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 1976  novembre 21 Domenica calendario

Qui ci vorrebbe un altro New deal

Ha cominciato il segretario generale della Cgil, Lama (1), lamentando, che la cultura italiana non si faccia abbastanza carico della drammatica crisi in cui è immerso il paese e invitando gli intellettuali ad impegnarsi in uno sforzo analogo a quello che fecero i loro colleghi americani all’epoca del «New deal» (2). Poi sono intervenuti Paolo Volponi (3), Aldo Tortorella (4), Alberto Jacoviello (5): tutti d’accordo sulla diagnosi, tutti a consigliare di vivere la crisi con meno passività e più ottimismo o, addirittura, come una esperienza intellettuale «affascinante». La prima reazione è di voltare subito la pagina del Corriere della Sera e dell’Unità, i due quotidiani che pubblicano gli articoli. A oltre trent’anni dal «Politecnico» (6) stiamo ancora battendo il passo sull’impegno e il disimpegno, la cultura come «consolatrice» e la cultura come «trasformatrice» della realtà? Amici, diamogli un taglio. Siamo diventati vecchi a forza di fare e di ascoltare questi discorsi.
Ma bisogna considerare le particolari condizioni politico-sociali in cui si inserisce il «revival». Siamo alle soglie di uno degli inverni più duri degli ultimi decenni, in una situazione politica di stallo. Gli italiani, dopo essersi per anni turate le orecchie, cominciano vagamente a rendersi conto, sotto la spinta dell’inflazione, del Maelstrom in cui stanno precipitando.
Nelle considerazioni che le dedica in Massa e potere (7), Elias Canetti spiega che l’inflazione, insieme alle guerre e alle rivoluzioni, è l’evento più sconvolgente che possa capitare a una società moderna; perché svaluta, insieme al denaro, anche gli individui provocando una generale crisi di identità. «Tanto meno vale il singolo, altrettanto poco vale il gruppo. Quando i milioni salgono al cielo un intero popolo, che consiste di milioni, non vale più nulla».
Ecco, sullo sfondo dell’inflazione, le prediche agli intellettuali acquistano senso e spessore politico. E non è certo un caso che esse provengano dai pulpiti comunisti. La politica del tanto peggio tanto meglio, si sa, ormai gioca tutta a favore dei conservatori e dei reazionari. Per i progressisti e i rivoluzionari può diventare un trabocchetto mortale.
È indispensabile, quindi, combattere la passività e il pessimismo, raccogliere tutte le forze per impedire la crisi d’identità collettiva, l’inflazione e l’azzeramento delle coscienze. E a chi se non agli intellettuali, specialisti da sempre nell’organizzazione del consenso e del dissenso, può essere affidato il compito?
Ottimi propositi, senza dubbio. Mi chiedo soltanto se la predica non abbia sbagliato indirizzo. E se non rischia di risolversi in un alibi o, più esattamente, in un sintomo ulteriore del male che vuole curare.
Già Eugenio Scalfari, su queste stesse colonne (8), ha fatto notare che la vitalità in cui confida Volponi, quella «meravigliosa energia» che gli stranieri ci invidierebbero, è soltanto la vitalità dell’istinto di sopravvivenza, quell’ancestrale arte di arrangiarsi che va benissimo per assicurare la salvezza dei singoli ma che non basta per «trasformare la crisi in un progetto di società». Per conto mio vorrei aggiungere, rispondendo a Jacoviello, che la sua fiducia nella «Creatività delle masse» è commovente ma, per il momento, scarsamente confortata dai fatti. Al di là di una robusta (e sacrosanta) riappropriazione di diritti troppo a lungo misconosciuti o negati non direi che essa abbia prodotto molto.
Ma questi possono anche essere aspetti marginali. Mi interessa di più discutere la diagnosi nel suo complesso. Davvero la cultura e gli intellettuali italiani (ammesso e non concesso che questi punti di riferimento possano essere ancora usati in maniera così generica e globale) sono stati sinora così passivi ed assenti? Ha un senso, che non sia meramente propagandistico, invitarli a «una mobilitazione delle idee, dell’intelligenza, della ricerca»?
Dipende. Se si vuol dire che il «mondo della cultura» non ha sufficientemente accompagnato e sostenuto la lunga battaglia che ha portato lo schieramento di sinistra a sfiorare la maggioranza assoluta dei voti la diagnosi è manifestamente insussistente. Se c’è un punto sul quale tutti gli osservatori concordano è proprio quello della «egemonia» stabilita dai partiti di sinistra in generale e dai comunisti in particolare sulla cultura italiana.
Si dirà che il consenso non è tutto; che occorrono idee, intelligenza, ricerca. È vero, il «tasso di creatività» della cultura italiana in questi anni non è stato eccelso. Poca o molta che sia, comunque, è una creatività che si è applicata proprio nella direzione che sta a cuore ai politici.
Prima, per oltre un decennio, abbiamo avuto la «cultura delle riforme». Poi, dal ’68 a oggi, la «cultura della rivoluzione».
Non è abbastanza? La colpa degli intellettuali italiani non è di aver voltato le spalle alla politica ma, se mai, di essersene occupati tanto e male, muovendosi su due linee (la riformista e la rivoluzionaria, per l’appunto) che si sono influenzate e condizionate a vicenda senza riuscire mai, o soltanto raramente, a caratterizzarsi autonomamente e a stabilire una effettiva dialettica tra i modelli alternativi.
Tortorella chiede che ci si applichi, per esempio, a risolvere le contraddizioni che emergono dal rapporto tra istruzione e lavoro, lavoro intellettuale e lavoro manuale; oppure a correggere la «esasperazione individualistica di certi consumi» e a evitare i danni provocati dall’«irrazionale uso del suolo». A me sembra che di modelli di questo tipo ne siano già stati disegnati parecchi. Ciò che manca è la forza di scegliere tra i vari modelli alternativi; e poi, ovviamente, quella di tradurre in pratica la scelta con tutti i prezzi, sociali e politici, che essa comporta.
I tempi, lo sappiamo bene, sono drammatici. I comunisti – ma diciamo pure, più latamente, le sinistre – non possono andare al governo e non possono rimanerne fuori. Sappiamo anche che, se si riuscirà un giorno o l’altro a superare l’impasse, la società che ne uscirà, bene che vada, sarà soltanto una società un po’ meno scollata, un po’ meno scandalosa. Lo sanno anche i «politici». Potrebbero quindi rinunciare a pretendere che gli intellettuali diano a questo New deal lo smalto dell’utopia e della paligenesi sociale; e a scaricare sulla cultura la responsabilità delle scelte che essi non sanno o non possono fare.
Note: (1) Luciano Lama. Intervista sul sindacato. A cura di Massimo Riva. Bari, 1976. (2) Il successo almeno iniziale del New deal («nuovo metodo», il programma legislativo formulato nel 1933-34 dal presidente statunitense. Franklin Delano Roosevelt per fronteggiare la «grande depressione») fu dovuto al vasto consenso da cui fu circondato. (3) Paolo Volponi. Si può vivere la crisi con ottimismo. Corriere della Sera. 6-11-1976. (4) Aldo Tortorella. La cultura e la crisi. L’Unità. 14-11-1976. (5) Alberto Jacoviello. Il fascino di questi anni. Corriere della Sera. 16-11-1976. (6) Settimanale politico-letterario diretto da Elio Vittorini. Uscì a Milano dal 1945 al 1947. Il tema dell’impegno politico degli intellettuali era tra i suoi più ricorrenti. (7) Elias Canetti. Massa e potere. Milano, 1972. (8) Eugenio Scalfari. Dai fori cadenti... la Repubblica. 7/8-11-1976.

Intervista di Enrico Filippini allo scrittore Nanni Balestrini 

la Repubblica, 19 febbraio 1976

Allora proviamo a descrivere la tua merce. Il tuo libro è fatto di dieci capitoli intitolati: Deposizione, Descrizione, Deduzione,... fino a Dimostrazione. Vuol dire qualche cosa?
«È una faccenda puramente letteraria: sono dieci parole che cominciano con D e hanno come desinenza -azione.»
Poi ogni titolo è specificato. Esempio: Deposizione della madre di William Calley (1) al processo della strage di Song My, oppure: Documentazione: alla violenza reazionaria delle istituzioni borghesi rispondiamo con la violenza rivoluzionaria...
«Infatti: ogni capitolo è un «montaggio» di brani apparsi nella stampa su episodi di violenza recenti, il Vietnam, la guerriglia urbana, una rapina in banca, il rapimento Sossi, l’uccisione di Mara Curcio, ecc».
E quali sono le regole del montaggio?
«Abbastanza semplici. Il montaggio è ora verticale, ora orizzontale. In sostanza è come tenere in mano tre o quattro fili di colore diverso e tesserli secondo schemi varianti... con qualche variazione carina, come nel secondo episodio: un proiettile della polizia scompiglia il piombo nella tipografia del Corriere – e lo scompiglia anche nella mia pagina: ogni tanto c’è una riga che parte».
E qual è il senso dell’operazione?
«Il modello è il cinema e la pittura di Warhol, con le sue ripetizioni. Il senso è: opporre violenza a violenza, mostrare la violenza della stampa borghese, che quando parla di Calley o di Sossi (2) è dolcemente solidale e comprensiva, quando parla degli «altri», dei rapinatori o di Margherita Cagol (3) è crudamente descittiva per suscitare paura e allarme nei lettori».

Note: (1) William Calley, tenente americano, il 16 marzo 1968 al comando del suo plotone sterminò la popolazione inerme (102 civili) nel villaggio vietnamita di Song My (My Lai). Processato negli Stati Uniti per omicidio fu condannato all’ergastolo. La pena gli venne ridotta in varie riprese e nel 1974 fu scarcerato. (2) Il sostituto procuratore della Repubblica di Genova, Mario Sossi, venne rapito dalle Brigate Rosse il 18 aprile 1974. Per la sua liberazione i terroristi (all’epoca guidati da Renato Curcio) chiedevano la scarcerazione dei componenti della banda XXII Ottobre, condannati per rapina e omicidio. Il 23 maggio 1974, dopo 36 giorni di prigionia, Sossi venne liberato dagli stessi brigatisti, nonostante che non si fosse dato alcun seguito alle loro richieste. (3) Margherita (Mara) Cagol, moglie di Renato Curcio, venne uccisa dai carabinieri alla cascina Spiotta, presso Acqui, il 5 giugno 1975. L’operazione, che costò la vita anche a tre militi (il tenente Pietro Rocca, il maresciallo Rosario Cattafi e l’appuntato Giovanni D’Alfonso), suscitò molte polemiche.