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 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

L’Italia segnalò il killer a Londra

ROMA Youssef Zaghba, uno dei tre attentatori del London Bridge, era in Italia nel dicembre scorso. A Bologna vive sua madre, Valeria Collina, sposata con un marocchino e ripudiata quando ha rifiutato le seconde nozze dell’uomo. Da quando è rientrata nel nostro Paese, il ragazzo – che è nato a Fez nel gennaio 1995 ma ha la doppia nazionalità – è venuto spesso per stare con lei, ben tre volte nell’ultimo anno. E nel marzo 2016 è stato fermato e rilasciato all’aeroporto «Marconi» mentre cercava di raggiungere la Siria passando per Istanbul. Ha risvolti clamorosi l’indagine sull’attacco di sabato sera nella capitale britannica che ha provocato sette morti e oltre venti feriti. Al momento non risultano collegamenti con persone che si trovano in Emilia o in altre regioni, ma verifiche sono in corso proprio per escludere eventuali complicità. Ma anche per comprendere come mai il giovane, nonostante fosse stato segnalato come personaggio «sospetto» nei circuiti di intelligence internazionali, a gennaio sia stato fermato all’aeroporto di Stansted e rilasciato senza ulteriori controlli. Eppure in quel momento Youssef Zaghba era già «radicalizzato» e reclutato da Kuhram Shazad Butt, 27 anni, ritenuto il capo della «cellula» entrata in azione quattro giorni fa, che lavorava nel suo stesso ristorante.
La missione in Siria
Quando i genitori divorziano Youssef Zaghba rimane a vivere a Fez con il padre marocchino, ma fa la spola con l’Italia per stare a casa della madre. Il 15 marzo 2016 lo fermano all’aeroporto di Bologna. Ha un biglietto di sola andata per Istanbul, spiega che vuole andare in Siria. E tanto basta per insospettire i poliziotti che effettuano il controllo. Ma non è l’unico elemento: il giovane non ha soldi, viaggia con un piccolo zaino e un cellulare, nel telefono conserva immagini e video sulle attività dell’Isis. Le autorità contattano la madre e lei dice che le aveva raccontato di voler partire per Roma. Viene denunciato a piede libero per terrorismo internazionale. Il suo nome viene inserito negli archivi di polizia e intelligence come «soggetto a rischio». Ma nel giro di una decina di giorni il tribunale del Riesame ordina la restituzione di passaporto e telefono. Youssef Zaghb ricomincia a fare la spola con il Marocco, poi decide di trasferirsi a Londr a.
Il rientro in Italia
Trova lavoro in un ristorante, comincia a frequentare altri soggetti di fede islamica, anche alcuni fondamentalisti. Tra loro c’è il pachistano che secondo gli investigatori inglesi ha pianificato l’attacco sul ponte con un furgone e poi lo sgozzamento di alcune persone che erano al Borough Market. A settembre Youssef Zaghba è di nuovo in Italia. Nessuno lo conferma ufficialmente, ma sembra che sua madre sia sempre stata disponibile a fornire alle autorità di sicurezza elementi sugli spostamenti di suo figlio. E proprio questo avrebbe convinto i poliziotti a non sollecitare nei suoi confronti la firma di un decreto di espulsione, ritenendo che invece fosse meglio continuare a tenerlo sotto controllo. Una modalità che funziona evidentemente anche nel dicembre scorso quando il giovane torna per la terza volta in Italia.
Il fermo a Londra
Trascorre una decina di giorni di vacanza, poi agli inizi di gennaio torna in Gran Bretagna per lavorare. Vola da Bologna a Stansted e quando atterra nello scalo londinese viene fermato per un controllo casuale. Le sue generalità vengono inserite nei terminali del Sis, il Sistema di informazioni di Schengen. E subito si scopre che è nell’elenco dei soggetti a rischio. Ma questo elemento non viene ritenuto evidentemente sufficiente per bloccarlo. Youssef Zaghba torna indisturbato a vivere nella sua abitazione di Londra e a lavorare nel ristorante. Ieri, quando è stata resa nota la sua identità, Scotland Yard ha inizialmente affermato che nei suoi confronti «non c’erano evidenze di sospetto». Una versione che ha retto appena qualche ora. E adesso bisognerà capire in quale punto della catena britannica le informazioni siano state sottovalutate.
Fiorenza Sarzanini


Il fast food di pollo dove gli estremisti lavoravano insieme
LONDRA «Enjoy your meal!» È una casetta gialla e rosa all’angolo di High Street, numero 137, e al crocevia di quest’indigesta storia di terroristi della porta accanto. Il Kentucky Fried Chicken del quartiere di East Ham, un posto pulito e ben illuminato: il Jihad Restaurant che ha fatto incontrare, lavorare, delirare insieme i terroristi di London Bridge.
Nel pomeriggio, l’ora d’uscita da una scuola vicina, gruppetti di ragazzini in divisa blu vengono a mangiare le ali di pollo con le chips. Fino a un anno e mezzo fa gliele servivano Youssef Zaghba, il martire venuto dall’Italia, e Khuram Butt, il capo della cellula. «Sì, lavoravano da noi – l’unico commento d’un portavoce della società di gestione, Auriga Holdings – e Khuram Butt è stato nostro office manager dal 2012 al 2015. Stiamo collaborando con le autorità».
Il Kfc di East Ham non è molto lontano da Barking e dalla palazzina degli arresti di questi giorni, dove viveva Khuram con moglie e figlioli. Venti minuti di macchina e poi turni di sei ore fra le dieci e mezza del mattino e le undici di sera: tutto il tempo che serviva a parlare, convincere, reclutare. Secondo Scotland Yard, è al Jihad Restaurant che Khuram e Youssef si sono conosciuti. Ed era qui che veniva a mangiare anche Rashid Redouane, il vicino di casa di Khuram, il terzo killer del sabato sera: uno che a casa ci andava per picchiare l’ex moglie scozzese, colpevole di non essersi convertita all’Islam.
Ci sapeva fare, Khuram Butt. Una delle «persone sbagliate» in «quel quartiere che non mette nessuna serenità», come dice la mamma bolognese di Youssef, uno che si sentiva dalla parte giusta e sempre nel posto adatto. Segnalato, fermato, monitorato. Filmato con le bandiere nere e con predicatori legati agli attentati del 2005, quelli che esortavano ad accoltellare il deputato inglese Stephen Timms. Eppure capace di trovare sempre buoni lavori e i pass per tutto.
Da aprile a ottobre 2016, dopo le alette di pollo, Khuram il pachistano aveva trovato lavoro per l’azienda trasporti londinese, assistenza clienti. E anche se quattro mesi prima era finito su tutte le tv per quello show pro Isis, gli era stato concesso un via libera speciale per passare perfino nel tunnel della metropolitana che passa sotto il Parlamento, a Westminster. Non solo: come ex dipendente d’una società di sicurezza, aveva ricevuto il tesserino Sia (Security Industry Authority) che certifica l’affidabilità e dà accesso a ingressi riservati.
«Non era fra i sospetti», continua a difendersi l’Mi5. Anche se per sospettare qualcosa bastava seguirlo su WhatsApp. Dove da qualche tempo il selfie del profilo era stato sostituito da citazioni religiose. E uno degli ultimi messaggi prometteva: «Dice Allah (Corano 94.6): in verità, con la difficoltà viene la facilità».
Francesco Battistini