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 2017  giugno 06 Martedì calendario

La pluriclasse con sette alunni banchi in cerchio, notebook e lezioni in videoconferenza

«Buon giorno professore». Inizia così la mia giornata da docente. Con Flavia, Valeria, Giorgia, Francesca, Veronica, Gabriele e Martino in piedi, che mi accolgono e mi salutano, tra l’addormentato e il perplesso. Oggi loro sono la mia classe.
Anzi, le mie classi: in quei sette banchi ci sono infatti tutti gli alunni dalla prima alla terza media di Urbe, comune di 700 anime in provincia di Savona costituito da 5 frazioni disseminate su 30 km quadrati. Quella in cui mi trovo è una pluriclasse: nessuno studente del primo anno, ben sei del secondo, e uno del terzo, Martino, l’unico a doversi preparare per l’imminente esame. E, a rotazione, 9 professori che come giocolieri della didattica portano avanti più programmi in parallelo, con lezioni, lavori di gruppo ed esercitazioni pensati per formare, crescere e stimolare preadolescenti con diverse età, istanze e conoscenze.
Il viaggio
Arrivare ad Urbe non è semplice: il mare è ad una decina di chilometri in linea d’aria, ma tra tornanti e strette strade lambite da faggi, aceri e castani, Savona e Genova distano a quasi un’ora di auto. Aria buona, paesaggi dolci e rilassanti, scorci di costa intravisti dai colli più alti: meta ottimale per la villeggiatura estiva o per qualche turista mordi e fuggi; meno agevole viverci, per la carenza di occupazione, con i mestieri di sempre come l’agricoltura e la lavorazione del legno che faticano a garantire prospettive serene e la tentazione che aleggia, soprattutto tra i più giovani, di mollare e cercare fortuna altrove. Ma per fortuna nell’Italia delle province, dei borghi e delle micro realtà c’è chi resiste. E la scuola, spesso, è emblema e motore di questa resistenza. Come succede ogni mattina ad Urbe, quando alle otto in punto, due pulmini fanno il giro del Comune per raccogliere le bambine e i bambini e trasportarli in questa vecchia colonia riadattata a scuola per mantenere viva l’anima del paese. Facendo i conti anno per anno con la cicogna nella speranza di qualche fiocco rosa o azzurro e aggiornando il bilancio delle eventuali nuove famiglie che arrivano o di quelle che se ne vanno e che potrebbero mettere a rischio la sopravvivenza della pluriclasse. «A me piace il basket, ma in zona non c’è nessuna squadra quindi non so con chi giocare – mi spiega Gabriele, sguardo sveglio, seduto il prima fila –. Qui però ci sto troppo bene. Ho vissuto dieci anni a Genova, ma non tornerei indietro: ora mi sento libero, liberissimo. Pazienza per il basket: quando non so cosa fare mi arrampico su un albero e mi metto a leggere un libro. D’estate invece sono sempre al fiume: dove lo trovo un altro posto così?». Le lezioni frontali sono rare nella pluriclasse, quindi disponiamo i banchi in cerchio. L’orario settimanale prevede per oggi un paio d’ore inglese, con la professoressa Stefania Canepa, nata proprio a Urbe e docente nella scuola da una ventina d’anni, e altre due ore con la professoressa Laura Botta, insegnante di matematica e scienza, che per scelta quotidianamente si fa andata e ritorno da Varazze, proprio per poter lavorare in una dimensione più ridotta e a misura di pedagogia slow. In fondo all’aula ci sono due lavagne. Chiedo alle prof un gessetto, ma mi guardano stranite.
Addio matita rossa
Qui si usa la Lim, la lavagna multimediale interattiva e gli studenti oltre a penna e quaderni sono abituati a smanettare sui notebook, mettendo in network dati, informazioni ed elaborati su piattaforme digitali. Con ricerche inviate in cartelle condivise e docenti che le rispediscono con le dovute correzioni: niente matita rossa per segnare gli errori, ma almeno la font, quella sì, è rossa. Metto subito alla prova Martino, chiedendogli di simulare la presentazione della tesina che esporrà davanti alla commissione di esame. Due colpi di tastiera ed eccoci davanti al suo powerpoint: si parla di biomasse, con tanto di foto, video e animazioni. Per me è già promosso, a prescindere. «Non mi sento solo: qui ci sono i miei amici e poi ogni tanto mi collego con le altre classi». È quello che mi risponde quando, sottovoce, gli chiedo se non si annoia a volte ad essere l’unico di terza. Oppure da chi copia durante le verifiche. Ma qui entrano ancora in gioco le tecnologie, strumento fondamentale per sopravvivere all’isolamento, quando vento, neve e maltempo non rallentano troppo la connessione: attraverso videoconferenza ci si collega con le altre pluriclassi dell’Istituto Comprensivo di Sassello, di cui fa parte anche la scuola seconda di I grado di Urbe, per condividere progetti e lezioni in una sorta di aula virtuale allargata. E poi WhatsApp, per rimanere in contatto con tutti i professori, scambiarsi informazioni e avvisi o chiedere una mano per i compiti. Il tempo corre. Dopo la ricreazione, spesa a sbirciare le prove per la recita di fine anno dei bimbi della materna, ci aspetta geometria: per Martino è il momento di un ripassone con la docente tutta per sé per recuperare qualche falla evidenziata da una simulazione d’esame; per tutti gli altri è fissato un lavoro a coppie sulle isometrie con un apposito software. Mi ci metto pure io, tra vettori, piani cartesiani e rotazione di poligoni. Panico: faccio esperienza dei miei trascorsi scolastici e fingo un improvviso sangue al naso. Rimango in attesa del suono della campanella. Butto l’occhio verso le professoresse: in loro vedo passione e competenze, solidità e modernità, desiderio di sperimentazione e sincero amore. Per il proprio mestiere e per quel grappolo di ragazze e ragazzi, di cui conoscono ogni sfumatura e che vedono sbocciare e trasformarsi giorno per giorno.
Mucche e fidget spinner
Poi mi volto verso di loro: mi hanno parlato di passeggiate nel bosco e di Benji e Fede, di mucche e di Mtv, di tuffi in un ruscello e delle fidget spinner, le trottole che stanno spopolando ovunque. Ragazze e ragazzi come tutti gli altri, ma con una forte, fortissima identità. E un profondo rispetto per le proprie radici. Ecco perché servono le piccole scuole. Ecco la lezione che Flavia, Valeria, Giorgia, Francesca, Veronica, Gabriele e Martino hanno fatto a me.