Corriere della Sera, 6 giugno 2017
Il privilegio di suonare lo strumento usato da Amadeus
Quattro dei ventuno dischi che formano la collana András Schiff, il mio Mozart vedono l’interprete ungherese abbandonare il moderno pianoforte Bösendorfer su cui si esibisce di solito in favore di uno strumento d’epoca. Si tratta di un fortepiano Anton Walter del 1780 posseduto e presumibilmente utilizzato da Mozart, che Schiff ha avuto il privilegio di suonare nella stanza dove il salisburghese era nato. La scelta di incidere Mozart con il «suo» pianoforte non è «ideologica», in ogni caso. Venuto in contatto a partire dai primi anni 80 con la filologia e quanti tra esecutori e musicologi andavano propugnandola, András Schiff mostrò fin da subito curiosità e interesse per le esecuzioni su strumenti d’epoca improntate alla ricerca sulla prassi esecutiva filologica e vi si cimentò egli stesso, senza tuttavia sposare quella causa come una religione. D’altra parte, Mozart stesso suonò indifferentemente il clavicembalo, il clavicordo, il fortepiano e il pianoforte (mostrando una preferenza per quest’ultimo solo dal 1770), anche perché l’interesse precipuo della sua scrittura per strumento a tastiera non consisteva nelle sonorità in quanto tali ma nel linguaggio e nelle forme più idonee a contenerlo. E analogamente, nello stile esecutivo di Schiff, la ricerca sul pianismo mozartiano volge su fraseggi, dinamiche, tempi e articolazioni estremamente originali, che nulla devono né alla perfetta, olimpica uniformità dell’interpretazione storica, né alla disinvolta libertà dell’interpretazione di conio romantico, né infine alla meccanicità che si vuole «oggettiva» della filologia. Sicché, le differenze di suono tra lo strumento che fu di Mozart e il moderno Bösendorfer restano amplissime ma il modo inimitabile di Schiff di suonare Mozart resta lo stesso: uno stile moderatamente libero rispetto alla pagina scritta, sollecito agli «affetti» espressivi che vi si nascondono e comunque interiorizzato più che non esibito.