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 2017  giugno 07 Mercoledì calendario

L’inter dà l’addio a Giuliano Sarti, il portierone dei grandi trionfi

La formazione-peana mandata a memoria da milioni di interisti a partire dai gloriosi anni Sessanta non poteva che cominciare da lui, visto che ne era il portiere: Giuliano Sarti. L’ultimo baluardo di una difesa di ferro (Burgnich, Facchetti, Guarneri e Picchi i moschettieri che si battevano davanti a lui) lunedì sera, causa malore improvviso, ha raggiunto capitan Armando e Giacintone. Lasciando un vuoto grande anche nei tifosi della Fiorentina, il club che per primo credette in quel giovanotto emiliano così glaciale tra i pali.
SCUDETTO E COPPE Sarti vinse il primo scudetto della storia viola (1956), poi la Coppa delle Coppe e la Coppa Italia del 1961. Nel mezzo ci sono quattro secondi posti in campionato. Questo brillante ciclo fiorentino contempla pure due finali perse contro le squadre di Madrid. La prima e più prestigiosa si disputa al Bernabeu il 30 maggio 1957. Sarti viene battuto su rigore dal mitico Di Stefano al 69’. Poi con la squadra sbilanciatasi alla ricerca del pari è l’altro fenomeno, Gento, a chiudere il match. Detto che la Fiorentina cederà all’Atletico la Coppa delle Coppe del 1962 dopo finale ripetuta, è curioso constatare come gli dei del pallone concederanno a Giuliano la possibilità di rifarsi sui Blancos una volta trasferitosi all’Inter. 
ALL’INTER Cosa che avviene nella stagione 1963-64, quella che vede i nerazzurri, campioni in carica, perdere il tricolore nello spareggio di Roma col Bologna. Delusione ampiamente compensata dal precedente trionfo di Vienna nella finale di Coppa dei Campioni giocata appunto contro il Real e dominata dalla formazione di Helenio Herrera tra la sorpresa generale, considerato il nome degli avversari (3-1). È qui che comincia l’epopea della Grande Inter. Giuliano & Co. vincono un’altra Coppa Campioni, due Coppe Intercontinentali, e gli scudetti del 1965 e del 1966. Un ciclo tuttora epico.
I RACCONTI All’interno di un dispositivo talmente imperforabile da essere battezzato «catenaccio», Sarti si segnala per l’essenzialità dei suoi interventi. «In un contesto di portieri-acrobati, plateali, Giuliano si imponeva per sobrietà», racconta Mario Corso. «Interpretava il ruolo in modo unico, grazie all’incredibile senso della posizione non aveva bisogno di fare tuffi da un palo all’altro: si trovava sempre al posto giusto nel momento giusto. Come persona era un tipo squisito, educato, rispettoso. Forse un po’ orso, non faceva molto gruppo nei ritiri, però era un uomo leale e un serio professionista. E come portiere è stato uno dei grandi del calcio italiano, un pilastro della nostra squadra». Sandro Mazzola non sa nascondere l’emozione: «Giuliano arrivò all’Inter da calciatore affermato e maturo, mentre io ero ancora un ragazzino. Sono commosso dalla sua scomparsa, è stato un grande portiere e un grande uomo, aveva un modo di stare in porta tutto suo. Lui e Picchi sono fra i segreti dei nostri successi». Tarcisio Burgnich lo avrà benedetto, in campo, decine di volte... «Per me è stato il più bravo a capire le intenzioni dell’avversario: passa o tira? E se cerca il gol, dove mi spedisce la palla? Insomma, studiava il modo in cui l’attaccante si preparava a calciare. Un emiliano che ha vissuto tanto tempo a Firenze la lingua la faceva girare bene. Intelligente e con grande personalità sia tra i pali che fuori dal campo. Era un solitario ma se si apriva parlava anche di politica».
JUVE E NAZIONALE  La carriera di Giuliano si conclude alla Juve (10 presenze), dove approda nella stagione 1968-69. La Grande Inter aveva chiuso il suo esaltante ciclo nel 1967 perdendo in pochi giorni la finale di Coppa dei Campioni (la sua quarta: nessun portiere italiano come lui) e la «finale» scudetto, cioè l’ultimo incontro di campionato disputato da capoclassifica in quel di Mantova. Dove un innocuo cross di Di Giacomo (ex di turno) si trasformò in rete della vittoria perché Sarti si fece scappare il pallone dalle mani. La classica papera presente nella carriera di ogni portiere che però quella volta costò il sorpasso della Juve (vincitrice sulla Lazio) proprio sul filo di lana. Un ribaltone davvero clamoroso che Luis Suarez ricorda così: «Negli spogliatoi eravamo tutti stravolti e Giuliano di più. Purtroppo mancò una presa facile, fu un errore crudele anzitutto per lui. Subìto il gol ci riversammo all’attacco, il tempo di rimediare c’era però l’arbitro non ci accordò due rigori solari, uno su di me e l’altro su Sandro, e così perdemmo col gol involontario del nostro ex compagno Di Giacomo». Il Mantova schierava tra i pali Dino Zoff, che verrà preferito a Sarti per completare il trittico di portieri dell’Europeo ‘68 nel quale rubò il posto ad Albertosi, titolare nel Mondiale 1966. Albertosi aveva fatto da secondo a Sarti nella Viola; Sarti alla Juve fece da secondo ad Anzolin che in azzurro era stato il vice di Albertosi nel 1966... Porte girevoli. «Alla Juve in realtà mi tolsi una sola soddisfazione: vedere dalla panchina il secondo scudetto della mia Fiorentina». Così Sarti sottolineò un giorno il suo legame con la città che oggi gli dà l’ultimo saluto nella chiesa di San Miniato al Monte.