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 2017  giugno 05 Lunedì calendario

Il conto delle venete. Salviamole, costa meno

Dopo che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha incassato il via libera di principio dell’Antitrust Ue al salvataggio del Monte dei Paschi di Siena con capitali pubblici, l’attenzione ora si sposta in Veneto, dove le banche da salvare sono due – Popolare di Vicenza e Veneto Banca – i risparmiatori coinvolti 210 mila e l’intervento dello Stato diventa ogni giorno più impellente perché le banche sono sull’orlo del default. 
Venerdì scorso sul Corriere della Sera, Fabrizio Viola, amministratore delegato della Vicenza e presidente del comitato esecutivo della Veneto, ha chiesto alle autorità europee di fare presto. Il rischio concreto è che la situazione, in assenza di una ricapitalizzazione sostanziosa, peggiori di mese in mese, compromettendo anche i 30 miliardi di crediti «buoni»che le due banche hanno concesso alle imprese del Nordest, causando un ulteriore terremoto finanziario in una zona già pesantemente provata e che ha visto andare in briciole oltre 11 miliardi di risparmio privato polverizzato nel falò delle azioni invendibili e quasi tre miliardi e mezzo di ricapitalizzazione da parte del Fondo Atlante. 
I conti in tasca 
Ma quanto costa oggi salvare le due banche ridotte in questo stato dalla ventennale gestione che faceva capo a Gianni Zonin e a Samuele Sorato a Vicenza e a Vincenzo Consoli e a Flavio Trinca a Montebelluna? 
Per il Monte dei Paschi al momento si prospetta una ricapitalizzazione da 8,8 miliardi di denari pubblici, mentre ne «basteranno» 4,7 per le due ex popolari. L’Unione europea, attraverso la Dg Comp, la direzione generale alla Competitività, sta spingendo perché una parte di questi danari abbiano origine privata – si sta discutendo dell’intervento delle Poste, del Fondo Interbancario di tutela dei depositi attraverso lo Schema volontario e del «consorzio» di quattro operatori del private equity, Atlas, Centerbridge, Warburg Pincus e l’hedge fund Baupost –, ma la domanda a cui preventivamente è necessario rispondere è se vi sia più convenienza nel salvare o nel lasciare andare. 
Al momento la situazione è quella riportata nella tabella della pagina. Il Fondo Atlante ha versato nel capitale delle due banche oltre 3,4 miliardi di euro cash in un anno. Denari privati dei gruppi bancari e assicurativi italiani (non tutti). 
Oggi servono circa 4,7 miliardi, che solo per una parte dovranno essere pubblici, ma che noi consideriamo per comodità completamente di natura pubblica. Bene se il prezzo da pagare per salvare le due ex popolari è di meno di 5 miliardi, l’ammontare del conto di un’eventuale ipotesi negativa assume tutt’altre dimensioni. Se le banche andassero a chiudere le loro attività, lo Stato, e quindi tutti noi, si troverebbe nella condizione di «risparmiare» sì l’esborso in conto capitale che si sta apprestando a investire, ma dall’altro sarebbe chiamato a rispondere, in qualità di garante, delle obbligazioni che le due banche hanno emesso da febbraio a oggi per garantirsi liquidità a fronte della fuga dei depositanti. E il conto sarebbe salato.
Solo a febbraio sono state emessi bond per 6,5 miliardi. Un’altra tranche da 3,6 è in emissione in questi giorni. Il totale supera i 10 miliardi di euro. Insomma, lasciar morire Popolare di Vicenza e Veneto Banca costerebbe più del doppio di quanto costa tenerle in vita. Tanto più che ai 10 miliardi di obbligazioni si dovrebbero aggiungere gli effetti devastanti sul tessuto economico in una delle zone più vivaci del Paese (i 30 miliardi di presti sani a cui ha fatto riferimento Viola), oltre a incalcolabili effetti sociali e a un azzeramento del gettito fiscale per molte aziende in bonus, con inevitabili conseguenze anche per le malandate casse dello Stato. In tutta evidenza non conviene chiudere. 
Precedenti 
Il caso Lehman Brothers, quasi nove anni fa, ha insegnato che gli effetti della chiusura di un istituto di credito si propagano rapidamente e profondamente all’intero sistema. Anche per questo, come ha sottolineato Viola, è necessario fare presto. Le condizioni valide per una remise en forme il mese scorso, si riveleranno del tutto insufficienti il mese prossimo. La rapidità di intervento, dopo dodici mesi di palleggi tra Francoforte e Bruxelles, è a questo punto fondamentale. Viola la settimana scorsa ha indicato la strada, che non corre in pianura ed è tutt’altro che agevole. Se l’Europa darà il via libera politico al salvataggio, delle due banche ne resterà una, che avrà dimensioni poco più che regionali. I dipendenti attualmente sono quasi 12 mila, semplicemente troppi. Viola ha confermato l’obiettivo di evitare procedure di licenziamento, ma ha anche messo l’accento sulla necessità di «sostenere importanti sacrifici economici». La via è strettissima. È non c’è più tempo da perdere.