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 2017  giugno 06 Martedì calendario

I sauditi e gli altri arabi rompono col Qatar

La situazione in Medio Oriente si complica per il fatto che l’Egitto e tre dei paesi della penisola arabica, cioè Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, hanno rotto le relazioni diplomatiche con un altro stato della penisola, il Qatar. Arabia, Bahrein ed Emirati hanno anche espulso, oltre agli ambasciatori e al personale diplomatico, anche i cittadini del Qatar che per qualunque ragione si trovino nei loro territori e tutti e tre hanno interrotto i collegamenti aerei col Qatar e proibito alla compagnia qatarina di sorvolare i loro stati, provvedimento che crea molte difficoltà a quel Paese. Infatti il Qatar confina, in terra, solo con l’Arabia Saudita e quindi i suoi voli, dovunque diretti, dovranno dirigersi in ogni caso verso est. Arabia, Bahrein ed Emirati hanno inoltre ordinato ai loro cittadini che si trovassero in Qatar di rientrare immediatamente in patria.  

È la guerra?
Si prevede la possibilità di un’invasione da parte degli altri arabi, a cui il Qatar, benché ricchissimo per via del gas e del petrolio, non avrebbe molte possibilità di resistere. I sauditi, anche loro per via del petrolio, sono persino più ricchi dei qatarini e da ultimo, nel corso della recentissima visita di Trump, si sono visti offrire dagli americani armi per cento miliardi di dollari. Alla coalizione si sono aggiunti i libici di Tobruk - sempre d’accordo con quello che fanno gli egiziani - e lo Yemen, a sua volta dilaniato dalla ribellione degli Houthi, sciiti finanziati da Teheran e, si suppone, dallo stesso Qatar. Il Qatar è più piccolo del Lazio e ha due milioni e mezzo di abitanti, ciononostante possiede a Londra più proprietà della regina Elisabetta, per esempio i grandi magazzini Harrods, il grattacielo Shard di Renzo Piano, parte di Canary Wharf e della Borsa, poi in Costa Smeralda terreni e alberghi, Porta Nuova a Milano, Valentino, quote di Porsche e Volkswagen, una collezione d’arte che include Cézanne, Rothko, Warhol. Una potenza finanziaria, che ha saputo vincere la gara per organizzare i mondiali di calcio del 2022, lato della questione che analizziamo nell’articolo qui sotto.  

Che cosa ha spinto gli altri arabi a rompere le relazioni diplomatiche con questo Paese?
L’accusa al Qatar è quella di finanziare il terrorismo mondiale, prima di tutto l’Isis, poi i Fratelli Musulmani in Egitto e altrove, quindi Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano, e naturalmente i ribelli Houthi dello Yemen. L’emiro del Qatar, cioè Tamin bin Hamad al Thani, benché sunnita e della stessa tendenza religiosa dei sauditi - il wahabismo - è però amico di Teheran, anche per via di un enorme giacimento di gas che condivide con la Persia. Quando i sauditi e Trump hanno attaccato l’Iran nel corso della recente visita del presidente americano a Riad, l’emiro ha protestato con parecchi articoli che adesso nega di aver scritto («è stato un caso di hackeraggio»). I sauditi, che sono a capo di questo fronte anti-Qatar, non sopportano poi che la televisione dell’emiro, cioè la famosa Al Jazeera, passi notizie a loro sgradite, come fa spesso.  

È vero che il Qatar finanzia i terroristi?
Ha di sicuro passato soldi a tutti i movimenti anti-sistema delle primavere arabe, anni 2011-2012. Lo accusano di finanziare soprattutto Al Nusra. I soldi all’Isis li hanno dati anche i sauditi, i kuwaitiani (per ora neutrali, come l’Oman) e in qualche caso pure gli emiratini. In realtà i soldi all’Isis arriverebbero soprattutto da ricchissimi privati di tendenze religiose estreme. L’Isis incassa ogni mese 80 milioni di dollari e i finanziamenti dal Golfo Persico non rappresenterebbero che l’8 per cento di questa cifra. Il Califfo fa i soldi soprattutto con petrolio, tasse, confische, traffico di antichità, furti in banca, riscatti.  

Posizione degli americani rispetto a questo nuovo conflitto?
Gli Stati Uniti sono forti amici dei Sauditi fin dai tempi di re Ibn Saud. Durante l’invasione russa dell’Afghanistan (1979-1989) ad ogni dollaro passato dagli americani alla resistenza afgana corrispondeva un dollaro passato dai sauditi. Però in Qatar c’è la base militare da cui partono i raid yankee contro l’Isis. Intreccio forse inestricabile, e infatti il segretario di Stato Tillerson, dall’Australia dove si trova in visita, ha dichiarato: «Incoraggio le parti a sedersi assieme e a ricomporre le rispettive differenze».  

Putin?
Per ora silenzio. Ma ieri il prezzo del petrolio, alla notizia delle tensioni arabe, è andato subito su, di 67 centesimi per il Light Crude (quotato a 48,29 dollari) e di 64 cent per il Brent (quotato a 50,59). Sono notizie che a Putin non possono che far piacere. Anche se lo si scorge in lontananza, il problema della deflazione gioca un suo ruolo in questa crisi, che ha come bersaglio reale Teheran. L’Iran, libero di vendere petrolio dopo le benedizioni di Obama, deprimerebbe ancora di più le quotazioni del greggio, con effetti assai sgradevoli per Mosca e anche per lo shale oil americano.