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 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

L’impertinente libertà del «nom de plume». Banville, Barnes, Rowling e i loro alias

Molti scrittori, e per motivi diversi, si firmano con nom de plume : è il caso di John Banville (1949), vincitore del Man Booker Prize nel 2005 con Il mare (Guanda), che per i suoi gialli preferisce diventare Benjamin Black; o di J. K. Rowling, la mamma di Harry Potter, che per lasciare più libertà al suo detective Cormoran Strike firma i noir di questa serie con il nome maschile di Robert Galbraith. Per non parlare dell’infinità di pseudonimi usati da Georges Simenon. Anche lo scrittore e giornalista Paolo Di Stefano (1956), che con il suo nome ha pubblicato già dieci romanzi (il più recente è I pesci devono nuotare, uscito per Rizzoli nel 2016), ha scelto di firmare un suo libro «di genere» con un eteronimo che è tra l’altro il nome di un suo antico personaggio. Il debutto avviene con il romanzo La parrucchiera di Pizzuta (Bompiani), un noir firmato da Nino Motta, da oggi in libreria.
«Mi è molto piaciuto – spiega Motta-Di Stefano – quel che ha detto Julian Barnes a chi gli chiedeva come mai per il bellissimo thriller Duffy abbia deciso di darsi un altro nome d’autore, Dan Kavanagh: “Ho voluto prendermi una pausa da me stesso”. Prendersi una pausa da se stessi dà un’enorme libertà, ti libera delle camicie di forza che volente o nolente hai indossato per tanti libri precedenti: scrupoli stilistici soprattutto, ossessioni anche private». Mentre altri autori, come J. K. Rowling, hanno inteso lo pseudonimo come un nascondimento (svelato poi, con tanto di scuse all’autrice, da un amico del legale della Rowling), per Di Stefano è più interessante un’altra motivazione, «quella illustrata a suo tempo – spiega – da un altro scrittore che amo molto, John Banville: “Volevo semplicemente che il lettore sapesse che c’era una differenza tra John Banville e Benjamin Black”». Infine, una curiosità: su «la Lettura» del 14 maggio 2017, numero #285, la visualizzazione dedicata agli pseudonimi dei maggiori autori del Novecento era accompagnata da un commento scritto proprio da Paolo Di Stefano.