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 2017  giugno 06 Martedì calendario

Google come Amazon supera quota mille in Borsa

Alphabet va a mille. Per non farsi mettere in ombra dal gigante dell’e-commerce Amazon, che l’aveva preceduta la scorsa settimana, la casa madre del re dei motori di ricerca Google ha tagliato ieri a Wall Street il traguardo del prezzo a quattro cifre. Un exploit che corona una marcia al rialzo del 25% da inizio anno per il suo titolo, buona per assicurare al gruppo una capitalizzazione di mercato da 690 miliardi di dollari, seconda soltanto agli oltre 800 miliardi della leader Apple.
È la continua espansione delle frontiere dell’economia digitale – e il loro crescente dominio da parte di una sempre più ristretta manciata di società – a guidare la corsa dei protagonisti Internet e high-tech a multipli sempre più ricchi e che ai più cauti fanno temere eccessi speculativi. Se per Amazon, che viaggia a multipli di 90 volte gli utili attesi nel 2018, il successo è nel commercio elettronico e nei servizi di cloud per le aziende, Google – assieme al big dei social network Facebook – può contare sulla capacità di accaparrarsi più del 90% di tutto l’incremento della raccolta pubblicitaria online. Il suo multiplo, seppure nettamente inferiore a Amazon, è comunque ragguardevole a 25 volte i profitti previsti per il 2018. Ma sono proprio numeri e percentuali a suscitare ora, accanto a paure di “bolle”, anche crescenti polemiche etiche e di governance alle spalle delle impennate di Borsa. Frantumano, agli occhi dei critici, l’illusione che i giganti di Internet abbiano per clienti i consumatori o i cittadini e quindi per priorità i loro interessi o la loro privacy: i clienti di Alphabet, che trainano il successo del business, sono gli inserzionisti ai quali “vendere” sempre più pupille. Una riflessione che accresce il dibattito su responsabilità, controlli e influenza.
Simili preoccupazioni “sociali” si stanno facendo strada nelle assemblee dei soci. Tre dei big della consulenza degli azionisti, ISS, Glass Lewis e Pirc, secondo indiscrezioni avrebbero deciso di dare battaglia domani, in sede di Assemblea annuale di Alphabet, su tematiche che vanno dall’equità dei compensi dei top executive – i 200 milioni stanziati per l’ad di Google Sundar Pichai – allo spettro di discriminazioni salariali ai danni delle donne e fino alla trasparenza delle attività di lobby. «Dopo i significativi voti di protesta nella riunione degli azionisti dell’anno scorso, c’è ampia insoddisfazione su aspetti di governance aziendale», ha fatto sapere Glass Lewis. Non mancano neppure gli interrogativi di business. Alphabet, a caccia di opportunità, compie sempre più scommesse sul futuro, a cominciare dall’auto iper-connessa. Una scommessa tuttora incerta e sulla quale la concorrenza è intensa: il leader delle vetture elettriche Tesla, nonostante problemi di produzione e il conto alla rovescia verso il lancio in estate della sua prima auto di massa, la Model 3, quest’anno è stato finora ancor più premiato dall’ottimismo, con le azioni volate del 60% da gennaio per una market cap vicina a 60 miliardi. Un valore che ha superato quello delle rivali tradizionali, da Gm a Ford, nonostante Gm si stia impegnando a rincorrere la svolta che ormai combina manifattura e hi-tech e Ford abbia cambiato i vertici per recuperare terreno. Tesla e Gm, in un clima di attese ben diverse tra loro ma ugualmente nervoso sull’outlook, avranno oggi le loro assemblee dei soci.