliata da commesse miliardarie.
L’obiettivo del presidente era ribaltare l’ostilità anti-americana dei sauditi seguita alla firma dell’accordo sul nucleare con Teheran del 2015 voluto da Obama. Del resto lui stesso in campagna elettorale aveva definito l’intesa «il peggiore accordo mai firmato dall’America», opinione ovviamente condivisa dagli israeliani.
I Paesi del Golfo detengono il 60% delle riserve petrolifere mondiali, il 40% di quelle di gas. Attraverso lo Stretto di Hormuz, una sorta di ribollente condominio americano-iraniano, passa il 90% del petrolio della regione, un quarto dei consumi occidentali, un terzo di quelli europei.
Il Golfo fino ai primi anni ’70 era una creatura della Gran Bretagna che aveva fondato alcune delle entità della penisola arabica imponendo agli emiri uno slogan efficace: «Prima dateci i soldi, noi poi vi daremo anche uno Stato». Per questo a Londra furono insediati quasi tutti i fondi sovrani arabi arricchendo la City e le altre capitali europee. Se i sauditi volessero stritolare il Qatar sotto il profilo finanziario dovrebbero comunque passare da Washington e Londra. Mentre con il blocco aereo e dei rifornimenti terresti si rischia di spingere al-Thani nelle braccia di Teheran, un’eventualità che gli Stati Uniti cercheranno di evitare. Ma è proprio su questi clamorosi errori di calcolo arabi e occidentali, dall’Iraq nel 2003 alla Siria nel 2011, che ha basato le sue fortune belliche e diplomatiche la Repubblica islamica.
L’Iran ha un Pil di poco superiore ai 400 miliardi di dollari, due terzi di quello saudita, e pur impegnato in guerre logoranti in Siria e Iraq, nel sostegno agli Hezbollah libanesi e agli Houthi yemeniti, registra una spesa militare sei volte inferiore a quella di Riad. Ma ha buon gioco a far leva sull’incapacità dei sauditi di vincere una guerra, a partire dallo Yemen, nel cortile di casa. Per questo il derby è in bilico nonostante la disparità di mezzi e alleanze a disposizione.
È così dagli anni Ottanta, quando Saddam attaccò l’Iran di Khomeini e allora non bastarono 60 miliardi di dollari elargiti dalle petro-monarchie a Baghdad per piegarlo.
L’unione tra Washington e Riad, sancita dall’incontro tra Roosevelt e Ibn Saud nel 1945, è uno dei legami più indissolubili delle relazioni internazionali dopo la seconda guerra mondiale. L’Arabia è di gran lunga il maggior partner americano in Medio Oriente, il suo più importante acquirente di armi e uno dei maggiori investitori in buoni del Tesoro Usa. Nel 1947 furono gli americani a fondare la Banca centrale: oggi l’85% delle riserve di Riad, 640 miliardi di dollari, sono in moneta americana e titoli Usa. Hanno sempre fatto tutto gli americani, che con i soldi sauditi finanziano il loro debito offrendo a Riad i bond ancora prima che vadano alle aste. Con una clausola: nessuno può rivelare i nomi degli investitori sauditi.
In Arabia Saudita tutto nasce all’insegna del Corano in versione wahabita – assai più retrograda dell’Islam sciita – e soprattutto del dollaro. A partire dall’estrazione del petrolio avviata da Standard Oil nel 1938. Il collocamento sul mercato di una quota del 5% dell’Aramco nel 2018 ha un valore stimato di 100 miliardi di dollari. Alla luce di questa valutazione il gruppo statale saudita si piazzerà al primo posto mondiale per capitalizzazione (2mila miliardi).
Chi decide il derby del Golfo? Certo non il Qatar, ormai un emirato a parametro zero, ma gli Usa, gli arbitri del match: per 30 anni hanno applicato la regola del “doppio contenimento”, sia degli sciiti che dei sunniti. Perché cambiarla? Dalle tensioni nel Golfo sono quelli che guadagnano di più.