La Stampa, 6 giugno 2017
Sperdute tra i monti o sulle isole. Così sopravvivono le piccole scuole
Ci sono i remoti villaggi di montagna dove spesso, come nei romanzi di De Amicis, si avventura un unico intrepido maestro che deve bastare per l’intera comunità. Ci sono i bambini impossibilitati a uscire di casa dalle più inimmaginabili delle malattie. Ci sono le isole, dove i giovani tendono a emigrare e le famiglie che rimangono devono organizzare l’educazione dei figli tra le proposte tampone in loco e la benevolenza di Nettuno, indispensabile per raggiungere la terraferma. Ci sono migliaia di situazioni diverse in un paese come in nostro, con oltre il 70% del territorio distribuito tra le alture e il mare, per cui le «piccole scuole», che provvedono a 900 mila degli 8 milioni di studenti italiani, sono assai più di una necessità.
«La rete delle piccole scuole nasce per superare l’isolamento di classi con pochi alunni e garantire a tutti percorsi formativi alternativi basati sull’uso delle nuove tecnologie e sulla collaborazione a distanza» spiega Giovanni Biondi, presidente dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (Indire) e anima del grande convegno che sabato, a Favignana, farà il punto su una realtà da 1333 istituti e lancerà ufficialmente il “Manifesto delle piccole scuole”. Il caso che ama citare come esempio è quello di Marettimo, che otto anni fa bloccò i traghetti di collegamento con la Sicilia per protestare contro la chiusura dell’unico forno a disposizione degli abitanti: «Jessica, la figlia del panettiere, era rimasta l’ultima bambina dell’isola e, dal momento che non si poteva tenere una scuola solo per lei, la famiglia si accingeva a trasferirsi a Trapani chiudendo il negozio. La soluzione che trovammo fu apprezzatissima dall’intera comunità: fornimmo una lavagna elettronica con una webcam e Jessica, collegata con un istituto di Firenze, potè studiare a distanza tutte le materie, compresa la musica e lo spagnolo. Superò brillantemente gli esami via iPad».
Le storie sono tante e diverse. Qualcuno ricorderà Niky Frascisco, il 14enne affetto da una rara forma di asma bronchiale che, respirando malissimo sulla terra ferma, viveva con i genitori su una barca e che, nei primi anni 2000, divenne famoso come l’antesignano dello studente virtuale diligentissimo nel seguire le lezioni e fare in compiti in mezzo al mare (grazie anche a un lavoro di squadra di Miur, Guardia di Finanza e molti altri organismi). Erano le prime battute di una consapevolezza nuova sull’urgenza di innovare il modello educativo che nel 2015 sarebbe sfociata nel Movimento delle Avanguardie Educative, un piano di ridefinizione del tempo e dello spazio dell’apprendimento a cui fanno riferimento oggi 600 delle circa 7 mila scuole italiane.
Le piccole scuole sono un tassello di questo puzzle che tiene conto della geografia ma anche della ricettività infantile costantemente in evoluzione. Nel caso degli istituti costretti a chiudere per mancanza di iscritti esistono già esempi di formazione alternativa come le pluriclassi, in cui il futuro mostra tutta la sua anima antica. A queste realtà che, alla maniera della scuola contadina d’inizio secolo ricostruita in numerosi musei delle tradizioni popolari, mettono insieme studenti d’età e livelli differenti l’Indire e il “Manifesto delle piccole scuole” forniscono il supporto tecnologico e l’esperienza in fieri di altri istituti. Per dire, oltre 150 scuole italiane hanno recentemente cambiato il calendario insegnando per i primi quattro mesi solamente 4 materie e le altre 4 nella parte finale dell’anno scolastico.
D’accordo, si obietterà, l’apprendimento a distanza risolve i problemi delle isole e dei villaggi montani. Ma perché modificare tempi, modalità e programmi laddove non ci sono necessità “fisiche”? Il professor Biondi sostiene che la scuola si sta dissociando dalla società e dal lavoro. E bisogna reagire: «Il modello didattico si basa ancora oggi su una trasmissione del sapere disconnessa dal modo di apprendere dei ragazzi. Si studiano le nozioni per l’interrogazione ma non si producono competenze». Reinventare la scuola può servire, chiosa. Anche attraverso le piccole scuole di un mondo che pensavamo archiviato con la sesta, la settima e l’ottava classe.