Avvenire, 7 giugno 2017
Un quarto delle armi mondiali è finita nel Golfo Persico
È l’eldorado delle armi statunitensi ed europee. Fra il 2011 e il 2016, il Golfo Persico ha fagocitato un quarto di tutte le importazioni mondiali di armi, raddoppiando la sua quota rispetto al quinquennio precedente.
L’Aviazione saudita si troverà così a termine con una flotta impressionante di 152 jet americani dotati di radar elettronici avveniristici; il piccolissimo Qatar schiererà 72 cacciabombardieri F15 e gli Eau due squadriglie di F-16 ultimo grido, ancora più sofisticati di quelli in dotazione a Israele, che pare non aver gradito le recenti manovre di Trump a Riad.
Quello saudita è il principale mercato mediorientale della difesa. È ai primi posti mondiali per dimensioni d’investimento e, negli ultimi anni, non ha avuto eguali per percentuali d’incremento nell’import (+275%), se si eccettuano la Cina e, forse, l’India. C’è un dato importante. Siccome i grandi contratti di armamento funzionano come strumenti di dialogo diplomatico a tutto tondo, creano un regime di doppia dipendenza fra cliente e fornitore. Ecco perché non possiamo disinteressarci della fine che fanno le nostre vendite. La quantità e il livello tecnologico dei sistemi che stiamo esportando in Medioriente aprono la strada a scenari da brivido. La guerra in Yemen dimostra che i paesi dell’area sanno ormai coalizzarsi per usare i materiali bellici euro-statunitensi al di là delle loro frontiere naturali e del diritto di legittima difesa, con scarsi scrupoli nei confronti del diritto umanitario. Partita con obiettivi limitati al solo fronte di Aden, la guerra filo-saudita si è ampliata a tutto lo Yemen, con raid sull’intera profondità del territorio, prevalentemente notturni.
Qualcosa che richiama in toto la tattica operativa americana, insegnata nelle scuole militari saudite. Volenti o nolenti, siamo parte in causa nella corsa mediorientale agli armamenti, in un’area estremamente turbolenta, dove si fronteggiano geograficamente sette paesi: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman. Una superficie di circa 233mila kmq, con solo il 4% della popolazione mondiale, ma con una miriade di linee di frattura geopolitica, esacerbate dal recente ’terremoto’ politico-diplomatico in Qatar. Sauditi e iraniani si combattono per procura in diversi teatri, dalla Siria allo stesso Yemen, senza dimenticare la guerra economica scatenata dai sauditi sull’offerta mondiale di petrolio. Le petrocrazie del Golfo starebbero tutte con Riad. Solo l’Iraq è oggi alleato dell’Iran.
Nella polarizzazione regionale della potenza di fuoco lo scarto è ancora più evidente: Teheran non ha aviazione da contrapporre. Ha tanti missili e un migliaio di carri armati, inermi di fronte alla qualità degli Abrams, dei Leclerc e dei Leopard che noi occidentali abbiamo venduto alle petromonarchie del Golfo. Ha però le chiavi dello stretto di Hormuz, il choke point mondiale più critico. Chiudendolo potrebbe mettere in ginocchio le economie dell’area. Nonostante i tentativi di diversificazione, nessuna alternativa è più conveniente del trasporto petrolifero via mare. L’instabilità dell’area levantina rende poco vantaggiosi i mega-oleodotti verso il Mediterraneo e il Mar Rosso.
E una chiusura improvvisa dello Stetto di Hormuz bloccherebbe nel Golfo il 67% della capacità mondiale di trasporto. Ecco perché gli Occidentali hanno puntellato di basi militari il Qatar, gli Eau e il Barhein. E stanno seguendo col fiato sospeso la crisi diplomatica nella penisola arabica.