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 2017  giugno 06 Martedì calendario

Scaffali vuoti nei supermarket del Qatar

Gli scaffali scintillanti dei supermercati di Doha si sono svuotati in poche ore e apparivano sugli schermi delle tv arabe spogli come quelli sovietici. La «guerra civile» fra i Paesi del Golfo è cominciata così. Con il blocco dell’autostrada che dall’Arabia Saudita porta a Doha e dove passa la metà del cibo consumato ogni giorno in Qatar, e la gente che si preparava all’assedio. Anche se l’invasione non ci sarà il piccolo e ricchissimo regno rischia di cadere per fame.
Due settimane di duelli verbali, cominciati dopo il summit dei Paesi islamici con il presidente americano Donald Trump, sono sfociati nella rottura delle relazioni diplomatiche imposta da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi uniti ed Egitto. Poi si sono aggiunti lo Yemen, il governo libico che appoggia Haftar, e le Maldive. I Paesi del Golfo – tranne Kuwait e Oman, rimasti defilati – hanno ordinato ai diplomatici qatarini di rientrare in patria «entro 48 ore», hanno chiuso lo spazio aereo e marittimo, bloccato tutti i voli per Doha. Anche le navi cisterna che trasportano il gas liquefatto verso Europa e Giappone si sono fermate. La Borsa di Doha è crollata dell’8 per cento.
Un blocco totale per mettere in ginocchio l’emiro «fuori linea» Tamim bin Hamad Al-Thani, accusato di appoggio e finanziamento a «movimenti terroristici» e collusione con l’Iran, in pratica tradimento. I gruppi terroristici sono Fratelli musulmani, Hamas, ma anche Hezbollah e milizie legate all’Iran. Sono gli stessi movimenti che Trump, nel suo discorso di Riad, ha elencano nel «nuovo asse del male». Al-Thani non si è adeguato. Pochi giorni dopo ha rilasciato dichiarazioni a favore di Hamas, si è dissociato dall’attacco agli ayatollah iraniani.
Per il governo qatarino si è trattato del colpo basso di hacker non identificati, che sarebbero entrati nel sistema dell’agenzia di stampa nazionale e inventato le dichiarazioni. Ma gli ex alleati non gli hanno creduto. È stata un’escalation di minacce, fino a quelle di sabato dell’influente Salman al-Ansari, che gestisce i rapporti fra Arabia e gli Usa: Al-Thani stava facendo «le stesse cose di Mohammed Morsi» e avrebbe fatto la stessa fine. Un segnale in codice, perché proprio sulla caduta dell’ex presidente islamista egiziano si è consumata nel 2013 la prima rottura fra il Qatar e le altre potenze sunnite.
Nel 2014 c’era stata la sospensione dei rapporti diplomatici. Questa volta è la resa dei conti. Voluta da due figure «muscolari»: Mohammed bin Salman, vice principe ereditario e ministro della Difesa saudita, e Mohammed Bin Zayed, comandante delle forze armate emiratine. Il Qatar ha respinto come «assurde» le accuse. Per l’emiro i Fratelli musulmani non sono «terroristi» e non lo è neppure Hamas: il leader Khaled Meshaal dal 2012 vive a Doha.
Anche i rapporti sotto banco con l’Iran sono a conoscenza di tutti, perché il Qatar divide con Teheran nel Golfo persico il più grande giacimento di gas al mondo e ha tutto da perdere da una rottura. Una delle contraddizioni del regime qatarino. Organizzazioni «caritative» hanno finanziato gli islamisti sunniti siriani e iracheni, compresi quelli vicini ad Al-Qaeda e in un primo tempo l’Isis, ma gli Stati Uniti hanno in Qatar la base aeronavale di Al-Udeid, trampolino indispensabile per i raid sul Califfato. Washington è allarmata e il segretario di Stato Rex Tillerson che ha chiesto alle parti di «sedersi attorno a un tavolo».
Le contraddizioni sono state fatte esplodere dal cambio di marcia imposto da Trump al summit di Riad. Basta ambiguità con gli islamisti, tutti compatti nella nuova «Nato araba». Già in frantumi però, prima di cominciare. Ora all’Egitto interessa soprattutto dare un colpo mortale ai Fratelli musulmani, mentre nella partita si è inserita anche Israele, che vede la spaccatura all’interno del Golfo come «opportunità» nella «lotta al terrorismo», come ha detto il ministro della Difesa Avigdor Lieberman. Terrorismo di marca iraniana, s’intende.
A questo punto all’emiro Al-Thani restano due carte. Quella dell’Iran, che si è offerto di rifornire il regno e spera di scardinare il sistema di alleanze degli Stati Uniti. E quella della Turchia. Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, ha invitato le parti alla «moderazione». Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha subito come un attacco personale la deposizione dell’amico Morsi. Nelle scorse settimane ha inviato un piccolo contingente militare in Qatar. Nell’ingarbugliata matassa del Golfo c’è anche il duello Ankara-Riad.