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 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

Le tenniste clonate col doppio passaporto e dal rovescio bimane

PARIGI Un collega australiano ha proposto una colletta per aiutare i poveri francesi a costruire finalmente un campo coperto, a Melbourne esistente dal 1988, da quando abbandonammo l’amato Kooyong,”il posto delle anatre” in aborigeno, e ci trasferimmo in centro, dove una stazione ferroviaria si rimpiccioliva. Quel figlio di un paese che funziona, ignorava forse che, in Francia, troppi interessi ostavano a una decisione, prima tra tutte la giusta protezione delle Serre del Jardin des Plantes, che dall’ottocento crescono felici, ignare del progresso. Così si sono visti dapprima tre progetti per Versailles, Eurodisney e il vicino aeroporto di Le Bourget, poi il sindaco di Parigi Anne Hidalgo ha favorito l’ampliamento del vecchio stadio, i comitati di quartiere si sono opposti, infine è in corso la costruzione di uno stadietto detto Le Fonds des Princes, e nel 2020 avremo alfine il tetto sullo Chatrier. Tutto ciò non poteva non ricordarmi l’incontro che ebbi con l’assessore che vietò il tetto romano del Foro Italico, un genio che mi assicurò di non essere responsabile della copertura dell’Olimpico. Mal comune, doppio gaudio.
Detto ciò, tra una ventata e uno scroscio, mi è parso di trovarmi in una regata, spesso sospesa per i soffi oltre i venti nodi. Tra le quattro ragazze che hanno occupato i Centrali tra uno scroscio e un acquazzone ho notato due caratteristiche comuni. Il rovescio bimane, ormai tanto affermato che è vietato non farlo e, meno frequente, il fenomeno di scegliere un passaporto più vantaggioso della originaria etnia dei genitori. Infatti la applauditissima francese Mladenovic ha papà e mamma serbi, ex campioni di handball. La sua avversaria svizzera Bacsinszky ha i genitori ungheresi. La Wozniacki, nel 2010 insolita numero 1 del mondo senza vincere uno Slam, è danese con papà e mammà campioni di calcio e pallamano della Polonia. Infine la Ostapenko è la sola a non aver scambiato il suo passaporto lettone con quello di un paese più ricco. Simili caratteristiche potrebbero condurre a credere all’esistenza di un’Europa felicemente priva di nazioni, se non di regioni. Un’Europa che si chiamasse Stati Uniti d’Europa, senza bisogno di racchette, l’Europa che avevano immaginata Robert Schuman e il Conte Sforza, Adenauer e De Gasperi. Quattro grandi coach.