Libero, 6 giugno 2017
Melania Rizzoli: «Il mio incontro con Totò Riina in carcere»
Ho incontrato Totò Riina nel carcere di Opera (Mi) nel 2011, durante una delle mie visite ispettive nei centri di reclusione italiani, che svolgevo in qualità di parlamentare della Commissione Sanitaria della Camera dei Deputati. Il “Capo dei capi” di Cosa Nostra era recluso in regime di 41bis, in isolamento assoluto, dal giorno del suo arresto, il 15 gennaio del 1993, ma quando me lo sono trovato di fronte ho visto un uomo forte e vitale, per niente depresso, anzi ancora fiero ed orgoglioso, come fosse incarcerato da appena pochi mesi.
Avevo chiesto di vederlo per verificare il suo stato di salute, poiché, oltre alle varie patologie dalle quali era affetto, pochi mesi prima era stato colpito da un infarto, era stato curato ed era ancora convalescente. Sapevo che Riina non gradiva le visite di estranei, né tantomeno di parlamentari, che aveva sempre rifiutato di incontrare, per cui io chiesi aiuto al direttore del carcere di Opera, che mi accompagnò da lui nei sotterranei dell’isolamento. E per me fu un’esperienza indimenticabile.
SOTTO TERRA
Totò “u’ curtu” era rinchiuso da solo in un intero reparto interrato, senza finestre e luce naturale, nel quale c’erano otto celle, quattro per lato, separate da un ampio corridoio, all’ingresso del quale era stato posizionato un metal detector con due agenti di polizia penitenziaria armati, alloggiati in un gabbiotto con quattro monitor, tutti collegati con la cella dell’unico detenuto di quel settore. Avanzando verso quel reparto calcolavo che quello spazio, seppur ampio, non sarebbe stato sufficiente a contenere in piedi tutte le vittime di mafia collegate a lui ed ai suoi sicari.
L’AVE MARIA
Dopo i controlli di routine ai quali siamo stati sottoposti, io, il collega Renato Farina che si era offerto di accompagnarmi, e lo stesso direttore, questi andò avanti da solo, per informare Riina della nostra visita, avanzando verso la sua ferrata, dalla quale usciva una musica celestiale, l’Ave Maria di Schubert. Riina, senza spegnere il televisore od abbassare il volume, chiese chi volesse incontrarlo, rispose che lui non gradiva vedere nessuno e che non era interessato, esprimendosi in stretto dialetto siciliano, che però io conoscevo bene, avendolo appreso dai miei nonni materni, siciliani anche loro, per cui avanzai d’impeto di fronte a lui presentandomi, ed informandolo sullo scopo della mia visita inaspettata. Naturalmente mi rivolsi a lui nel suo stesso dialetto, cosa che lo colpì molto, e che lo fece sorridere, oltre che autorizzare gli agenti ad aprire il cancello per farmi entrare.
«Allora lei mi capisce, s’accomodasse, prego trasisse» furono le sue prime parole, mentre allungava il braccio per porgermi la mano. Io ebbi un attimo di esitazione, ma poi quella stretta inevitabile mi diede un brivido, perché stavo ricambiando il saluto e stringendo la mano di un criminale assassino. Riina era vestito con una camicia bianca, pantaloni e scarpe nere senza stringhe, era sbarbato, e nonostante fosse quasi ottantenne, era brizzolato, pettinato ed ordinato, diritto come una spada, e non aveva l’aria sofferente. Notai subito un suo grosso gozzo tiroideo evidente e sporgente, e quando gli chiesi di visitarlo lui acconsentì, aprendo il collo della camicia, che era stirato, lindo e pulito, fresco di lavanderia.
Il direttore si era raccomandato di non accennare nella maniera più assoluta con il detenuto alle sue vicende giudiziarie, per cui parlammo soprattutto del suo stato di salute, della sua situazione cardiaca e degli altri problemi che si evidenziavano dalla sua cartella clinica. Lui si lamentava della difficoltà e della lentezza per ottenere le visite specialistiche che gli spettavano, ma quello che mi colpiva di più era il suo stato d’animo. Riina era spiritoso, a tratti addirittura ironico, e ci teneva a dimostrare che la detenzione non gli pesava, non lo piegava, che la accettava ma non la subiva. «Qui mi stanno facendo diventare un monachello sa, ma io ero tutt’altro...».
La sua cella era spoglia come quella dei frati, con un letto a branda, un solo cuscino, un comodino ed uno sgabello tondo di legno scuro vicino ad un piccolo tavolo. Sulle pareti nemmeno un crocifisso o una foto, ma un piccolo armadio senza sportelli con camicie, magliette e biancheria riposte in ordine, con una sola stampella con appesa una giacca blu. «Quando la indosso? Quando vengono gli avvocati, o quando, una volta al mese per un’ora sale su mia moglie. Io la aspetto e la vedo sempre volentieri, e mi faccio trovare ordinato. Perché io ho una buona mugliera lo sa? Le viene sempre da me, tutti i mesi prende la corriera, poi il treno e viene a trovarmi». In regime di 41bis si ha diritto ad una sola visita al mese con un solo familiare a volta e ad una sola telefonata mensile.
LA SICILIA
«Se ho nostalgia della Sicilia? Ma quando mai, non sento nostalgia io, mai. Qui sto bene, mi trattano bene, mangio bene, sempre le stesse cose, ma non mi posso lamentare. E poi ho questi miei due angeli custodi (gli agenti di guardia) con i quali ogni tanto scambio qualche parola.
Non esco nemmeno per l’ora d’aria, o lo faccio raramente, se c’è qualcuno con cui scambiare una parola. Sa però cosa mi piacerebbe fare? Una bella passeggiata in galleria a Milano, quella bellissima con le vetrate, quella mi piacerebbe fare».
Al lato del letto di Riina era stato costruito un muretto alto meno di un metro, che nascondeva i sanitari, il water, il bidet ed il lavandino, ed ai quattro angoli del soffitto erano posizionate altrettante telecamere che osservavano il detenuto 24ore al giorno, anche nei suoi momenti di intimità, e sempre con la luce artificiale, accesa notte e giorno. Nella cella non c’era nessun giornale o rivista, ma solo il libro della Bibbia. «Io lo leggo tutte le sere, perché devo anche passare il tempo, che a volte sembra non passare mai. I giornali non mi arrivano. Di televisione ne vidu poca, mi annoia, guardo solo Canale5 e Rete4. Nemmeno i telegiornali guardo». Gli chiedo di scrivere, di vergare su carta le sue memorie e la sua verità, per lasciare una sua testimonianza, poiché lui ha fatto parte ed è stato un protagonista della storia più tragica di questo Paese.
«Scrivere? Ma quando mai! Io nulla scrivo o scriverò perché la mia vita e i miei ricordi sonno tutti qui nella mia testa» e mentre si batte la fronte con il palmo della mano, aggiunge: «Perché se un domani comparisse il mio nome sui libri di storia, non comparirà mai quellu che io avio dintro. Mai. Quello lo tengo per me, e me lo porterò nella tomba». E ridendo aggiunge: «Non scrivo nemmeno le lettere ai miei figli, che sento al telefono una volta al mese, perché qui non c’è riservatezza. I sentimenti sono privati. Le loro notizie le ho da mia moglie». Gli occhi piccoli e neri del Capo dei capi mi fissano nelle pupille, hanno lampi di luce e lo sguardo é penetrante, vivo e attento. A tratti è perfino galante nei miei confronti.
IL SOLE
«Mi dicono che oggi c’è il sole, ed io la ringrazio di essere venuta, con una giornata così bella, a visitare questo vecchierello, di essersi interessata a mìa, e alla mia salute, è stata gentile, la ringrazio davvero, è stato un piacere, e non le ho offerto nemmeno un caffè, mi siddìa (mi secca), ma qui non ho modo di farglielo con le mie mani, non ho nemmeno un fuocherello da appicciare».
E la sua mano assassina ancora una volta si protende a stringere la mia, e cosi veniamo tutti congedati da Totò Riina, quando lui ha ritenuto di mettere fine al colloquio. Il Capo dei capi è rimasto in piedi per tutto il tempo, anche mentre gli veniva richiusa la ferrata con quattro mandate di chiavi. Lui sorrideva e ha chinato il capo in un ultimo cenno di saluto. Prima di uscire ho dato un ultimo sguardo, ma sul pavimento del corridoio si vedeva solo il riflesso illuminato del cancello con la sua ombra eretta dietro. E mentre il rumore dei nostri passi rimbombava nello spazio vuoto, nell’aria si udiva ancora la musica sacra del concerto di Schubert.