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 2017  giugno 06 Martedì calendario

Teresa Ciabatti: «Mi sentivo un genio Roma mi ha cambiata»

Allora, passeggiamo per i suoi luoghi?» 
«Non se ne parla proprio». E ride. Ma tanto. 
La Roma di Teresa Ciabatti è una parabola di ricordi che unisce via dei Monti Parioli 49/a a questa abitazione alle spalle del Pantheon dove ci troviamo. La città, citando Cunningham, per Teresa è “una casa alla fine del mondo”. La sua. Ma a differenza dei romanzi di Cunningham, in questa parabola l’attesa di qualcosa o di qualcuno diventa rifugio... «Non ho macchina nè motorino. Il mio riferimento è il bar qui sotto. Nel mio romanzo, quando muore mia madre ero talmente sconvolta che non sapevo che cazzo fare, chi chiamare. Le altre morti qualcun altro le aveva gestite per me. Così ho telefonato a Michele del bar. Ha fatto tutto lui».
Inadeguata. Teresa Ciabatti, 45 anni, scrittrice in odore di Strega con il bel romanzo felicemente tragico o tragicamente felice La più amata (Mondadori), si sente così. Inadeguata. «Un altro punto di riferimento nella mia minuscola Roma è Feroci, quello della carne. E il supermercato. Punto. Non vado in ristoranti. E a scuola, mia figlia che ha sette anni, in via dei Coronari dove ha fatto anche l’asilo, non la portavo mai. Sempre il padre. Scrivendo il romanzo le cose sono un po’ cambiate. Non sono maturata ma mi sono resa conto di essere una donna così piena di limiti e paure... Non dipende da nessuno... così irrisolta. Adesso partecipo alla chat di classe. Silenziata. Ma è già una rivoluzione». 
Teresa “la principessa” arriva ai Parioli a 16 anni. Tutta l’infanzia l’ha vissuta ad Orbetello, con la sua famiglia... e con suo padre Lorenzo. Il medico, “Il Professore” come si legge nel romanzo. Quello della P2, il massone, quello di Gelli, quello della Loggia maremmana e poi capitolina, quello che ha conosciuto Marilyn e Ronald Reagan («mio padre era un calcolatore, vendicativo, amante del potere» scrive). 
DOPOCENA PER SFIGATI 
«Io allora mi sentivo stocavolo. Mia nonna aveva questa casa a Roma e mia madre ci iscrive alla scuola più vicina che è il Mameli, classico d’élite, era difficile entrare ride ancora tutti figli di professionisti. Abbiamo avuto bisogno di una raccomandazione, un magistrato. Quella è stata la mia scuola di quartiere. Abitata da un mondo aristocratico che io non conoscevo. Ad Orbetello pensavo di essere arrivata al più alto gradino della scala sociale e qui invece ero la paesana presa per il culo, lo zimbello della scuola, emarginata. Co ‘sto cognome... Ciabatti. Capirai! Facevano le feste dei 18 anni, i balli per i nobili e gli altri non li invitavano. Qualche volta organizzavano il dopocena per gli sfigati come me». 
Ma Teresa Ciabatti era una dura. «Avevo carattere. Non la bellezza, ero grassa. Quelle altre invece, tutte fichissime, alte, bionde. Arrivavo da una situazione di grande protezione racconta mentre prepara un caffè perché mi avevano privato del rapporto causa-effetto. A 8 anni, per giocare, facevo cose terribili. Una volta ho sotterrato un’amichetta nel parco pubblico, un gesto gravissimo. Mia madre era sconvolta mentre il genitore della bambina “non si preoccupi, è solo un gioco”. Perché io ero la figlia del Professore. L’intoccabile». 
L’arrivo a Roma, il periodo più faticoso della sua vita, dice mentre incrocia le gambe sul divano: «Cercavo un’identità. Ho finto anche di essere morta; con la complicità di una mia amica ascoltavo al telefono le reazioni dei compagni di classe. L’80 per cento scoppiò a piangere, i nobilastri invece rimasero freddissimi, nessuna lacrima. Insomma, assistetti al mio funerale». 
Teresa nella sua Roma in quegli anni era «un’arrampicatrice sociale. Il mio  sogno era sposare un principe. La mia ambizione? Arrivare. Ma l’unico momento in cui raccattavo amicizie era d’estate, la nostra casa con la piscina a Santo Stefano. Perché nessuno l’aveva così e dicevano “ma chi cazzo è questa?”» E la “città universitaria”? «Prima Giurisprudenza alla Sapienza. Il primo giorno m’è preso un colpo. La folla. Poi mi iscrivo a Lettere, seguo le lezioni di Asor Rosa, dopo un quarto d’ora mi alzo e me ne vado pensando “io non capirò mai niente”. Poi passo a indirizzo Spettacolo, quella cacata lì, imparavo tutto a memoria, tutti 30 ma tutte stronzate». La nuova meta di Teresa diventa il mondo degli intellettuali: «Ci eravamo trasferiti qui in questa casa dietro il Pantheon. Frequentavo scrittori, giornalisti e passavo per una cretina totale perché ero davvero un’ignorante, una capra. La pariolina deficiente che faceva shopping, secondo loro». La passione per la scrittura? «Pura voglia di competizione. Quelli erano andati tutti al Visconti e quindi iniziai a leggere, una bulimica dei libri. Mi appassiono e scopro Dickens, “Grandi speranze”, la bambina Estella di cui si innamora il protagonista. È bellissima e le insegnano ad odiare gli uomini, così diventa una belva. Avrei voluto essere come lei, è diventata il mio archetipo letterario». Più tardi Teresa si formerà su Gioventù cannibale, Ammaniti per poi andare a ritroso, Moravia, Pasolini: «Una ricerca a casaccio. Mia madre m’ha sempre rotto le palle con Calvino e quindi lo odiavo e i russi i francesi li ho letti verso i 25 anni. Proust a 30».Quindi Teresa perché scrive? «Perché sono sempre stata una grande bugiarda. M’inventavo mondi per riempire quello che non tornava nella mia vita e per me questa è stata la salvezza. Potevo avere un rapporto più sano col resto. Insomma, un’esistenza parallela». 
LA TV IN SALOTTO
Non viaggia, Teresa: «Io sto in casa. Purtroppo sono dovuta andare a Madrid con lo Strega, ma per me anche Milano é un grande viaggio, non c’ero mai stata fino ai 32 anni, a Napoli per la prima volta in vita mia l’anno scorso, la Sicilia mai vista, Puglia due mesi fa, Sardegna mai nella vita». La sua vita parallela ha le dimensioni di una stanza: «Guardo la tv, navigo su Internet e ciatto sui social. A me il mondo mi fa confusione. Facebook mi funziona come le telefonate anonime di quando ero ragazzina, un’apertura verso il mondo, mi diverto. Ho amici ma niente frequentazioni reali. Alle otto e mezzo-nove mi metto a dormire. I social sono una ricchezza esistenziale enorme. Io parlo da sfigata: per quelli che hanno paura di uscire nel mondo è una possibilità immensa». Gli occhi le brillano, cita Vasco Rossi: «Mi ha colpito molto il passaggio di una canzone, Come una favola, che dice “crescere dei bambini e avere dei vicini”...Nessuno s’è accorto della dissonanza tra titolo del pezzo e il testo. La mia favola come quella di Vasco, ora, è la normalità, la tranquillità. Non ho grandi angosce. La mattina mi alzo alle sei e mezzo. Vale anche per la mia scrittura ci tiene a sottolinearlo -. Mi dicono che c’è sempre bisogno di un trauma? Ma perché? Siamo una generazione nata senza traumi; anche nel mio libro io cerco una spiegazione ma di fatto non c’è. Spero sempre di essere la vittima, invece nessuno mi ha mai fatto del male. Dobbiamo prenderci la responsabilità di quello che siamo... E avere dei buoni vicini di casa». 
(1/continua)