Gazzetta dello Sport, 7 giugno 2017
Mezzo italiano il terzo killer del London Bridge
Oliver Roy, sociologo francese, sostiene che non stiamo tanto assistendo a una radicalizzazione dell’Islam, quanto a un’islamizzazione dei radicali...
• Cominciamo male.
Questo tizio che ieri pomeriggio a Parigi sul sagrato di Notre Dame s’è scagliato con un martello contro tre poliziotti e forse gli ha pure tirato delle coltellate (aveva due o tre coltelli), uno dei tre poliziotti è rimasto ferito, un altro poliziotto gli ha sparato e l’ha colpito alle gambe, poi l’hanno portato via in ambulanza. Intanto i novecento turisti che stavano dentro Notre Dame sono dovuti restare oltre un’ora con le mani in alto, perché i gendarmi non si fidavano che non ci fosse qualcuno con una cintura esplosiva... Di questo tizio di Notre Dame non sappiamo ancora nome e cognome, sarebbe un algerino che vive in Val d’Oise - uno dei posti peggiori -, mentre martellava gridava «Lo faccio per la Siria», prima dell’impresa di Notre Dame ha minacciato qualche passante e qualche agente della vicina prefettura, in ospedale ha detto di essere «un soldato del Califfato». Siamo in piena teoria di Oliver Roy: uno squilibrato che in altri tempi si sarebbe meritato, con la sua impresa, due righe nella cronaca locale nobilita la sua furia, cioè il suo radicalismo, facendosi musulmano e soldato del Califfo e in questo modo finisce sulle prime pagine di tutto il mondo. Le ripeto il concetto: non «radicalizzazione dell’Islam», ma «islamizzazione del radicalismo».
• Era un radical-islamista anche il terzo attentatore di London Bridge, quello che ha la madre italiana?
Youssef Zaghba, da Bologna. Che ci siano elementi di squilibrio mentale in tutti i cosiddetti lupi solitari non me lo toglie dalla testa nessuno. Purtroppo Zaghba, con i suoi due compagni di martirio, è morto e non è possibile interrogarlo. Di lui sappiamo questo: aveva 22 anni, era nato a Fez da madre italiana e padre marocchino, nel marzo del 2016 era stato fermato all’aeroporto di Bologna, da dove stava salendo su un aereo per Istanbul. Aveva con sé un piccolo zaino, il passaporto e un biglietto di sola andata. Alla polizia italiana bastarono questi elementi per giudicare il tipo sospetto. Lo fermarono per accertamenti, contattarono la madre che viveva a Valsamoggia, alla fine lo lasciarono andare e però inserirono nome e foto nel circuito a cui accedono le polizie di tutta Europa, e quindi gli inglesi avevano il suo profilo e sapevano - in teoria - di chi si trattava. Gli italiani scrissero chiaramente che il soggetto era a rischio radicalizzazione. Gli inglesi non batterono ciglio. Gli italiani cercarono pure di analizzare un computer che Zaghba teneva nello zainetto, ma il Tribunale del Riesame non glielo permise e anzi impose la restituzione dell’apparecchio. Da allora ad oggi Youssef non è stato in Italia per più di dieci giorni in tutto, ha fatto di continuo su e giù con Londra e i nostri lo hanno monitorato di continuo, come dice il procuratore di Bologna Giuseppe Amato: «Abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare, ma non c’erano gli elementi di prova che fosse un terrorista, era un soggetto sospettato per alcune modalità di comportamento». La madre si sarebbe convertita all’Islam dopo il matrimonio. Zaghba è stato in Marocco fino ai 20 anni. Avrebbe ottenuto da poco un lavoro stagionale in un ristorante di Londra. Il padre vivrebbe in Marocco. Su di lui i vicini di casa non sanno dire praticamente niente.
• È possibile che l’Italia sia stata risparmiata dagli islamici perché terra-ponte, luogo di passaggio di tutti quelli che vanno ad ammazzare in Francia, in Gran Bretagna o in Germania, e dunque in qualche modo da tener tranquilla, in modo che i nostri investigatori non si diano troppo da fare?
Mi pare che i nostri investigatori si diano molto da fare, però sì, potrebbe essere. In fondo Anis Amri, l’uomo che aveva lanciato il camion addosso al mercatino di Natale berlinese, scappò da noi e si fece ammazzare da un poliziotto italiano. L’altra teoria, senza il minimo riscontro, è che sia la criminalità organizzata nostrana a proteggerci, dato che traffica con gli islamisti (indimostrato anche questo). Forse la verità è più semplice: il terrorismo degli anni Settanta e la politica filo-orientale dei tempi di Andreotti ci hanno lasciato in eredità una grande conoscenza di quel mondo. Potrebbe essere quello a cui non crediamo mai di noi stessi, e cioè che in questo campo siamo davvero bravi.
• Non sarà che da noi ci sono meno musulmani che altrove?
Ecco, questo è un altro punto da tener presente quando ci interroghiamo sulla nostra fortuna (facciamo gli scongiuri). Vivono da noi molti meno islamici che in Francia o nel Regno Unito, siamo nella situazione in cui si trovavano loro una decina o una quindicina di anni fa.
• Quanti potrebbero essere i foreign fighters italiani?
Secondo una stima del professor Vidini, poco più di cento.