Corriere della Sera, 7 giugno 2017
Sarti, campione senza fronzoli. L’Inter del Mago nelle sue mani
A guardarlo non avresti detto che faceva il portiere. In quel mondo dove i numeri uno avevano gli occhi spiritati, Giuliano Sarti sembrava un impiegato del Comune. Del resto lui al pallone si era avvicinato tardi. All’età che Donnarumma aveva già esordito a San Siro. Fino a 17 anni vendeva carciofi e limoni. Altri tempi quando il talento poteva esplodere quasi per caso. E c’era sempre chi era pronto a darti una mano. Con la sua scomparsa si stacca un altro pezzetto della Grande Inter. Il numero uno raggiunge il capitano Picchi e Facchetti. E anche Milani, Tagnin e Bicicli che di quella squadra facevano parte. Quando Sarti arrivò all’Inter aveva già ottenuto tanto. Uno storico scudetto con la Fiorentina e la prima finale di un’italiana in Coppa dei Campioni, nel 1957 contro il Real Madrid.
Passava da un maestro di calcio, «Fuffo» Bernardini, ad un altro, Helenio Herrera. Due mister avanti con i tempi. Il Mago voleva un portiere di quelli che la difesa non gioca con il patema d’animo. Uno su cui fare affidamento, sempre e comunque. Sarti era così. Forse troppo per i gusti e gli stereotipi dell’epoca. I tifosi che si esaltavano per le uscite suicide di Giorgio Ghezzi (non a caso lo chiamavano kamikaze) sui piedi degli attaccanti, non capivano quel portiere magro e freddo che non sprecava mai un tuffo. Le sue parate «facili» tagliavano le gambe all’autostima degli avversari. Confessò che quando iniziò a giocare si annoiava a stare in porta e così «uscivo dai pali e raggiungevo l’ultimo difensore per cercare di toccare più palloni. Avevo aperto un nuovo corso. Ricordo che qualcuno disse: quello o è scemo o è un fenomeno».
Il suo nome il primo della filastrocca sartiburgnichfacchetti che sarebbe finita persino in un film di Nanni Moretti. Sulla maglia aveva il numero uno, ma preferiva passare per attore non protagonista. Si racconta che durante la finale del Prater contro il Real Madrid per tutto il primo tempo Nicolò Carosio lo scambiò per la riserva Bugatti. Era talmente bravo che passava inosservato. Tranne quel giorno di giugno del 1967 a Mantova. Quando l’Inter finì di essere Grande. Dopo la Coppa dei Campioni persa con il Celtic, il mercoledì prima a Lisbona, lo scudetto la domenica. Finiva un ciclo, forse addirittura un’epoca. La sua papera, una foto sulle pagine dei giornali. Qualcuno malignò, soprattutto quando due anni dopo passò alla Juve. Ma i suoi compagni di allora lo difesero sempre. Il presidente Moratti un po’ meno. Sarti la spiegò così: «È stato errore. Non c’era il vento, non c’era il sole, volevo lanciare il pallone a Facchetti sulla sinistra, mi è sfuggito dalle dita. Tutto qui».
Con l’azzurro della Nazionale il rapporto non sbocciò mai. Succede. Anche ai più grandi. Anni dopo il giaguaro Castellini si trovò la strada sbarrata da un certo Dino Zoff. Almeno Sarti si risparmiò l’umiliazione della Corea ai Mondiali del 1966 in Inghilterra. Non ci andò neanche come terzo portiere. Dietro Albertosi ed Anzolin, scelsero Pizzaballa, quello della figurina introvabile. E pensare che un anno dopo lo convocarono per giocare nella formazione del Resto del Mondo che affrontava la Spagna per celebrare Ricardo Zamora. Il suo mito, il portiere «padre» di tutti i numeri uno. Mazzola e Rivera giocarono insieme. E il Resto del Mondo trionfò per 3-0. Sarti giocò solo 34 minuti prima di infortunarsi. Chiuse, in serie A, con la Juve. In panchina dietro a Roberto Anzolin. Proprio l’anno, il 1969, che la «sua» Fiorentina vinceva il secondo scudetto. E qualcosa voleva dire.